Carol Rama nel suo studio
Carol Rama nel suo studio (© Foto Roberto Goffi)

Carol Rama

L’anticonformista

Maestri? “Il senso del peccato”. Regole? Nemmeno per idea. Vincoli? Mai avuti. Orgogliosamente autodidatta e libera, Carol Rama ha percorso il Novecento con appassionata ostinazione e dissacrante vitalità, ripudiando cliché e convenzioni. Con la sua arte ha anticipato tendenze, sollevato scandali, incantato intellettuali, ha scomposto/decomposto forme e scompaginato ordini, ma soprattutto ha cercato di guarire i suoi traumi e le sue ferite. “Il lavoro, la pittura, per me, è sempre stata una cosa che mi permetteva poi di sentirmi meno infelice, meno povera, meno bruttina, e anche meno ignorante… Dipingo per guarirmi”. 

Il 24 settembre 2015, Carol Rama si spegneva all’età di 97 anni nella sua casa di via Napione, a Torino. Un grande appartamento mansardato, scuro e zeppo di oggetti e ricordi accumulati nel corso di oltre settant’anni, un suggestivo “magazzino”, per usare la definizione della stessa artista (si veda a questo proposito il bel volume Carol Rama. Il magazzino dell’anima, Skira 2014). Oggi questa casa-studio simile a una Wunderkammer è accessibile su prenotazione e costituisce una meta imprescindibile per chiunque voglia approfondire la conoscenza del lungo cammino artistico di Carol Rama. Un cammino sempre controcorrente, mai compiacente.

Nata nel 1918 a Torino, in una famiglia benestante, Olga Carolina Rama trascorre un’infanzia piuttosto agiata. Nel corso degli anni Trenta, però, la sua vita è sconvolta da una serie di tragici eventi: da una parte i frequenti ricoveri psichiatrici della madre, dall’altra il suicidio del padre in seguito al fallimento della sua azienda automobilistica. Per esorcizzare il dolore e trovare un sollievo e un rifugio dalle paure, Carol Rama si affida alla pittura, realizzando conturbanti acquerelli colmi di espliciti richiami sessuali e di bizzarre oscenità. Sono opere che paiono sgorgare direttamente dall’inconscio, dalle viscere, dagli anfratti più reconditi dell’animo. “Ho scoperto  che dipingere mi liberava dal dolore, mi spingeva a fare cose che la società considerava trasgressione, e lì era il mio piacere”, spiegherà in seguito.

 

Ritroviamo in questi primi lavori molti elementi che rimandano alle cure psichiatriche della madre, ma anche alla vita quotidiana e alle suggestioni d’infanzia. Nella sua prima vera opera, Nonna Carolina,  ritrae sua nonna con una collana di sanguisughe al collo, circondata da protesi in legno (un richiamo al laboratorio ortopedico dello zio Edoardo). È un crogiolo di corruzione e innocenza, una mescolanza di Eros e Thanatos, quella che Carol Rama riversa sulla carta con veemenza: fanciulle nude dalle lunghe lingue rosse e con il capo cinto da corone di fiori, sedie a rotelle e letti di contenzione, dentiere e rasoi, scarpe col tacco e orinatoi, e ancora serpenti, pellicce di volpe e organi genitali. C’è una sofferenza palpabile sì, ma ci sono anche feroce fantasia e audacia in queste opere iniziali, che mostrano un segno scarno e graffiante e hanno titoli come Appassionata, Teatrino, Pissoir, Dorina… “Io dipingo per istinto e dipingo per passione, e per ira e per violenza, e per tristezza e per un certo feticismo, e per gioia e malinconia insieme, e per rabbia specialmente. I miei quadri piaceranno a chi ha sofferto”.

Verso la metà degli anni Quaranta, Carol Rama attira l’attenzione di Felice Casorati, influente artista e docente di pittura presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino . Non ne sarà mai allieva, ma ne riceverà sostegno, stima e importanti consigli. La pittrice si inserisce così nel fervido clima culturale torinese, distinguendosi per il suo linguaggio espressivo unico e per la sua indole schietta e irrequieta. Si trasferisce nella casa-studio di via Napione, che diventerà negli anni ritrovo di tanti intellettuali, inizia a esporre in diverse gallerie (la prima mostra nel 1945, però, viene chiusa dalla polizia per oscenità), frequenta numerose personalità del mondo artistico e culturale, primo fra tutti il poeta Edoardo Sanguineti, con cui stringe una profonda e stimolante amicizia, e poi Marcel Duchamp, Pablo Picasso, Man Ray, Carlo Mollino, Andy Warhol… tutti in qualche modo affascinati dal suo temperamento ribelle.

Nel ’48, Carol Rama partecipa per la prima volta alla Biennale di Venezia; nei decenni successivi tornerà spesso in Laguna, fino all’importante traguardo del Leone d’oro alla carriera nel 2003. E intanto, la sua arte si evolve: la spiccata versatilità e curiosità la portano a sperimentare con molteplici tecniche e materiali. Negli anni Cinquanta aderisce al ramo torinese del Movimento Arte Concreta (unico movimento cui si avvicinerà in tutta la sua lunga carriera), vira verso l’arte astratta e quindi verso l’informale, per poi superare la bidimensionalità della tela attraverso composizioni magmatiche, collage di oggetti da cui emergono piccoli occhi di bambola, siringhe, camere d’aria (“Mio padre aveva registrato un brevetto per una bicicletta da donna e le camere d’aria sono sempre state nella mia casa e nella mia vita. La camera d’aria, se tagliata con le forbici, ha l’aspetto della pelle umana, di un corpo. Questo materiale mi ha aiutata a sostituire la banalità”). Sono opere dalla forte tattilità, che l’amico Sanguineti battezzerà “Bricolage”, mutuando il termine da Lévi-Strauss.

A partire dagli anni Ottanta, con il ritorno alla figurazione, riaffiorano nell’arte di Rama le visioni mordaci e spudorate dei suoi esordi (Seduzioni, Idilli, Sortilegi…), a cui si accompagnano nuove suggestioni e ansie legate a fatti contemporanei, come nel caso della serie della “Mucca Pazza”.

Nell’ultimo arco della sua carriera, ormai anziana ma sempre energica ed esuberante, Carol Rama vive un periodo di importanti riconoscimenti e retrospettive in tutto il mondo. La meritata seppur tardiva notorietà giunge soprattutto sulla scia della prima grande mostra antologica in uno spazio pubblico a lei dedicata, curata da Lea Vergine e superbamente allestita da Achille Castiglioni presso il Sagrato del Duomo di Milano nel 1985.

“Ma chi e, in verità, Olga Carol Rama?” ‒ scrive Lea Vergine ­‒ “È un angelo luciferino, affabile e selvatico; è una dilettante suprema; è una naufraga mai arresa al banale; è un fool manganelliano e un coboldo incendiario; è un artifizio, una messa in scena perfetta; è un mosaico di ruderi, di avanzi corrosi del passato; è una costruzione letteraria, è una poesia di Sanguineti e un pezzo di Baudelaire; è esotica, erotica, eroica”.

Autentica e indomita outsider dell’arte, Carol Rama ha sfidato la morale e il perbenismo imbevendo le sue opere di crudeltà e joie de vivre, rabbia e seduzione, desiderio e repulsione, parlandoci in modo non convenzionale di sessualità, morte, malattia, solitudine e precarietà dell’esistenza. Le sue opere rappresentano qualcosa di unico e vero nell’arte del Novecento.

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