Oltretevere

Leone al Colosseo, perché una Via Crucis diversa dalle altre

Dopo le telefonate a Herzog e Zelensky il Papa affida a padre Patton una Via Crucis che attraversa senza filtri guerre, massacri, genocidi, infanzie strappate e madri in lutto - In una Pasqua segnata da troppa violenza compiuta in nome di Dio, la consapevolezza sostituisce la retorica

  • Ieri, 08:00
  • Ieri, 09:05
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Di: Paolo Rodari 

Chi ha seguito da vicino la giornata di Papa Leone - ieri, venerdì 3 aprile 2026 - parla di un’atmosfera insolita. Nessuna concitazione, nessuna drammaticità. Piuttosto, una consapevolezza composta. Questa Pasqua non poteva assomigliare alle altre. Troppo sangue versato, troppe guerre, troppe invocazioni di Dio usate come scudo per giustificare violenza e potere. Trump, Israele, Gaza, l’Ucraina, e gli altri fronti aperti nel mondo: i protagonisti del presente non vengono mai nominati, ma è impossibile non sentirne l’eco.

È in questo clima che vanno lette le due telefonate che hanno segnato la vigilia del Venerdì Santo. Non semplici scambi di auguri, ma tasselli di una linea più ampia. E, insieme, i testi della Via Crucis affidati a padre Francesco Patton, custode di Terra Santa, che non elude nulla: guerre, massacri, genocidi, madri che piangono i figli, bambini ai quali è stata strappata l’infanzia.

La telefonata con Herzog: un equilibrio fragile

Il colloquio di mattina del Papa con il presidente israeliano Isaac Herzog si è svolto in un clima cordiale, ma con un messaggio chiaro da parte del vescovo di Roma: riaprire i canali diplomatici, proteggere i civili, contenere l’escalation. Herzog ha ribadito la centralità della minaccia iraniana. Due letture diverse, unite però da un dato incontestabile, e cioè il fatto che la guerra sta travolgendo tutto.

La chiamata a Zelensky: un invito che pesa

Poco dopo, il Papa ha parlato con Volodymyr Zelensky. Il presidente ucraino lo ha invitato a Kiev, ringraziandolo per la vicinanza. La conversazione si è svolta mentre nuovi attacchi colpivano il Paese - un dettaglio che ne rafforza il valore simbolico. Al centro, le iniziative umanitarie e la liberazione dei prigionieri, tema che Leone considera prioritario.

Una Via Crucis che supera il rito

La sera, al Colosseo, tutto questo si è tradotto in un gesto. Prevost che porta personalmente la croce in tutte le quattordici stazioni. Un atto semplice, ma denso di significato. Non protagonismo, ma assunzione diretta di una sofferenza che non può essere delegata.

Le meditazioni di padre Patton hanno rafforzato il messaggio: «C’è chi crede di avere ricevuto un’autorità senza limiti». Nessun riferimento esplicito, ma un monito universale: «Ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere ricevuto», primo tra tutti «il potere di avviare una guerra o di terminarla». Chi usa il potere per distruggere, insomma, chi invoca Dio per giustificare la guerra, chi trasforma la fede in un’arma, dovrà risponderne.

Una Pasqua senza alibi

I testi della Via Crucis non citano direttamente nessuno, ma il senso è inequivocabile. I nomi degli “imputati” sono evidenti a tutti. Perchè la pace non è un auspicio, ma una responsabilità. E chi oggi la ostacola - chi la rinvia, chi la piega a strumento politico - si trova davanti un Pontefice che ha scelto di non distogliere lo sguardo.

È in questa Pasqua, la prima di Prevost da Papa, che il vescovo di Roma intreccia diplomazia, simboli e parole. Non per accusare, ma per ricordare: nessuna guerra può essere benedetta, nessuna violenza può essere sacralizzata, nessun potere può dirsi assoluto. Una Pasqua diversa, appunto. E il Papa lo sa.

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Notiziario

Notiziario 31.03.2026, 22:00

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