Carola Rackete
Carola Rackete (Chiasso Letteraria)

Carola Rackete

Un appello all'ultima generazione

"A tutte le vittime dell’obbedienza civile", questa è la dedica che precede la prefazione a firma Hindou Oumarou Ibrahim, geografa e attivista per la difesa dell’ambiente, poche pagine che descrivono i radicali cambiamenti in atto nel suo paese natìo, il Ciad. Il libro in questione è The time to act is now. A call to combat environmental breakdown di Carola Rackete, tradotto in italiano con il titolo Il mondo che vogliamo. Appello all’ultima generazione, edito da Garzanti.

Carola Rackete, Il mondo che vogliamo, Garzanti
Carola Rackete, Il mondo che vogliamo, Garzanti


Prima di tornare all’autrice del libro, vale la pena soffermarsi sulla testimonianza di Hindou Oumarou Ibrahim, che racconta di quando, in passato, il Ciad ospitava uno dei cinque bacini idrici più grandi dell’Africa, ma dal 2019 a causa di un aumento di 1.5 gradi della temperatura media la risorsa d’acqua si sta velocemente prosciugando, gli alberi bruciano e il deserto prosegue la sua repentina avanzata. Quando le temperature mantengono gli oltre 50 gradi per diversi giorni le persone più vulnerabili muoiono e così anche il bestiame. Di contro l’aumento delle precipitazioni estreme causa inondazioni che distruggono interi raccolti e ciò accade perché, semplificando, più l’aria è calda più acqua può contenere causando violenti rovesci. È chiaro, lo stiamo del resto vivendo anche in Ticino, che precipitazioni intense, ma occasionali, non bastano. Il Lago Ciad, che agli inizi degli anni Novanta si estendeva per 10’000 chilometri quadrati, oggi vede la sua superficie ridotta a 1’250 chilometri quadrati: nel corso della vita della giovane attivista Hindou Oumarou Ibrahim la riserva, del cosiddetto oro blu, del suo paese si è ridotta quasi del 90 per cento. Come per ogni bene prezioso e scarso, l’accesso all’approvigionamento d’acqua causa tensioni, guerre civili, e conflitti fratricidi aizzati da gruppi estremisti che controllano queste risorse. Tra i tanti conflitti di questa natura ricordiamo uno che a suo tempo scosse anche i media occidentali: le uccisioni di massa accorse in Mali e nelle zone confinanti del Burkina Faso; agricoltori e pastori in lotta tra loro per assicurarsi le risorse necessarie al loro lavoro e unica fonte di guadagno.

Ed è proprio nell’urgenza di questo effetto domino scaturito dall'aumento delle temperature che si inserisce l’appello di Carola Rackete, ricercatrice e attivista tedesca, ascesa alla ribalta mediatica a seguito del suo arresto avvenuto al porto di Lampedusa nel 2019, dopo aver infranto i divieti delle autorità italiane al termine di 21 giorni di attesa e richieste di soccorso in acque internazionali. Ma Carola Rackete è molto più della capitana raccontata dai media di tutta Europa che in quei giorni di sospensione – del tempo e dei diritti – ha spaccato in due l'opinione pubblica. Carola Rackete ha conseguito un bachelor in Scienze nautiche e un master in Scienze ambientali, ha partecipato a spedizioni a bordo di diverse navi di ricerca, dal 2016 è impegnata nelle operazioni di salvataggio nel Mar Mediteranneo, e fa parte del movimento ambientalista Extinction Rebellion.

Carola Rackete a Chiasso Letteraria 2022
Carola Rackete a Chiasso Letteraria 2022 (Chiasso Letteraria)

Ad aggiungersi al suo curriculum di tutto punto, troviamo anche il libro di cui si accennava: Il mondo che vogliamo, scritto a quattro mani con Anne Weiss, scrittrice e attivista per l'ambiente. Proprio per presentare la traduzione italiana del libro, Carola Rackete è stata invitata nella prestigiosa cornice di Chiasso Letteraria, festival internazionale di letteratura, dove non si è potuto fare a meno di elencare le notevoli imprese compiute fino ad ora dalla trentaquattrenne attivista. Tuttavia Rackete, durante l’incontro con il pubblico ha voluto sinceramente rassicurare i ragazzi e le ragazze presenti al Cinema Teatro di Chiasso, dove si è svolta la conferenza: «la maggior parte delle persone crede che io provenga da una famiglia di persone che si sono sempre battute per il pianeta, non è così. Io al liceo non facevo parte di alcun gruppo per la tutela dell’ambiente, semplicemente a quel tempo pensavo ad altro. Solo più avanti, all’Università, mi sono avvicinata al mondo dell’attivismo. Anche se mi sono affacciata a questo mondo in età adulta, ciò non toglie che il mio impegno sia totale e sincero. Per questo credo che non ci sia un’età giusta, un contesto particolare, ma che tutti e tutte possiamo fare questo cambiamento».  L'appello appassionato e convincente di Rackete dimostra una chiara visione e una fortissima passione civile, un modello per tanti ragazzi e ragazze accorse numerose: «La storia del nostro pianeta ha raggiunto un punto di svolta, gli ecosistemi vengono distrutti, il sistema climatico sta crollando, e se non proteggiamo i diritti di altri esseri umani, anche i nostri diritti saranno presto in pericolo», e con nostri diritti Carola Rackete si riferisce a quelli del mondo occidentale. Rackete restituisce una visione lucida e consapevole sul suo ruolo e dei suoi privilegi: chi ha avuto modo di ascoltarla a Chiasso (non a caso importante polo di confine) si sarà sicuramente meravigliatə di come, ogni qualvolta le domande cercavano di tornare sugli episodi di Lampedusa e sulle ripercussioni che le sue scelte hanno avuto sulla sua vita, Rackete con quieta determinazione ha sempre dirottato quelle richieste su chi – come lei stessa ha ripetuto più volte – doveva essere veramente al centro dell’attenzione dell’Occidente: le persone in fuga.

Sea Watch 3
Sea Watch 3 (keystone)


La comandante della Sea-Watch 3 ha sottolineato le sue proprietà ovvero quelle di essere una donna bianca, istruita, benestante, con passaporto europeo e i privilegi che queste comportano, facendo riflettere e spostando l’attenzione su quelle soggettività che invece mancavano all'appello. Queste voci non rappresentate e zittite (seppur in grado di parlare perfettamente le lingue dei colonizzatori europei) hanno però avuto la possibilità di parlare direttamente alle telecamere di Nadia Kailouli e Jonas Schreijäg, registə del documentario SeaWatch3. Così una delle donne soccorse nel giungo del 2019 al largo delle coste di Zawiy racconta:
«In Camerun sono gli inglesi contro i francesi, per questo me ne sono andata in Libia. Quando sono arrivata in Libia ero incinta. Mi trovavo nella città di Sabha quando sette uomini libici stavano pianificando di stuprarci. Eravamo tre ragazze nel nostro gruppo. Non dimenticherò mai questo episodio perché un giovane uomo della Costa d’Avorio è morto cercando di proteggerci: ha supplicato i sette uomini di non stuprarci perché due di noi erano incinte e l’altra era una ragazza. L'uomo libico iniziò a insultarlo dandogli della scimmia e del ne*ro, e poi gli sparò. Il giovane uomo cadde a terra. Non sappiamo nemmeno dove abbiano poi messo il cadavere. Lasciammo che tutto ciò accasse, li lasciammo stuprarci e poi proseguimmo il nostro viaggio».

Il documentario, vincitore del Grimme Prize nel 2020, è distribuito dall’emittente pubblica Norddeutscher Rundfunk (NDR) e mostra un resoconto di quei 21 giorni di richieste di aiuto e di attesa in acque internazionali dopo che l’equipaggio della Sea-Watch 3 ha portato in salvo 53 persone al largo della Libia; 11 delle quali sono state prese in carico nei primi giorni, per motivi di salute, dalla Guardia Costiera e dal personale medico italiano. Tra le persone prese a bordo troviamo anche un’altra testimonianza:
«Sono rimasta in Libia per due anni. Ho visto tante di quelle cose accadere in Libia. Appena arrivata ci misero in più di dodici nel bagagliaio di un’auto, per poi separarci in gruppi di tre ragazze, con noi c’erano anche altri due ragazzi. Ci portarono in una casa e ci dissero che dovevamo pagare 1’000 euro a testa, altrimenti ci avrebbero vendute. Quando abbiamo detto di non avere soldi, hanno preso 5 litri di benzina e hanno cosparso i due giovani, dando loro fuoco. Sono bruciati vivi davanti ai nostri occhi. Dopodichè rivolgendosi a noi ci hanno detto che avrebbero fatto lo stesso con noi. Questi due anni in Libia non sono stati semplici. Vedere esseri umani bruciati, sgozzati, non è facile, anzi è molto difficile. L’unica cosa che facevamo era pregare per ricevere un aiuto, per chi era ancora vivo. Non è per niente facile per le persone lì. Preferiamo morire annegate nel mare piuttosto che sgozzate».

Carola Rackete a Chiasso Letteraria
Carola Rackete a Chiasso Letteraria (Chiasso Letteraria)


La conferenza a Chiasso Letteraria non ha visto protagonista Carola Rackete, bensì protagonisti indiscussi sono stati gli argomenti in difesa dei diritti umani, della tutela dell’ambiente e del futuro del pianeta; temi, tutti strettamente correlati in una prospettiva intersezionale e approfonditi nelle pagine del suo libro denso, ma di taglio divulgativo quindi piacevolmente fruibile. Il desiderio di Rackete è che i media occidentali cerchino alla fonte le testimonianze delle persone vulnerabillizzate, perché se la questione climatica riguarda tuttə, i suoi effetti non colpiscono le popolazioni del mondo allo stesso modo, come testimonia (sempre nel documentario) un altro uomo:

«Ci misero in una stanza dicendoci di aspettare alcuni minuti e che sarebbero tornati. Dopo un’ora tornarono e ci dissero che dovevamo chiamare i nostri genitori e chiedere loro dei soldi. Non prendemmo seriamente questa richiesta perché avevamo già pagato per il trasporto prima di partire. Realizzammo però che queste persone erano serie quando riempirono di acqua la stanza. Eravamo fradici, in pieno inverno, faceva molto freddo e poi misero delle cose a terra che ci diedero una forte scossa elettrica. Fu orribile, non lo so spiegare. Sai, quando sei sotto shock non sai quello che ti sta accadendo».

Dopo 4 giorni dall’arresto a Lampedusa, Carola Rackete, grazie ai suoi privilegi – come lei stessa ha ricordato – è stata rilasciata. Le accuse di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare e rifiuto di obbedienza a una nave militare sono state archiviate nel gennaio del 2022.
Delle 53 persone soccorse non si hanno notizie precise, se non che la maggior parte di loro non si trova più in Italia, ma sono state accolte da alcuni paesi ex-colonizzatori e da altre nazioni europee come Germania, Finlandia, Francia, Lussemburgo e Portogallo.

Elisabeth Sassi
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