David Ragghianti

Altro che Sanremo, le belle canzoni d'autore corrono sul web

Se c’è qualcosa che non puoi non sentire è il profumo che emana una bella canzone. Lo senti anche se sei distratto, anche se stai facendo altre cose, anche se nutri pregiudizi pomposi contro tutto ciò che all’apparenza è leggero e popolare. E allora ti fermi e ti dici, ma cosa ho sentito? Cos’era quel profumo d’ambra e mistero? Quella canzone era davvero bella, talmente bella che ha scalfito la scorza dell’indifferenza, che ha sollevato il velo dell’ottusità.

Vai, cerchi l’autore, il titolo della canzone, e scopri che sia l’autore che il titolo sono radicati nel vento. Appartengono all’inesistenza, non godono di alcuna visibilità nella glassa musicale di oggi, impastata fra il rap, l’indie e il melodico. Allora inizi a capire che stai maneggiando qualcosa di prezioso e di nascosto, forse tanto più prezioso quanto più nascosto.

Non contento della clandestinità dell’artista, ti metti a rovistare sulle piattaforme digitali, e scopri un’infilata di perle inattese. Dal nulla emerge tutta una discografia: Carnival Sissi è il titolo dell’ultimo album, preceduto da altri due lavori: Arcipelaghi e Portland. Non credi alle tue orecchie: la bellezza di quella canzone inattesa, che aveva scalfito la quotidianità di quel giorno facendoti sussultare, non era frutto del caso. Dietro a quella canzone si annida infatti un autore che da un lustro ormai porta avanti una ricerca musicale e poetica di uno spessore notevole, che si inserisce nel solco della grande tradizione cantautorale italiana, ma con più leggerezza, senza magniloquenza, senza compiacimento, senza intellettualismo.

 

Proseguendo la ricerca nel mare magnum di internet, scopri che le perle sonore sono opera di David Ragghianti. David chi? Ragghianti! E chi è? Lui si descrive così: «nasco il 21 marzo a primavera in Toscana. Cuspide tra Pesci e Ariete, fin da piccolo cerco un punto d’accordo tra lo stare sott'acqua e salvare tutta l’umanità in un giorno solo. Ho passato l’infanzia in campagna a piedi scalzi. Ho ereditato da mio padre la passione per la poesia e da mia madre alcuni libri di scrittori sudamericani. Non posso fare a meno di scrivere canzoni, lo faccio dai tempi del liceo. A volte penso sarebbe stato meglio non cominciare mai: le canzoni sono uno specchio, e specchiarsi può essere doloroso; ma poi capisco quanto le canzoni siano terapeutiche per me».

 

Bella anche l’autobiografia! In essa sono condensati gli elementi che connotano le canzoni di Ragghianti. Innanzitutto, la poesia: i testi del cantautore toscano sono infatti zeppi di immagini poetiche. La sensazione è che l’autore, con svagata leggerezza, lasci cadere dentro la trama delle sue canzoni degli aforismi carichi di profondità esistenziale, un po’ come un monaco zen che si diverte a lasciar cadere dei sassolini nell’acqua, guardando le onde concentriche che essi sollevano: «libero dalle mie promesse, dalle prodezze che non servono più», «guardo e respiro», «mi diverte con te la strada del ritorno», «sarebbe come stupirsi per sempre, e non ricordare il passato», «hai bisogno di un filo se hai deciso di entrare», «beata solitudine rimani fra di noi».

 

In secondo luogo, la vita: le canzoni di Ragghianti trasudano vita vera, autentica, intrisa di amori, dolori, ferite, nodi e stupore. Sono canzoni malinconiche, a tratti strazianti, ma che mettono pace. Sono terapeutiche, per lui che le ha scritte e per noi che le ascoltiamo. In esse si canta sia l’inizio che la fine delle cose, con sincerità, con trasparenza, con fiducia. Ma soprattutto con la consapevolezza che ad ogni fine fa sempre seguito un ricominciamento. «Noi siamo da sempre l’inizio, la primavera se vuoi» canta Ragghianti, suggerendo che anche nel dolore più buio s’annida la speranza della rinascita. Del resto, novello Ariel, Ragghianti, sa che i sassi sono in realtà «pietre preziose», e che "a cinque tese sott’acqua", ogni cosa che "deve perire/subisce una metamorfosi marina/in qualcosa di ricco e di strano" (Shakespeare). Di qui l’importanza capitale che ha l'elemento dell’acqua, in tutti i suoi album. Acqua che porta in sé la duplice valenza di grembo materno, luogo in cui rifugiarsi (anche definitivamente) e rigenerarsi, dove nascere o rinascere una seconda volta.

 

In terzo luogo, la natura: nelle canzoni di Ragghianti, il contatto a piedi scalzi (ovvero totale, simbiotico) con la natura è onnipresente. La natura è un rifugio, «un modo di difendersi dal mondo», «un angolo verde aperto solo per noi». Rifugiarsi nella natura significa riconciliarsi con se stessi, guardare dall'alto lo sfacelo urbano senza subirne l’ingiuria. Nella natura Ragghianti ritrova il piacere di guardare le cose con serenità, senza tristezza, senza rancore («erano i prati il paesaggio più caldo»). Ritrova il piacere di respirare, in un’osmosi perfetta tra il corpo e il cosmo: «risalire fino in alto la cima, dove guardo e respiro … sembra un niente tutto quanto l’asfalto, visto dall’alto, visto da qui». Del resto, la natura custodisce in sé l’indicazione di come si potrebbe o, forse, si dovrebbe vivere. E Ragghianti lo sa, lui che si diverte ad immaginarsi un albero, per poter vivere in modo semplice, senza chiedersi perché, senza inseguire ambizioni o fantasie, ma semplicemente restando dove si sono messe le radici, guardando serenamente le proprie ombre: «Se fossimo due alberi, fra tutte le sventure, almeno non ci muoveremmo mai. Beata solitudine rimani fra di noi, in uno specchio d’acqua giocano le nostre ombre». Viene da pensare a Robert Walser, il più grande scrittore svizzero del Novecento, che pure meditò di tramutarsi in albero, perché a differenza dei "poveri, inquieti esseri umani" che sono "sempre di fretta" e "malgrado un'esistenza molto sviluppata restano miseramente attaccati alle loro opacità, ai loro preconcetti", gli alberi "sono muti e non hanno alcun bisogno di essere riflessivi", ma soprattutto "possono vivere senza l'obbligo di chiedersi perché" (Robert Walser).

 

Infine, la musica: Ragghianti, nel suo breve self-portrait, confessa di scrivere canzoni sin da quando andava al liceo. I suoi testi nascono su basi musicali minimali, prevalentemente pop (increspate qua e là da accordi rock e folk), con ritmiche semplici ma non lineari, e con pause che conferiscono talora una swingatura d’antan. Le melodie, per quanto disadorne, sono orecchiabili e accattivanti, quando non ballabili, con passo lento e introspettivo. Melodie che si abbinano perfettamente alle parole e alle emozioni che Ragghianti ci regala, mettendosi a nudo, con sincerità commovente. I modelli potrebbero essere Fabi, Silvestri, il primo De Gregori, ma sono modelli superati nella direzione dell’autenticità. In Ragghianti non ci sono stilemi, non ci sono artifici, non c’è l’eco riflessa di qualcosa di altro o di lontano, ma campeggia una voce calda, che si mette costantemente in gioco, che parla di cose vissute in prima persona, senza paura, con la fiducia di poterle dire con parole esatte: «ci serviva soltanto la fiducia nel dire le cose, quell’urgenza di non ascoltare più l’eco ma di afferrare la voce».

Mattia Cavadini
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