Il David Bowie di metà anni ’70 oscilla pericolosamente fra esplosione e implosione. Vive negli USA in isolamento volontario - prima a New York, poi a Los Angeles, sulla costa opposta - e a un consumo di cocaina a dir poco smodato abbina un’alimentazione consistente solo in latte e peperoni.
In California arriva a non dormire fino a sei notti di fila, e l’ossessione che nutre per la magia nera accresce la sua paranoia. Qui storie e dicerie abbondano. Cose tipo: Bowie terrorizzato dai sortilegi che abbassa le tende di casa, accende candele, disegna simboli esoterici; Bowie rapito da due streghe (in realtà una coppia di groupie che condividevano i suoi passatempi tossici, si scoprirà); Bowie che richiede un esorcismo. Spinti sempre più verso il limite, corpo e mente sono sul punto di crollare.
Una parentesi un filo più sana la forniscono le riprese de L’uomo che cadde sulla Terra, di Nicolas Roeg. In quei tre mesi nel New Mexico, si dà una ripulitina e la sua forma migliora. Avido lettore, si è portato con sé 400 libri: tra questi, testi sul misticismo e l’occulto, attraverso i quali continua ad alimentare il suo esasperato interesse per la materia.
Dalla recente esperienza cinematografica gli resta cucito addosso il personaggio di Thomas Jerome Newton. Ne mantiene acconciatura e abiti, e nasce così il Sottile Duca Bianco, la sua nuova incarnazione. Del resto lo sappiamo, con le figure extraterrestri aveva già una certa dimestichezza.
Il compleanno di David Bowie (Cip Cip, Rete Tre)
RSI Cultura 08.01.2026, 15:20
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Giungiamo così a settembre 1975, quando il Duca, assieme al fido Carlos Alomar, chitarra ritmica e bandleader, riunisce un gruppo di rodati collaboratori per lavorare a un nuovo disco. Chiama anche alcuni ospiti, tra cui Roy Bittan, pianista della E-Street Band di Bruce Springsteen.
Con il ritorno a Los Angeles la sua vita è tornata a essere il caos di prima, ma l’artista e i suoi musicisti riescono a scrivere e registrare il decimo album della discografia bowiana. Il 23 gennaio 1976 esce Station to Station: sei brani esattamente a metà fra il suono del precedente Young Americans e ciò che arriverà l’anno dopo con Low, primo episodio della “trilogia berlinese”. In questi solchi risuonano soul, funk, pop e rock, mentre le ritmiche richiamano quelle fredde e meccaniche dei gruppi krautrock tedeschi Neu! e Can.
Il titolo dell’LP, ispirato alla Via Crucis, è anche quello della canzone di apertura: dieci minuti in cui i rumori di un treno in arrivo fanno strada a suoni stranianti, inquieti, a loro volta traino per un brano di più facile accesso in cui si annuncia «il ritorno del Sottile Duca Bianco». È proprio lui l’esile filo (letteralmente: era dimagrito fino a pesare 40 chili) che lega i pezzi con il suo crooning disincantato.
Muovendosi su e giù per la scaletta, Golden Years e Stay ancheggiano con i loro groove sexy, in Word on a Wing l’artista sembra aver trovato Dio (ma nessuno sapeva in cosa credesse veramente, ammesso che credesse in qualcosa), mentre TVC15 è uno stralunato rock’n’roll basato su un’allucinazione da LSD dell’amico Iggy Pop, convinto che il televisore si stesse mangiando la fidanzata.
Chiude la succinta quanto pregiata scaletta Wild Is the Wind, standard di Dimitri Tiomkin e Ned Washington già splendidamente interpretato da Nina Simone. Qui Bowie gioca di dinamica: parte leggero e sale d’intensità sul crescendo della musica.
Station to Station indica che una nuova metamorfosi è all’orizzonte. Nello stesso periodo il Nostro sta componendo la colonna sonora de L’uomo che cadde sulla Terra e sperimenta con le apparecchiature elettroniche, influenzato dai Kraftwerk (che ricambieranno citando lui e Iggy in Trans Europa Express). Non se ne farà nulla, ma nelle tessiture atmosferiche di quei tentativi c’è l’embrione del nuovo David Bowie. Che tornerà in Europa per stabilirsi a Berlino Ovest, dove assieme a Brian Eno cambierà ancora una volta le coordinate del rock in tre titoli: Low, Heroes e Lodger.

