Oltretevere

Leone non è Francesco, eppure... perché la sua condanna della guerra non fa notizia?

Mentre a Gerusalemme le porte del Santo Sepolcro si chiudono al cardinale Pizzaballa, la radicalità evangelica di un Pontefice “dimenticato” resta inascoltata

  • Ieri, 14:00
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  • Keystone
Di: Rod 

La Domenica delle Palme si apre con un gesto dal peso simbolico enorme per la Terra Santa. La polizia israeliana ha impedito al cardinale Pierbattista Pizzaballa e al Custode padre Francesco Ielpo di entrare nella Basilica del Santo Sepolcro per celebrare la Messa.

Il Patriarcato latino e la Custodia parlano di una misura «grave e irragionevole», «la prima volta da secoli», un atto che colpisce lo status quo e la libertà di culto. Eppure, nel pomeriggio, dal Monte degli Ulivi si alzerà comunque una preghiera per la pace.

Mentre a Gerusalemme si chiudono porte che non si erano mai chiuse, a Roma Leone XIV torna a parlare. E lo fa con una forza che smentisce chi continua ad accusarlo di non essere Francesco, di non avere la stessa audacia, la stessa voce profetica. In realtà, il coraggio Leone lo esercita eccome: senza clamore, senza slogan, senza cercare lo scontro, ma con una radicalità evangelica che spesso passa inosservata proprio perché non si presta alla propaganda.

Nell’omelia della Domenica delle Palme ha pronunciato parole che non lasciano spazio a equivoci: «Dio non ascolta la preghiera di chi fa la guerra… le vostre mani grondano sangue».

Un giudizio netto, che non assolve nessuno: né i protagonisti del conflitto a Gaza, né in Ucraina, né in Iran, né qualsiasi altro scenario in cui si pretende di invocare Dio mentre si impugnano le armi.

E non si tratta di un’uscita isolata. Negli ultimi mesi Leone ha costruito una linea chiara e coerente di condanna della guerra, che molti commentatori sembrano ignorare. A marzo ha parlato di «un mondo infiammato», chiedendo ai leader di fermare «la spirale della violenza prima che diventi irreparabile». A maggio, nel suo primo Regina Caeli, ha invocato un cessate il fuoco immediato a Gaza, una pace giusta in Ucraina, il dialogo tra India e Pakistan, la liberazione degli ostaggi e il ritorno dei bambini deportati. Pochi giorni dopo, all’udienza generale, ha richiamato il «pianto sempre più intenso» che si leva da Gaza, esortando a sostenere ogni iniziativa diplomatica. E, riprendendo Paolo VI, ha rilanciato quel «Mai più la guerra» come criterio per leggere il presente.

La linea è limpida: la guerra è sempre una sconfitta morale. La diplomazia non è un’opzione, ma un dovere. La pace nasce dai popoli, non dalle armi.

Eppure, tutto questo non fa notizia. Forse perché non offre bersagli da colpire, non alimenta la polarizzazione, non si presta a essere arruolato da una parte o dall’altra. La pace non è spettacolare, non produce immagini forti, non genera click. La mitezza non fa share.

Così, mentre a Gerusalemme un Patriarca viene fermato alle porte del Santo Sepolcro, Leone XIV ricorda al mondo una verità essenziale, e cioè che nessuna guerra è compatibile con il Vangelo.

E lo fa con una coerenza che meriterebbe più ascolto, più spazio, più coraggio anche da parte di chi racconta il mondo. Perché Gesù non si è armato, non si è difeso, non ha combattuto guerre. E chi usa Dio per giustificare la violenza, semplicemente, non sta pregando.

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Notiziario 29.03.2026, 14:00

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