Il plurilinguismo è una ricchezza della Svizzera, ma non un automatismo: va coltivato e difeso. Tra le lingue nazionali, l’italiano è quella che ha affrontato maggiori pressioni, anche se oggi, sul piano scolastico, mostra segnali incoraggianti. «L’italiano sta piuttosto bene», osserva Brigitte Jörimann, consulente per le lingue del DECS. «Ma è una lingua che va curata: l’insidia dell’inglese è sempre alle nostre spalle».
Il punto di svolta risale al 2011, quando cantoni come Obvaldo e San Gallo valutarono l’abolizione o la riduzione dell’insegnamento dell’italiano. «In quel momento è successo un miracolo: si è mobilitata la società, e anche le istituzioni», ricorda Jörimann. Da quella reazione è nato un lavoro capillare: l’Ufficio federale della cultura ha sostenuto progetti dedicati, i docenti hanno creato reti e materiali didattici più aderenti alla realtà della Svizzera italiana e si è diffusa la maturità bilingue. Un cambiamento importante è stato proprio lo spostamento del baricentro culturale: non più manuali centrati solo sull’Italia, ma un insegnamento che integra identità, luoghi e cultura ticinese e grigionitaliana.
Parallelamente, sono cresciute le iniziative rivolte ai giovani, come i corsi estivi di italiano e sport nati grazie a una raccolta RSI del 2013: oggi accolgono ogni anno 200 ragazzi. Resta invece disomogenea la situazione nella scuola media, dove molti cantoni non offrono l’italiano. Meglio va alle scuole superiori: oltre 10’000 studenti seguono corsi di italiano e diversi cantoni propongono percorsi bilingui. Il modello più dinamico è quello dell’anno di soggiorno linguistico in Ticino, attivato dieci anni fa con Berna e poi esteso a Vaud e Friburgo. «Sono praticamente ambasciatori della Svizzera italiana quando tornano nel loro cantone», afferma Jörimann. Il prossimo anno verrà accolto il centesimo studente bernese.
Accanto agli scambi reali, nascono anche strumenti innovativi: nei licei bernesi l’italiano si impara attraverso visori di realtà virtuale che ricreano ambienti ticinesi e permettono dialoghi immersivi. Un modo per superare la paura degli errori e rendere l’apprendimento più spontaneo.
Le testimonianze degli studenti confermano che l’immersione – fisica o digitale – funziona: iniziali difficoltà lasciano spazio a progressi linguistici, autonomia e curiosità. «Tantissime persone sono all’opera per far andare bene l’italiano», conclude Jörimann. «Dobbiamo essere fiduciosi e continuare a impegnarci: l’italiano è una bellissima lingua e va conservata».





