Dorothea Lange

Polvere e sabbia, bambini emaciati, volti stremati: nelle sue fotografie l᾿America più buia

“E così non importa. Perché io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Sarò in tutti posti... dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì. Se Casy aveva ragione, be’, allora sarò negli urli di quelli che si ribellano... e sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta” (John Steinbeck, Furore)

Probabilmente, se fosse vissuta oggi, Dorothea Lange starebbe attraversando le strade più desolanti degli Stati Uniti per documentare con la sua inseparabile macchina fotografica le devastanti conseguenze economiche dell᾿emergenza sanitaria sulle fasce più deboli della società. E, quasi per certo, sarebbe anche lì, tra le migliaia di manifestanti che stanno scuotendo le città americane al grido di “Black Lives Matter”. Ne offrirebbe una testimonianza fotografica genuina e attenta, senza filtri o artifici, com᾿era tipico del suo stile.

Smarrita, sofferente, a pezzi: l᾿America odierna ha molte analogie con quella ritratta da Dorothea Lange tra gli anni Trenta e Cinquanta del Novecento. Pioniera della fotografia documentaristica, la Lange ci ha lasciato una delle più potenti e pregnanti documentazioni del Ventesimo secolo, per questo motivo non bisogna assolutamente mancare la mostra online che il MoMA di New York (temporaneamente chiuso per la pandemia Covid-19) le dedica proprio in questo periodo.

“Occorre usare la macchina fotografica come se il giorno dopo dovessimo perdere la vista”: così la pensava Dorothea Lange. C᾿era nella sua vocazione alla fotografia un᾿urgenza, una volontà di cogliere volti, gesti e situazioni che potessero raccontare con immediatezza e naturalezza gli sconquassi di un Paese in profonda crisi, colpito prima dalla Grande Depressione, poi dal Dust Bowl ‒ le ripetute tempeste di sabbia che causarono ingenti danni ecologici e agricoli nel corso degli anni Trenta ‒ e poi dall’attacco di Pearl Harbor.

Nata a Hoboken, New Jersey, nel 1895, da una famiglia di origini tedesche, Dorothea Lange trascorre un’infanzia non facile, segnata a 7 anni dalla poliomielite che la renderà per sempre claudicante (un evento che “mi ha formato, guidato, istruito, aiutato e umiliato”, dichiarerà), e a 12 anni dall’abbandono del padre, che non rivedrà mai più (in seguito, Dorothea rinuncerà al cognome Nutzhorn per acquisire quello della madre). Nonostante ciò, fin da giovane Dorothea Lange ha le idee molto chiare sul suo futuro: sa di voler fare la fotografa “ancor prima di possedere una macchina fotografica”.

Trasferitasi a New York con la madre e il fratello, dopo il diploma ottiene il suo primo lavoro come assistente del fotografo Arnold Genthe, quindi viene assunta come stampatrice, ritoccatrice e collaboratrice dello studio fotografico Spencer-Beatty, e frequenta il corso di fotografia tenuto da Clarence White alla Columbia University. Nel 1919, la giovanissima Dorothea Lange apre un suo studio fotografico a San Francisco, città dove vivrà per il resto della sua vita. Qui conosce il suo primo marito, il pittore  Maynard Dixon, mette su famiglia e inizia a lavorare come ritrattista. Ben presto, però, si accorge che ciò che le interessa veramente non è in studio, ma là fuori, dove, dopo il crollo di Wall Street del 1929, le strade stanno iniziando a riempirsi di senzatetto e disoccupati. Con una fotocamera Graflex a soffietto, Dorothea Lange comincia a girare per la città ritraendo la gente più umile, le proteste sindacali e gli scioperi. La fotografia intitolata White Angel Breadline, San Francisco, raffigurante un gruppo di uomini in fila per il pane, è uno degli scatti più eloquenti di questo periodo. Il talento e la sensibilità della fotografa vengono presto notati dall’economista Paul Schuster Taylor, suo futuro secondo marito, che le chiede un suo scatto per un articolo; foto che finisce dritta in copertina.

 

In breve tempo, Dorothea Lange viene ingaggiata come fotografa dal Resettlement Administration (poi chiamato Farm Security Administration), organismo federale di monitoraggio della crisi che mira a sensibilizzare l’opinione pubblica e a fornire aiuti agli agricoltori in difficoltà. L’incarico è quello di documentare ogni aspetto della vita rurale americana. Nel 1935, Dorothea Lange inizia così un intenso lavoro di ricognizione sulla condizione di immigrati, braccianti e operai, su quella carovana di contadini disperati che stanno abbandonando le campagne desertificate a causa delle tempeste di sabbia, spostandosi in massa dall’inaridito Midwest verso ovest, soprattutto la California, agognata promised land.

Polvere e sabbia, fattorie decadenti e accampamenti, famiglie sfollate, bambini emaciati dagli occhi curiosi, volti stremati e mani operose vengono colti da Dorothea Lange con naturalezza e trasporto, sono spaccati di una realtà dura e desolante, da cui emergono la fatica e la precarietà, ma anche tanta dignità e forza d’animo. Immagini formalmente perfette ma prive di qualsiasi costruzione o intento estetico. La loro forza è equiparabile a quella delle pagine di Furore (The Grapes of Wrath) di John Steinbeck. C’è una foto in particolare che ottiene un’eco straordinaria e che diventerà emblema della Grande Depressione, nonché un’icona della storia della fotografia: è Migrant Mother, realizzata nel 1936 a Nipomo, California, nei pressi di una coltivazione di piselli. Ritrae Florence Owens Thompson, una donna di 32 anni, insieme ad alcuni dei suoi sette figli. “Vidi quella madre affamata e disperata e mi avvicinai, come attratta da un magnete. Non ricordo come le spiegai perché ero lì e che ci facevo con la macchina fotografica, ma ricordo che non mi fece domande”, racconterà la fotografa anni dopo.

 

Guidata dalla convinzione che mostrare gli effetti dell’ingiustizia e della disuguaglianza sociale possa indurre a una maggiore consapevolezza e a un reale cambiamento, nel 1939 la Lange realizza anche un importante libro-documento, An American Exodus: A Record of Human Erosion, frutto della collaborazione con il marito, che contribuisce con interviste, raccolte di dati e analisi statistiche. Nel 1942, ecco un altro rilevante incarico: in seguito all’attacco giapponese di Pearl Harbor, la War Relocation Authority chiede alla Lange di documentare la deportazione dei cittadini nippo-americani nei campi di internamento in California. Sebbene contraria a queste disposizioni, lei intende mostrare con sensibilità e rispetto il dramma delle innumerevoli persone costrette ad abbandonare le loro case e il loro lavoro. Per anni queste fotografie saranno segretate dal governo.  “Per quanto brutto, il mondo è potenzialmente pieno di buone fotografie. Ma per essere buone, le fotografie devono essere piene del mondo”, scrive la fotografa nel 1952. E certamente nei suoi scatti il mondo appare in tutta la sua bellezza, verità e miseria, senza orpelli né spettacolarizzazione.

Negli anni successivi, Dorothea Lange diventerà membro fondatore della prestigiosa rivista Aperture, realizzerà reportage per LIFE magazine in vari Paesi, lavorerà con Edward Steichen all’ambizioso progetto espositivo e al libro The Family of Man e sarà, infine, protagonista di una grande retrospettiva al MoMA di New York, la prima interamente dedicata una fotografa. Mostra che, purtroppo, non farà in tempo a vedere, stroncata da un tumore nel 1965, all’età di 70 anni.

“In un momento di crisi ambientale, economica e politica come quello odierno, è quanto mai tempestivo e urgente guardare ad artisti come Dorothea Lange, che hanno documentato la migrazione, le politiche del lavoro e le disuguaglianze economiche, questioni che oggi rimangono ampiamente irrisolte. Lange era necessaria ai suoi tempi, ma potremmo averne ancora più bisogno adesso”, osserva la studiosa River Bullock nel catalogo che accompagna la mostra newyorkese ora in corso. Non si può che essere d’accordo. È sempre un buon momento per scoprire e riscoprire un’autrice straordinaria come Dorothea Lange, che per tutta la vita ha dedicato il suo lavoro agli ultimi e agli oppressi, con sguardo sincero e partecipe, spinta da una grande fiducia nel potere del medium fotografico.

Oggi, inoltre, grazie a un affascinante libro intitolato Day Sleeper, pubblicato di recente dalla casa editrice MACK, ci è possibile anche conoscere una parte meno nota della produzione della Lange. L’artista e fotografa statunitense Sam Contis ha infatti visionato per due anni l’ampio archivio di Dorothea Lange, ricavandone una peculiare selezione di immagini pervase di grazia e poesia, fatte di dettagli minimi, gesti, frammenti di vita e momenti privati. Un prezioso lato nascosto di una fotografa infaticabile e appassionata.

Francesca Cogoni
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