Claudio Magris

Il nostro tempo tra unità e disgregazione

Imprescindibile per Claudio Magris è il rapporto fra cultura italiana e cultura tedesca. Non è un caso, ma non è nemmeno una fortuità accademica. Non solo perché Magris è riconosciuto come uno dei massimi germanisti italiani, ma perché la sua opera è quasi interamente fondata su questo assunto: non esiste cultura se non quando essa si declina al plurale. E questa idea plurale di cultura è in Magris portata alle estreme conseguenze suggerendo addirittura un assunto più estremo: non esiste cultura se non laddove esiste cosmopolitismo.

Fin dal suo saggio d’esordio, Il mito absburgico, Magris indaga il grande tema della contemporaneità: il rapporto fra unità e disgregazione. E nel porli uno accanto all’altro, in tutte le possibili configurazioni della loro cointeressenza, ci racconta che nessuna delle due verità o dimensioni può pretendersi definitiva. La cifra del moderno è anzi precisamente nel loro dialogo, nella loro perpetua alternanza, nella loro irrisolvibile interdipendenza.

Certo, Italia e Germania sono destini molto diversi. L’Impero absburgico è a un tempo la nostalgia dei suoi Stati centrifughi e l’afflato disgregatore che li ha proiettati nella Storia della Mitteleuropa. Ma Magris sembra non voler cedere a nessun tipo di tifoseria dicotomica: laddove l’unità si sgretola, la disgregazione la rimpiange e laddove la disgregazione si impone, l’unità resta comunque, volenti o nolenti, un orizzonte di riferimento.

Per cui Magris è probabilmente l’interprete più alto di quella che si potrebbe chiamare l’ineluttabile schizofrenia della Storia, nella cui polarità tra sovranismo e europeismo, o tra universalismo e particolarismo, non è il semplice dissidio fra una possibile ragione e un possibile torto ma la verità stessa del suo essere. In una parola, il suo essere tale, tanto ineluttabile quanto schizofrenico, nel suo perenne farsi e disfarsi.

Chi vince allora tra la saggezza cattolica di Tolstoj e il senso di dissoluzione di ogni ordine incarnato da Kafka? Nessuno dei due, come nessuno vince tra Italia e Germania, tra Dante e Goethe o tra sovranisti ed europeisti. La Storia abbraccia entrambi e si propone anzi più nel segno della contraddizione che della sintesi.

Ecco allora perché Magris è a un tempo uno storico, uno storico della letteratura, un narratore e un filosofo: perché non ha scelto alcun miope categorismo e si è sempre attestato sul piano delle grandi correnti che animano nel profondo le viscere dei destini umani. Perché ha scelto nel cosmopolitismo l’effige della sua poetica, che in buona sostanza è l’effige della Storia per come da sempre si è configurata.

Uomo di confine, Magris è dunque in primo luogo un uomo del confine. Uomo di terra, è anche da sempre un uomo del mare. Uomo dei Microcosmi, come recita un suo libro, è anche e in primo luogo un uomo della Grande Storia e dei macrocosmi. Danubio e Alla Cieca, come il suo Non luogo a procedere, sono pertanto tutti, in forme e contesti diversi, dei supremi musei della Storia in divenire. Un altro di quegli ossimori, crediamo, che forse a Magris non dispiacciono affatto.

Tornano a questo proposito alla mente le parole che Magris espresse nel libro-intervista che realizzai con lui qualche anno fa, Comportati come se fossi felice, allorché parlava dell’etica della memoria, rammentandoci come anche il confine tra Vita e Morte non sancisce mai vincitori e vinti ma sempre partner in perpetua dialettica:

“C’è anche un altro tipo di etica: l’etica della memoria. Perché, per esempio, noi diciamo che Leopardi è un poeta e non che era un poeta? Perché appunto esiste un’etica della memoria. E questo vale non solo per i grandi geni ma per tutti. Noi, in fondo, siamo come cerchi nel tronco degli alberi: tutti gli anni sono presenti, e le persone, vive o morte, sono. Lo stesso dicasi per la vita. Ci sono momentanei oblii, simili alla morte, ritorni intensi, e tutto ciò senza soluzione di continuità. Ogni cosa che ha un valore, ogni passione, e soprattutto ogni persona, è presente a prescindere dalla morte. E noi, a volte senza accorgercene, continuiamo a vivere anche con chi è passato da un’altra parte”.

Marco Alloni
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