Ödön von Horváth

Un destino austroungarico

Il suo fraterno amico e compagno di sventura Klaus Mann, che gli ha dedicato alcune pagine particolarmente intense e rivelatrici della propria autobiografia, lo ha definito «uno dei poeti più straordinariamente dotati della sua generazione» e ne ha fornito un ritratto molto penetrante nonché molto simile a quello di altri scrittori vissuti a Berlino nel periodo della Repubblica di Weimar. Ödön von Horváth vi appare come un intellettuale salottiero, raffinato, sportivo, frequentatore del bel mondo, amante del “bon mot” e incline alle piacevolezze del vivere, che certo non mancavano nella Berlino capitale europea dei cosiddetti “Roaring Twenties” e dei primi anni del decennio successivo, eternata quasi in tempo reale da Christopher Isherwood in “Il Signor Norris se ne va” e soprattutto in “Addio a Berlino”, dal quale il regista Bob Fosse trasse il celeberrimo film “Cabaret” con Liza Minnelli.

Eppure il ritratto non è privo di sfumature e ombreggiature vagamente sinistre: «La sua conversazione era spesso tale da dare i brividi. Si aggirava continuamente intorno a fantasmi, presentimenti, allucinazioni, fatti di seconda vista, telepatia e altri fenomeni del genere, e tutto ciò narrato non sottovoce e in tono ansioso, ma quasi giovialmente, a voce alta, con la stridente allegria di un uomo sano e atto a godere la vita. Però gli era familiare l’“angoscia”, quel malessere profondo e paralizzante che è uno degli elementi centrali della nostra civiltà e il cui sopraggiungere significa forse l’evento decisivo e fatale della nostra epoca».

In effetti, nel caso di Horváth, come nel caso dello stesso Klaus Mann e di molti scrittori attivi in quegli anni (viene da pensare soprattutto a Stefan Zweig e Joseph Roth, ma l’elenco è davvero lunghissimo), questa apparente leggerezza del vivere  -il leggendario “leben und leben lassen” dei sudditi austroungarici- era la semplice facciata di un profondo malessere, che ha trovato una sofferta quanto risolta espressione nell’opera letteraria. E infine, dopo l’avvento al potere di Hitler e dei suoi sgherri, è culminato nell’esilio e nella morte per suicidio diretto o indiretto, nel caso di Klaus Mann, Roth, Zweig e molti altri, mentre lo sfortunato Horváth morì in maniera davvero assurda a soli 37 anni, a Parigi, il primo giugno 1938, ucciso sugli Champs-Elysées da un ramo staccatosi da un albero in seguito a un violento temporale. Secondo Klaus Mann, che ne ha riportato fedelmente le frasi, Horváth era solito dire: «Dei nazisti non ho poi una gran paura. Ci sono cose ben peggiori: quelle per le quali si prova angoscia, senza sapere il perché. Io, per esempio, ho paura delle strade. Le strade possono voler male a un individuo, possono ammazzarlo. Le strade mi fanno paura». La si potrebbe intendere non solo come una premonizione, ma anche -e soprattutto- come una personalissima e surreale variazione sul tema della banalità del Male e del Destino, della fatalità biologica consistente nel vivere e dover morire.

Nato a Fiume nel 1901 da una famiglia di origini magiare ma di lontane ascendenze austriache, Ödön (Edmund) von Horváth era di madrelingua ungherese, ma dopo gli studi superiori compiuti a Monaco di Baviera, e soprattutto dopo il trasferimento a Berlino intorno alla metà degli anni Venti, si servì del tedesco come lingua letteraria («Il mio è un tipico destino austroungarico», era solito dire). La sua fama è legata soprattutto ai testi teatrali, in particolare le “Fiabe dal bosco viennese” e il finto idillio “Kasimir e Karoline” (una sorta di versione novecentesca di “Leonce e Lena” di Büchner), che all’epoca incontrarono il gusto del pubblico della Germania weimariana -la cui borghesia, evidentemente, amava  vedere le proprie miserie portate sulle scene- e ancora oggi sono molto rappresentati nell’area germanofona. Un lettore di spicco come Peter Handke, che soprattutto agli esordi, nel periodo di “Kaspar”, “Autodiffamazione” e “Insulti al pubblico”, ha molto attinto dalla drammaturgia di Horváth, li ha definiti non a torto il massimo raggiungimento del teatro tedesco del Novecento, situandoli addirittura qualche spanna sopra il miglior Brecht.

Non deve quindi stupire che la sua tardiva quanto doverosa scoperta da parte della cultura italiana, a metà degli anni Settanta, abbia coinciso con la pubblicazione dei più celebri testi scenici (oltre ai due già ricordati, anche “Notte all’italiana” e “Fede speranza carità”) in un volume dell’editore Adelphi dal titolo “Teatro popolare” (meritano tuttavia una menzione anche “Al Bellavista” e “La sconosciuta della Senna”, stranamente esclusi dalla scelta). In seguito, almeno per un breve periodo, il drammaturgo Horváth fu quello che si suol definire un autore alla moda, molto letto, molto dibattuto e anche molto presente sulle scene più importanti della Penisola. Poi è ingiustamente tornato nel limbo dei semisconosciuti, e insieme alle sue opere teatrali sono finiti nell’anticamera dell’oblio anche i romanzi, che peraltro in ambito italofono non hanno mai raggiunto la stessa fama ma costituiscono una parte non meno importante e significativa della sua produzione.

Esattamente come la drammaturgia, infatti, anche la narrativa di Horváth, ricca di echi e suggestioni ricavate principalmente dal tardo naturalismo di Strindberg ma filtrate dal primo espressionismo, si presenta nel suo complesso come una ballata o una “danza di morte”, ma con una sostanziale differenza: nella drammaturgia, la morte è già avvenuta, ed è la morte della borghesia e dei valori ottocenteschi, mentre nella narrativa la morte è soltanto presagita, ma risulta già chiarissima in tutte le sue conseguenze. E’ la morte di quello che Stefan Zweig definirà poi il “mondo di ieri”: la fine della vecchia Europa e di un preciso segmento della storia della civiltà occidentale.

Sono soltanto quattro i romanzi di Horváth, ma tutti di altissimo livello: “Trentasei ore”, del 1929, “L’eterno piccolo borghese”, uscito l’anno successivo, “Gioventù senza Dio” (con ogni probabilità il più riuscito e giustamente famoso, definito da Hermann Hesse «un piccolo libro meraviglioso sullo stato morale del mondo di oggi») e infine “Un figlio del nostro tempo”, usciti entrambi nel 1937. Per quanto non siano uniti sul piano strettamente tematico (non sono costruiti a cornice, e i protagonisti non sono gli stessi) meritano comunque di essere letti come i quattro pannelli di una tetralogia, perché nel loro insieme restituiscono uno specifico ambiente e un’epoca ben precisa, gli ultimi anni della Repubblica di Weimar e l’avvento del nazismo.

Come ogni grande narratore (il più grande del suo periodo, secondo Zweig), anche Horváth nasce grande già col primo romanzo, “Trentasei ore”, che descrive un giorno e mezzo della vita di Agnes Pollinger, una giovane ragazza di provincia che si reca a Monaco in cerca di un lavoro e si trova immediatamente catapultata in una realtà mostruosa e abnorme, dove vige la legge del più forte, il nazismo è ormai realtà quotidiana e sono già chiaramente avvertibili i miasmi letali della “peste bruna”.

 “L’eterno piccolo borghese” è invece un ritratto impietoso del cittadino medio della Repubblica di Weimar, che di lì a qualche anno si trasformerà in un colpevole testimone di quell’orrore e quella barbarie che in “Gioventù senza Dio” si rivelano come tratto distintivo di una generazione alla deriva, così descritta dall’io narrante:  «Vivono in un paradiso di stupidità e il loro ideale è il sarcasmo. Andiamo verso tempi freddi». Un tema attualissimo (il difficile dialogo tra le generazioni, l’insolubile dialettica di verità e menzogna, la coazione al conformismo, il senso di comunità sostituito dal principio di prestazione) che alcuni anni fa, non a caso, è stato ripreso in chiave molto contemporanea e con esiti di grande suggestione nell’omonimo film del regista di origini zurighesi Alain Gsponer. Lo stesso Horváth, lucidissimo interprete della propria opera, aveva delineato in questi termini il romanzo: «Senza averne l’intenzione, ho descritto per la prima volta il nazista roso dai dubbi, meglio ancora, l’uomo nello Stato nazista».

In “Un figlio del nostro tempo”, che sarebbe diventato il suo libro-testamento, Horváth tenta infine di mitigare il cupo pessimismo degli altri romanzi e narra la storia, davvero paradigmatica, di un altro giovane “senza Dio”: un disoccupato che sposa sciaguratamente le teorie della razza, cerca un riscatto nell’ideologia nazista, si arruola nell’esercito del Reich e rimane gravemente ferito sul campo di battaglia. Dissolti tutti i folli ideali, gli restano soltanto un braccio menomato, una magra pensione di invalidità e la tardiva consapevolezza dell’odio e della sopraffazione quali cifre più autentiche della condizione umana.

E’ un (peraltro molto vago) messaggio di speranza che tuttavia cade nel vuoto, sopraffatto dalla banalità del Male e del Destino, dalla fatalità biologica del vivere e dover morire. Un anno dopo, mentre la vecchia Europa è già ineluttabilmente avviata verso i “tempi freddi”, Ödön von Horváth, in esilio a Parigi dopo un breve soggiorno in Svizzera, sta camminando tranquillamente per gli Champs-Elysées. E’ perfino felice, perché ha appena firmato un ottimo contratto con una società produttrice di film, e forse sta ripensando alle parole che un chiromante gli ha detto alcuni giorni prima: «Signore mio, lei avrà a Parigi la più grande avventura della sua vita…». Il resto, comunque lo si voglia interpretare, è nel racconto di Klaus Mann: «Ci fu una piccola bufera, non un uragano, ma insomma un colpo di vento un po’ forte. Il vento spezzò un ramo dei molti alberi che costeggiano il bellissimo boulevard. All’ombra di quell’albero passava appunto Horváth. Il ramo gli cadde sulla nuca, era pesante, calò sul collo come una scure. Il poeta che non aveva avuto paura dei nazisti fu ghigliottinato da un pacifico albero parigino. E’ proprio vero: nell’esilio si moriva più in fretta, più di colpo che in patria»

Mattia Mantovani 
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