(foto da Wikipedia)

Aldo Busi

Se Aldo Busi non fosse diventato Aldo Busi

Se Aldo Busi non fosse diventato Aldo Busi avremmo oggi nella letteratura italiana alcuni capolavori in più. Ma Aldo Busi ha scelto per sé – deragliando ampiamente dalle proprie potenzialità – il destino delle grandi personalità egolatriche, finendo così per diventare letterariamente molto meno di quanto era nel carniere delle aspettative.

Riporto letterariamente in corsivo a bella posta, perché sul piano iconologico, sul piano del personaggio, sul piano dell’immaginario collettivo meno addestrato ai valori della letteratura in sé, Busi ha certamente sfondato: batti e ribatti sul tasto del narcisismo, o del polemos, e in Italia puoi infatti stare certo che ti costruirai senza difficoltà una fama e che questa porterà con sé – in forza di autocelebrazione e poi di celebrazione coattiva – l’equivoco a cui ancora troppi credeono: che laddove uno scrittore è un grande personaggio sia giocoforza anche un grande scrittore.

Avrebbe potuto essere così, ma le cose sono andate diversamente. Almeno dalla Delfina bizantina in avanti – il suo terzo romanzo, vero e proprio spartiacque dal Busi promessa al Busi delusione – la grandezza dello scrittore bresciano si è infatti dissolta insieme al proliferare del suo manierismo e dell’autoincensamento che lo ha promosso.

Intervista ad Aldo Busi

Intervista ad Aldo Busi

A cura di Gianni delli Ponti e Federico Jolli (RSI, 1987)

Pure Busi resta nelle sue opere d’esordio – in particolare nel memorabile Seminario sulla gioventù – tutto quello che a rigore dovrebbe essere un maestro del romanzo: un uomo in cui etica, esperienza, potenza stilistica e autenticità trovano il proprio perfetto accordo.

Il caotico e geniale Sodomie in corpo 11 ne è la testimonianza più perentoria: seppure nel quadro di una esaltazione dell’Io dai chiari tratti iperbolici o patologici, Busi rivela in che senso la vita di uno scrittore o è totalizzante nella sua consacrazione all’opera oppure è mero atteggiamento. E questo è un principio che da Busi in avanti – ma forse anche indietro – ben pochi autori italiani hanno assunto fino alle estreme conseguenze.

Da questo eccelso fanatismo nascono in effetti le migliori opere di sempre, e da questo eccelso fanatismo sono sorte le migliori narrazioni di Busi: dall’idea secondo la quale nessun romanzo può pretendersi epocale se non quando procede dall’assoluta urgenza di esistere, ma soprattutto dall’idea secondo la quale investimento esistenziale e investimento creativo o coincidono producendo capolavori o corrono su binari paralleli portando ad artefatti più o meno esteticamente accettabili ma di fatto irrilevanti.

Busi ha scelto l’assoluta coincidenza tra i due piani, facendo dell’individualismo civile un’alta espressione poetica.

Del resto, chi meglio di Busi ha saputo raccontare l’Italietta degli accomodamenti, del clientelismo, della corruzione, del moralismo finto patriottico o clericale, dell’ipocrisia, della retorica, della superficialità, del conformismo, del pregiudizio, e del razzismo proprio nel porre tali caratteri di miseria civile in immediata contrapposizione all’inflessibilità morale del suo Io (scandalosamente) tutto d’un pezzo? Chi meglio di lui ha saputo stigmatizzare il peggio dell’Italia proponendosi come contraltare esemplare ai suoi bassi costumi di mafiosità?

In questo senso la scrittura di Busi – che è scrittura barocca, mercuriale, carnascialesca e dotta, ma anche popolare e plebea – raccoglie in sé – ripeto, fino a un certo punto della sua produzione – le voci di quell’Italia recondita che resiste dalle retrovie al proprio abbrutimento. E almeno Seminario sulla gioventù rappresenta una di quelle primizie e di quei rarissimi casi di Bildungsroman che riescono a insegnarci la vita nello stesso modo e tempo in cui ci insegnano a rispettare e riconoscere i tesori della parola.

Peccato che l’ego abbia poi preso il sopravvento. E con questo un polemismo sempre più stucchevole e una scrittura sempre più compiaciuta e irrelata dall’essenziale. Altrimenti con Aldo Busi avremmo probabilmente riconosciuto un maestro del romanzo: talmente italiano da sconfinare oltre le strettoie della patria, ma talmente universale da chiedere per sé, come naturale territorio di riferimento, almeno un continente: l’Europa.

Peccato davvero, perché di Busi, in verità, né in meglio né in peggio, non se ne sono più visti. Chi trionfa nel contemporaneo è anzi spesso così piccolo – cioè così piccolo-borghese – da far rimpiangere la veemente egopatia del sofisticato proletario cosmopolita di Montichiari.

Marco Alloni
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