Carlo Levi

L'“eterno fascismo” e la paura della libertà

Era l’ormai archeologico 1966 quando Guido Morselli, nel distopico quanto profetico romanzo “Roma senza papa”, svolse alcune considerazioni polemiche su uno dei grandi temi irrisolti, perché mai seriamente affrontati, della politica e della società italiana: la cosiddetta “questione meridionale”. L’io narrante, infatti, si imbatte in un gruppo di bambini arrivati a Roma dal Meridione in una condizione di totale analfabetismo, al punto che non capiscono le domande che gli vengono poste, il corrispettivo in italiano dei termini dialettali e il significato di parole di uso estremamente comune.

Morselli ne ricava una conclusione molto amara, che illustra con impietosa chiarezza un certo malcostume tipicamente italico, restituendo l’immagine di una nazione inconcludente, litigiosa, priva del sentimento della serietà della vita, pervasa e dominata da un pressapochismo che mezzo secolo dopo ha ormai assunto i contorni di una devastante subcultura di massa o peggio ancora di quella che la lingua tedesca definisce “Halbkultur”, “mezza cultura”, che non significa scarsa cultura ma proprio mancanza di cultura, ignoranza esibita e gonfia di supponenza, vero e proprio marchio di Caino di una società ormai completamente paga e soddisfatta della propria volgarità.

Cos’è mai, si chiede Morselli, la tanto dibattuta questione meridionale?  E’ una questione della quale «gli italiani colti del sud hanno fatto una materia speculativa, fra sociologica e filosofica, insegnata nelle università. Col loro genio speculativo le hanno reso questo omaggio, ma si guardano bene dal risolverla in linea pratica. Oggi -si diceva lo stesso trent’anni fa- si è alla vigilia di iniziative concrete…». Quella vigilia è rimasta tale, così come purtroppo sono rimaste sulla carta (ormai derubricate come belle parole, e nulla più) le concrete e in ultima analisi attuabilissime proposte che Carlo Levi -uno dei massimi interpreti della questione meridionale, ma senza dubbio non assimilabile ai professionisti della retorica meridionalista giustamente criticati da Morselli - aveva svolto nelle ultime memorabili pagine del libro per eccellenza della questione meridionale, “Cristo si è fermato a Eboli”. Poco prima di lasciare il confino in Lucania, infatti, Levi rifletté sul futuro dell’Italia e fece una perfetta diagnosi della malattia: «In un paese di piccola borghesia come l’Italia, e nel quale le ideologie piccolo-borghesi sono andate contagiando anche le classi popolari cittadine, purtroppo è probabile che le nuove istituzioni che seguiranno al fascismo, e anche le più estreme, saranno portate a riaffermare in modi diversi quelle ideologie: ricreeranno uno Stato altrettanto, e forse più, lontano dalla vita, idolatrico e astratto, perpetueranno e peggioreranno, sotto nuovi nomi e nuove bandiere, l’eterno fascismo italiano».

Cosa sia l’“eterno fascismo” italiano lo ha ulteriormente chiarito, circa trent’anni dopo, un grande regista e non meno grande antropologo come Federico Fellini, che lo ha descritto in “Amarcord” e lo ha definito «una biologica sottomissione all’autorità», non mancando di aggiungere, in un’intervista del periodo, queste penetranti considerazioni: «Le eterne premesse del fascismo mi pare di ravvisarle nell’essere provinciali, nella mancanza di conoscenza dei problemi concretamente reali, nel rifiuto di approfondire, per pigrizia, per pregiudizio, per comodità, per presunzione, il proprio rapporto individuale con la vita. Vantarsi di essere ignoranti, cercare di affermare se stessi o il proprio gruppo non con la forza che viene dall’effettiva capacità, dall’esperienza, dal confronto con la cultura, ma con la millanteria, le affermazioni fini a se stesse, lo spiegamento di qualità mimate invece che vere. Anche l’esibizione del sesso è fascismo». In effetti, lo zio “pataca” Lello, che in una scena del film vanta le proprie doti di seduttore da strapazzo, racchiude in sé tutte le caratteristiche dell’“eterno fascismo”: ignoranza, volgarità da trivio, incultura, infantilismo mentale e gonadico, spacconeria e stupidità.

Secondo Carlo Levi, per sfuggire all’“eterno fascismo” italiano c’era un’unica strada percorribile, quella dell’autonomia (però un’autonomia seria e seriamente meditata, non un pastrocchio da Bar dello Sport): «Lo Stato -osserva Levi- non può essere che l’insieme di infinite autonomie, una organica federazione», le cui basi andrebbero cercate e individuate «nella tradizione della democrazia diretta, e non in quella della democrazia rappresentativa. Questa è l’unica via per risolvere l’antica crisi dello Stato Italiano». E’ il percorso che più o meno in quegli stessi anni era stato indicato anche da Rocco Scotellaro, scrittore e politico lucano non a caso grande amico di Levi, che aveva giustamente parlato del decentramento come una «questione di civiltà» e un valido antidoto contro il veleno dell’“eterno fascismo”. Anche Giorgio Bassani e Pier Paolo Pasolini svolsero in seguito le medesime considerazioni, ma le indicazioni e gli appelli sono rimasti inascoltati. Per quali motivi? E’ presto detto: motivi di opportunità politica, diffuso familismo amorale, brame di potere, bassi interessi di bottega, gattopardismo. Ma anche  -e soprattutto- perché l’“eterno fascismo” è un grande alibi ed evita un confronto serio con quella libertà tanto invocata ma in fondo sconosciuta, al punto da averne paura. Non deve quindi stupire che la paura della libertà sia il grande tema che attraversa tutta l’opera di Carlo Levi, non solo in “Cristo si è fermato a Eboli”, ma anche nei saggi raccolti in “Le parole sono pietre”, nel romanzo “L’orologio”, nel diario postumo “Quaderno a cancelli” e non da ultimo nei saggi scritti all’inizio della seconda guerra mondiale, durante l’esilio volontario in Francia, e raccolti appunto sotto il titolo “Paura della libertà”.

Il nucleo dell’altissimo magistero di Carlo Levi è racchiuso proprio in questi saggi, che si leggono oggi come una testimonianza che riguarda non solo il passato, ma anche il presente e un futuro più o meno prossimo. Il giovane Levi, allora 37enne, dice talune verità davvero sgradevoli. Ascoltarle fa molto male, ma è assolutamente necessario: «La paura della libertà è il sentimento che ha generato il fascismo. Per chi ha l’animo di un servo, la sola pace, la sola felicità è nell’avere un padrone. E nulla è più faticoso e veramente spaventoso dell’esercizio della libertà». Parole che hanno il suono di una sentenza, forse di una condanna. Sarebbe davvero il caso di riflettere e meditare sul loro senso, prima che sia troppo tardi (ammesso che non sia già troppo tardi). Beninteso, nell’Italia dell’ “eterno fascismo”, ma anche altrove.

Mattia Mantovani
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