Carlo Michelstaedter

La “persuasione” impossibile

Le parole sono pietre, ricordava giustamente Carlo Levi. La loro consistenza e pesantezza ne fa quindi il principale strumento di quella che Carlo Michelstaedter, opponendola alla “persuasione” e cioè al pieno possesso della propria vita, aveva definito la “rettorica”: tutto l’insieme di finzioni, menzogne, ipocrisie, inganni e autoinganni (la cosiddetta “comunella dei malvagi”, come la definì lo stesso Michelstaedter) che regola i traffici sociali e impedisce di chiamare le cose col loro nome. La conseguenza, a stretto filo di logica, è di raggelante semplicità: se non c’è -perché non è data- una verità autentica delle cose, se non si vive “la” verità delle cose e “nella” verità delle cose, la vita stessa finisce nei gorghi della “rettorica” e non è degna di essere vissuta.

Il che è vero, almeno in linea di principio, vale a dire senza che si prendano in considerazione i possibili contrappesi in virtù dei quali la “persuasione” diventa senza dubbio meno “persuasione”, ma anche la “rettorica” diventa un po’ meno “rettorica”. In fondo, come dice un celebre verso di Rilke, «se vincere è impossibile, sopravvivere è tutto». Ma Carlo Michelstaedter non tollerava gli autoinganni, i compromessi e le mezze verità. Le stelle o il nulla, come sosteneva uno dei suoi grandi padri spirituali, Heinrich von Kleist: è sempre questione di vittoria, non di sopravvivenza, e quindi si deve vivere nella “persuasione”, possedendo la propria esistenza, oppure non vale la pena.

Il suo è un tipico destino austroungarico, simile per taluni versi a quello del conterraneo e quasi coetaneo Scipio Slataper, nel caso specifico con matrice germanofona e derivazione italofona: nato a Gorizia nel 1887, genio precocissimo e figlio di quella Mitteleuropa ebraica che ha gettato uno scandaglio di rara precisione nelle profondità più impervie e abissali della condizione umana, Michelstaedter ha vissuto fino alle estreme conseguenze la fatale mancanza di sintesi tra “persuasione” e “rettorica” e si è suicidato il 17 ottobre 1910, a soli ventitré anni, poco dopo aver portato a termine la sua tesi di laurea in filosofia.

La tesi, intitolata appunto “La persuasione e la rettorica”, conserva a distanza di oltre un secolo una strana e perfino sinistra fascinazione, perché da un lato, considerata dalla prospettiva attuale, si inscrive quasi naturalmente in una più ampia riflessione di quegli anni sul disagio della civiltà, ma dall’altro fornisce l’impressione di un meteorite proveniente da chissà dove, da lontananze che nemmeno i suoi maestri e numi tutelari Ibsen e Tolstoj si erano spinti ad esplorare.

Per Ibsen e Tolstoj, infatti, che pure hanno minato alla base la moderna percezione della realtà, pretendere di vivere nel pieno possesso della propria esistenza è da megalomani, ma lo sforzo merita comunque di essere intrapreso (non foss’altro che per constatarne il fallimento, come nel caso di Tolstoj), mentre per Michelstaedter è impossibile. Niente vale niente, non c’è nessuno sforzo da intraprendere: il peso che tende per forza di gravità verso il basso, come illustra l’esempio descritto nella prima pagina della tesi, cessa di essere tale nel momento in cui raggiunge il proprio scopo: «So che voglio e non ho cosa io voglia. Un peso pende ad un gancio, e per pender soffre che non può scendere: non può uscire dal gancio, poiché quant’è peso pende e quanto pende dipende (…) Che se in punto gli fosse finita e in un punto potesse possedere l’infinito scendere dell’infinito futuro, in quel punto non sarebbe più quello che è: un peso. La sua vita è questa mancanza della sua vita». L’esistenza è quindi una contraddizione insolubile, e il suo scopo è la sua negazione: il non essere, il nulla, la morte.

Resta tuttavia aperta una questione. E se invece l’accesso alla persuasione fosse fornito dalla poesia? Nell’ambito della produzione di Michelstaedter, ovviamente concentrata in pochissimi anni e disponibile nel catalogo di Adelphi per la cura di Sergio Campailla (che gli ha dedicato anche una biografia romanzata dal titolo “Un’eterna giovinezza”, pubblicata da Marsilio), i componimenti lirici, scritti tra il 1900 e il 1910, occupano uno spazio apparentemente marginale, ma in realtà sono importantissimi e molto rivelatori. In primo luogo, perché tentano di circoscrivere e avvicinare la “persuasione” per mezzo della parola poetica, e poi perché fanno percepire in un’altra forma, più diretta e immediata, la medesima vibrazione che si avverte leggendo la tesi di laurea e altri scritti, quali ad esempio “Il dialogo della salute” o “La melodia del giovane divino”.

Se i primi componimenti risentono di un certo timbro adolescenziale e si rifanno a taluni modelli allora in voga, le poesie del secondo e ultimo periodo sviluppano su un altro registro, si potrebbe quasi dire su delicatissimi accordi in minore, il tema di fondo de “La persuasione e la rettorica”: la ricerca della vita assente, «arida e deserta, / finché in un punto si raccolga in porto, / di sé stessa in un punto faccia fiamma».

Il mitteleuropeo e continentale Michelstaedter, nelle sue poesie, individua una possibile “persuasione” nell’assolutezza e nell’infinità della distesa marina, nel «silenzio senza richiami» verso il quale tendono i “figli del mare” Itti e Senia, il “pesce” e la “straniera”, in quello che rimane il componimento più bello e compiuto. Ma la sostanziale contraddizione della vita risulta irrisolvibile (e soprattutto irredimibile) anche sul piano poetico: se la “rettorica” è il “mondo” di cui poi parlerà Rilke nell’ottava delle “Elegie duinesi”, la “persuasione” («il puro, / insorvegliato, che si respira e si sa», secondo le parole dello stesso Rilke) si identifica con l’assoluto del mare, e cioè con una dimensione esterna al “mondo”.

Ma per negare il “mondo” il mare non può che affermare il nulla e anzi essere il simbolo stesso del nulla e della morte, come nell’ultima poesia dedicata all’amatissimo fiume Isonzo, che appunto scorre e tende verso il mare, dove infine si perde trovando il proprio scopo. Il genio incommensurabile di Carlo Michelstaedter continua a parlarci da una vicinissima galassia, nella quale logica e poesia convergono nell’affermare il nulla. C’è però un antidoto contro la sua terribile verità: la vita reale, fin troppo spesso, non è logica e men che meno poetica. Ma il giovane Carlo non era disposto ad accettarlo: se vincere è impossibile, sopravvivere non conta. Lo dicono, oltre alle sue opere maggiori, questi due versi d’occasione scritti per il compleanno -l’ultimo festeggiato insieme- della diletta sorella Paula: «Gli uomini nascono al pianto / e io voglio uscire dal deserto e alla fine raggiungere il mare aperto e libero».

Mattia Mantovani
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