Bugonia è l’ultimo film del regista greco Yorgos Lanthimos (1973). La pellicola affronta in chiave surreale molti temi del nostro presente. Non vogliamo raccontarne la trama (straniante, perturbante, quanto affascinante) né farne una recensione. Ci interessa solo evidenziare il sottotesto su cui il film è costruito perché la vicenda narrata s’intreccia in maniera inscindibile con la spietata riflessione filosofica e politica sul nostro presente elaborata dal filosofo inglese Mark Fisher (1968-2017).
La perla: Bugonia
Charlot 18.01.2026, 14:30
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Sullo “sfondo” della narrazione filmica c’è la follia di un’umanità che, con lo sguardo alienato nel consumo e soprattutto nella convinzione che all’attuale modello di sviluppo capitalistico non ci siano alternative, cammina verso l’estinzione senza rendersi conto che questa non è una preveggenza apocalittica o un divertissement complottista “da salotto”, ma una possibile realtà a pochi passi da noi.
Come metafora di questa estinzione il regista cita nel film la “Sindrome da Spopolamento Alveare (SSA)“ che, a causa di diversi fattori tutti originati dall’uomo per la sua brama di profitto, in un arco di tempo di pochi giorni può causare (e causa) la perdita fino al 90 per cento della popolazione adulta di un alveare.

A ben guardare, suggerisce Lanthimos con quella metafora, la fragilità dell’uomo del nuovo millennio tra catastrofi ambientali, epidemie devastanti e potenziali conflitti nucleari non è molto diversa da quella delle api...
Vi ricordate il celebre There Is No Alternative, il principio posto da Margareth Tatcher e Ronald Regan alla base del pensiero neoliberista? Ecco, secondo Mark Fisher quel concetto da allora si è trasformato in una atmosfera invisibile che, generalmente senza rendercene conto, respiriamo quotidianamente, tanto da aver reso il capitalismo la cornice psicologica e culturale che modella il nostro modo di pensare.
Fisher nel 2009 in un pamphlet divenuto da subito un testo di riferimento per la riflessione sul XXI secolo, chiamò quell’atmosfera invisibile “realismo capitalista” (titolo dato all’opera stessa, con evidente rimando ironico al realismo socialista dell’URSS novecentesca). Secondo il filosofo, il realismo capitalista ci ha reso vittime di impotenza riflessiva, ossia dell’incapacità di immaginarci un’alternativa al sistema attuale. Infatti, di fronte alla crisi climatica, alle epidemie e alle guerre, l’umanità si divide tra chi, come nel film di Lanthimos, si rifugia nella paranoia complottista, cercando inutilmente di dare volto a un sistema (il capitalismo) che in realtà un volto non ha (essendo ormai, secondo Fisher, un mostro astratto dalle mille facce), e chi, invece, preferisce rassegnarsi alla catastrofe, o al massimo cercare di gestirne i sintomi, piuttosto che cambiare il sistema all’origine del disastro stesso.

Emma Stone in "Bugonia"
Sia Fisher, con la speculazione filosofica, che Lanthimos con l’immaginazione artistica, sostengono quindi che l’umanità abbia perso la capacità di immaginare il futuro: anche di fronte all’evidenza di un possibile collasso del pianeta, è incapace di concepire la fine del sistema per evitare la fine del mondo. Non solo: in uno stato che si potrebbe descrivere di dissonanza cognitiva, continua a credere al falso racconto che il sistema fa di se stesso.
Inutile dire che mai il sistema metta in discussione se stesso, anzi: grazie alla “bolla” del realismo capitalista che ci avvolge, convince i più del fatto che le ricadute negative del sistema siano inevitabili “inciampi” nel percorso naturale del progresso: opporsi a esso è dunque irrealistico quanto pericoloso.
La domanda che pone Bugonia (e tra le righe anche Realismo capitalista) è: l’umanità è una causa persa? Facciamoci caso: è la stessa domanda che ci pone quotidianamente il presente. Riflettere collettivamente sulla possibile risposta può essere decisivo.

Il grande schermo fino all’ultimo respiro!
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