David Gilmour

Il suono intenso della quiete

Un paio di note, un suono e certi musicisti li riconosci subito, non puoi sbagliarti. Hanno una personalità unica, ma non dipende soltanto da loro stessi. Dipende anche da cosa stanno suonando, dalle canzoni e dal gruppo a cui hanno legato indissolubilmente il loro nome. David Gilmour è uno di questi musicisti. Magari a vederlo oggi, questo signore dalle spalle larghe e dall’aria gentile e riservata che compie 75 anni, sembra più un tranquillo benestante che si gode la pensione che una delle colonne portanti di un gruppo rock fra i più grandi di tutti i tempi. Ma mettigli una chitarra in mano.  Bastano le quattro enigmatiche note di Shine On You Crazy Diamond, oppure l’assolo di Comfortably Numb, per riconoscere senza ombra di dubbio sia lui che i Pink Floyd.

In seno a quel gruppo, David Gilmour è stato prima un supporto, poi una delle autentiche forze creative e infine il leader. Lui, nato a Cambridge il 6 marzo 1946, Syd Barrett lo aveva conosciuto da ragazzino. I due erano amici, insieme avevano cominciato a suonare la chitarra e in seguito perfino tentato un’avventura da musicisti di strada nel sud della Francia. Cuore della prima incarnazione dei Pink Floyd, Barrett aveva però ben presto iniziato a dare segni di squilibrio mentale. Quando nel dicembre 1967 gli altri membri del gruppo – Roger Waters, Nick Mason e Richard Wright – chiedono a Gilmour di entrare, è proprio per affiancare alla chitarra e alla voce un Barrett sempre più instabile. Senza Gilmour, il gruppo ha già pubblicato il suo primo album The Piper at The Gates of Dawn, impregnato proprio dell’estro psichedelico di Barrett. Divenuto totalmente inaffidabile, Syd finisce però per essere estromesso. “Una sera prima di un concerto semplicemente non passammo più a prenderlo”, racconteranno in seguito. E Gilmour da supporto ne diventa il sostituto a tutti gli effetti.

“David diede vigore alla nostra band – scrive il batterista Nick Mason nella autobiografia dei Pink Floyd Inside Out –. Era già un abile chitarrista (…) ed aveva una voce forte e personale. Era interessato come tutti noi alla sperimentazione di nuovi suoni ed effetti, ma, oltre alla sua inventiva, aggiunse anche un approccio più ponderato e strutturato, insieme alla pazienza con cui sviluppava un concetto musicale fino al suo pieno potenziale. (…) Nel frattempo Rick forniva struttura e melodia e Roger motivazione, disciplina e intuizione musicale”. “Dato che i batteristi sono una realtà a sé – conclude Mason con la vena di ironia che lo contraddistingue – fortunatamente non ho mai dovuto giustificare la mia presenza in termini analoghi”.

Gli anni che vanno dal 1968 a tutto il decennio seguente sono il periodo delle meraviglie e dei capolavori, del passaggio dalle sonorità più marcatamente psichedeliche dell’inizio a un ambito più “progressivo” fino al raggiungimento e al consolidamento della fama planetaria. Un percorso scandito da dischi come Ummagumma, Atom Heart Mother o Meddle e da concerti che sviluppano un tratto distintivo che i Pink Floyd hanno mostrato fin dagli esordi: l’attenzione all’aspetto visivo e sonoro dello spettacolo dal vivo, spettacolo che negli anni diverrà monumentale.

L’apporto di Gilmour è decisivo anche in quello che molti considerano l’apice della carriera dei Pink Floyd, The Dark Side of The Moon.  L’iconica copertina con il prisma e i fasci di luce, realizzata dal fedele studio Hipgnosis di Storm Thorgerson, è l’immagine inconfondibile di uno dei capolavori assoluti della storia del rock, un affresco sulla condizione umana, sul tempo, la vita, la morte, la salute mentale e l’avidità. Uscito nel marzo del 1973, quell’album è rimasto per oltre 730 settimane consecutive nella classifica top 200 di Billboard, qualcosa come 14 anni. Si calcola che le sue vendite si attestino attorno ai cinquanta milioni di copie nel mondo.

L’incredibile alchimia che ha sempre contraddistinto i Pink Floyd è più che mai evidente in Dark Side. È un’alchimia di equilibri in movimento dove le singole parti brillano di per sé e il tutto è più grande delle singole parti. Gilmour gioca un ruolo centrale. E lo fa con le sue due voci: quella naturale, affidata alle corde vocali e quella altrettanto umana e forse ancora più personale della sua chitarra. Anni dopo, nel documentario della BBC Wider Horizons, sarà sua moglie, la scrittrice Polly Samson – una che di linguaggi se ne intende – a sottolineare come il marito esprima le emozioni principalmente attraverso la musica. La voce di quella chitarra, il cui lessico si è evoluto a partire – come quasi sempre accade nel rock – dalle pentatoniche del blues, è inconfondibile. Il vibrato, i bending, le armonie, il peso specifico di ogni singola nota mai superflua e di intensità rara, quel suono così calmo e stabile che si perde nello spazio, riverberando suggestioni che sono come cerchi che si espandono sull’acqua… Anche tutto questo è sinonimo di Pink Floyd. Certo, non è solo Gilmour a fare grande il gruppo. Ma di sicuro i Pink Floyd, con le loro complesse architetture capaci di essere accessibili a un pubblico vastissimo, senza di lui non sarebbero stati i Pink Floyd.

Così come non lo sarebbero stati neppure senza l’apporto degli altri componenti e soprattutto senza Roger Waters, bassista, altra voce e paroliere principale che dopo The Dark Side of The Moon prenderà stabilmente la guida del gruppo.

Sembra incredibile che dopo un album del genere un gruppo possa avere ancora qualcosa di importante da dire, ma sarà proprio così. Ci saranno ancora delle pietre miliari da consegnare ai posteri. La canzone Wish You Were Here, dall’album omonimo (1975), ne è un fulgido esempio. Ma soprattutto c’è l’altro, immenso, inarrivabile capolavoro: The Wall (1979) il manifesto definitivo di Roger Waters, disco personalissimo e universale a un tempo, su isolamento, separazione, alienazione, ferite personali e traumi di un’educazione oppressiva. In quel periodo è ormai Waters a dettare legge nel gruppo. Ha licenziato Wright, reo secondo lui di non impegnarsi abbastanza (sarà riassunto come turnista per i tour che seguiranno) e i Pink Floyd saranno soprattutto cosa sua fino a quando uscirà dalle loro fila. Due anni dopo The Final Cut (1983) li lascerà ufficialmente, dichiarando esaurita l’esperienza del gruppo.

Evidentemente, Gilmour e Mason non la pensavano così. Un’aspra causa legale fra loro e Waters darà ragione ai primi. Potranno continuare a usare il nome Pink Floyd e troveranno proprio in Gilmour la figura di riferimento per l’ultimo lungo tratto della loro carriera, quello degli album A Momentary Lapse of Reason (1987) e The Division Bell (1994). È l’era dei megaconcerti come quello a Venezia nel 1989, dei tour enormi e dalla spettacolarità inarrivabile, immortalati da album dal vivo come Delicate Sound of Thunder (1988) o Pulse (1995).

Anche fuori dai Pink Floyd, la cui avventura si è conclusa sembra in modo definitivo con la pubblicazione nel 2014 dell’album The Endless River, contenente materiale risalente ai tempi di The Division Bell, Gilmour non ha mai smesso di fare musica. Ha collaborato con altri numerosissimi grandi e curato una carriera solistica, iniziata già mentre i Pink Floyd erano in attività. Il suo disco più recente, Rattle That Lock, è stato pubblicato nel 2015 mentre da poco è uscito come singolo Yes, I have Ghosts. Al brano, finora disponibile solo nell’audiolibro realizzato dalla moglie Polly Samson A theatre for Dreamers, ha collaborato all’arpa e alla voce anche Romany, una degli otto figli che Gilmour ha da due differenti matrimoni.  

Oggi Gilmour si gode un’esistenza sostanzialmente lontana dai riflettori circondato dall’affetto della sua famiglia e, fino a poco tempo fa, anche dai suoi amati e innumerevoli strumenti musicali. 126 di questi, comprese chitarre storiche dell’era Pink Floyd fra cui la mitica Black Strat, sono stati messi all’asta e venduti nel 2019. I 21 milioni di dollari di ricavato sono andati a ClientEarth, studio legale no profit che dedica le sue energie alle cause legate all’ambiente. Non è certo la prima volta che Gilmour compie azioni concrete a favore di ciò che gli sta a cuore, come quando l’estemporanea reunion dei Pink Floyd sul palco dell’evento Benefico Live 8, organizzato nel 2005 per combattere gli squilibri fra le nazioni ricche e povere del pianeta, ha avuto come conseguenza un enorme incremento delle vendite di Echoes: The Best of Pink Floyd. Gilmour ha dato in beneficienza tutti i suoi proventi.

Syd Barrett se ne è andato nel 2006. Il tastierista Richard Wright lo ha seguito nel 2008. Nel frattempo le vecchie fratture sembrano essersi ricomposte, prima fra tutte quella con Roger Waters: Gilmour ha perfino suonato, come ospite a sorpresa, in una delle date della tournée di The Wall che Waters ha portato in scena nel 2011.

La quiete della natura in cui da tempo è immerso sembra così rispecchiare quella di una meritata condizione interiore. Nonostante qualche polemica lo scorso anno per la costruzione della nuova villa sul lungomare inglese di Hove, proseguita anche durante il lockdown, a circondare Gilmour c’è un’aura di pace amplificata dai luoghi dove abita o ha abitato, dalla fattoria nel Sussex, alla celebre barca/studio galleggiante ancorata sul Tamigi, all’assolata isola di Rodi, in Grecia, dove per anni ha posseduto una magnifica dimora.

Fiumi, mari, campagne. In questi paesaggi risuona quel senso di tranquillità che David Gilmour ha infuso spesso nella sua musica, entrata a far parte della vita di milioni di persone. Una tranquillità e una quiete che però, come un delicato suono di tuono, hanno una forza enorme.

Fabrizio Coli
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