Esuberante Dalí

Un ricordo dell’artista catalano

Ho intrattenuto il pubblico per quarant’anni, senza interruzione, in una società mostruosamente cinica e ingenuamente incosciente che gioca il gioco della serietà per nascondere meglio la sua follia. […] rimarrò un genio integrale del mio tempo. E la pittura, la scrittura e tutto il resto sono arti infinitesimali del mio enorme talento.

Al di là della sua vasta e proteiforme produzione artistica e della sua stravaganza, ci sono due aspetti legati alla figura di Salvador Dalí (11 maggio 1904 –23 gennaio 1989) su cui occorre soffermarsi per coglierne appieno la levatura e la grande eco che questo singolare artista del XX secolo ha esercitato ed esercita tuttora, a distanza di 30 anni dalla sua scomparsa, avvenuta a Figueres, suo paese natale, il 23 gennaio 1989 alla soglia degli 85 anni. Due caratteristiche che, sovente, sono comuni a coloro che vengono definiti “geni dell’arte”. Da un lato vi è la capacità innata di precorrere i tempi, di saper interpretare il presente e preconizzare il futuro; dall’altro, l’incontenibile propensione verso la fusione di arte e vita, fino a fare della propria stessa persona un'opera d’arte vivente. Ciò ha reso Salvador Dalí uno degli artisti più influenti, imprevedibili e immaginosi del Novecento.

«Ogni mattina, al risveglio, provo un piacere supremo, il piacere di essere Salvador Dalí». Personificazione di un “enigma senza fine”, come l’ha definito Montse Aguer Teixidor, direttrice dei Musei Dalí, mutuando il titolo di una delle sue opere, l’estroso artista catalano amava piacersi e piacere, sorprendersi e sorprendere. L’eccesso era la sua misura, il successo la sua aspirazione. Narcisista e provocatorio, ambizioso e spiazzante, Dalí ha attraversato il secolo scorso con forza e levità, quasi come una delle immagini ricorrenti dei suoi dipinti: quell’elefante dalle zampe lunghe e sottili che ibrida la grandiosità con la leggerezza. C’è chi lo ricorda per i suoi bizzarri baffi e chi per i suoi “orologi molli”, protagonisti del celebre dipinto La persistenza della memoria, ma la genialità di Dalí ha percorso innumerevoli e insolite vie.

«Excentrique mais concentrique», diceva l’artista di sé, che fin da piccolo aspirava a emergere. «A sei anni, volevo diventare cuoco. A dieci, Napoleone. Da allora in poi le mie ambizioni sono sempre andate crescendo», scrive nella Vita segreta di Salvador Dalí (1942), accattivante autobiografia dove il confine tra realtà e immaginazione si confonde. Dietro questa volontà di distinguersi e questo ego smisurato c’è anche una tragedia familiare che segna la vita di Dalí fin dall’infanzia: la morte del fratello avvenuta nove mesi prima che lui nascesse; fratello che portava il suo stesso nome e che i genitori consideravano un genio. Da qui l’ossessione di essere meglio del primo Salvador Dalí.

Ancora adolescente, l’artista riporta nel suo diario: «Sarò un genio e il mondo intero mi ammirerà. Magari sarò disprezzato e incompreso, ma sarò un genio, un grande genio, ne sono sicuro». Parole lucide e lungimiranti. Dopo studi burrascosi (viene espulso dalla prestigiosa Real Academia de Bellas Artes de San Fernando di Madrid prima di sostenere gli esami finali, perché afferma che nessuno dei docenti ha la competenza per poter esaminare uno come lui), Dalí si dedica alla pittura, con piglio avanguardista e curioso verso ogni forma di espressione artistica, dimostrando ben presto un talento creativo eclettico e complesso. A metà strada tra un genio rinascimentale (ammira profondamente Raffaello, Leonardo e Michelangelo) e un modernissimo sperimentatore, è in grado di destreggiarsi nel cinema come nella moda, nel design e nella scrittura, e soprattutto è abile nel cogliere la forza dirompente dei nascenti mass media, in primis della televisione, e di farne un mezzo di auto-promozione.

Il 1929 è l’anno cruciale per Dalí: a Parigi conosce Joan Miró e tramite lui entra in contatto con il gruppo dei surrealisti guidato da André Breton, al quale si unisce. Ma è anche l’anno in cui incontra la magnetica Gala, al secolo Elena Ivanovna Diakonova, che diventa  sua musa, amante, collaboratrice, moglie, la donna che comprende il suo talento e asseconda le sue follie. «Anziché indurirmi, come avrebbero voluto le leggi della esistenza, Gala riuscì a costruirmi, con la pietrificata saliva della sua fanatica devozione, un guscio che proteggesse la mia nudità eccessivamente tenera. Così il mondo poteva giudicarmi invulnerabile quanto una fortezza, perché esternamente lo ero, ma all’interno restavo morbido, maturavo dolcemente. E il giorno in cui decisi di dipingere orologi, dipinsi orologi molli», leggiamo ancora nell’autobiografia dell’artista.

 

E risale sempre al 1929 anche il cortometraggio Un chien andalou, realizzato con il regista Luis Buñuel, opera che inaugura la cinematografia surrealista e che segnerà la storia della settima arte con quella emblematica e inquietante scena iniziale dell’occhio tagliato dal rasoio. L’anno successivo è la volta del conturbante film L’âge d’or, altra pietra miliare del cinema d’avanguardia a firma Buñuel-Dalí. Ma parallelamente, l’artista prosegue la sua attività pittorica, sviluppando appieno il peculiare “metodo paranoico-critico” da lui coniato, basato su una ri-significazione della realtà attraverso l’utilizzo di immagini rovesciate e doppie, di illusioni ottiche ed elementi visionari. Come lo stesso Dalí dichiara: «In verità non sono che un automa che registra, senza giudicarli e con la maggior precisione possibile, i dettami del suo subconscio: i sogni, le immagini e visioni ipnagogiche e tutte le manifestazioni tangibili e irrazionali di quel mondo oscuro e sensazionale portato allo scoperto da Freud…».

Storia del Surrealismo

Storia del Surrealismo

A cura di Bertrand Denis (Archivi RSI, 1966)

Ma il segno lasciato da Dalí va ben oltre il suo straordinario contributo al movimento surrealista, dal quale viene peraltro congedato perché inviso, soprattutto da Breton, che lo soprannomina Avida Dollars (beffardo anagramma del suo nome). È soprattutto a partire dal periodo trascorso con Gala negli Stati Uniti (1940-1948) che Dalí si cimenta nei più svariati campi creativi e intellettuali e costruisce ad arte il proprio personaggio, pianificando le proprie apparizioni pubbliche, mettendo in scena happening e performance (come la partecipazione al concorso televisivo americano What’s My Line?). Negli anni, collabora con Alfred Hitchcock per il film Spellbound (Io ti salverò), lavora con Walt Disney per un corto d’animazione (Destino), e poi con la stilista Elsa Schiaparelli. E ancora, è testimonial di diverse campagne pubblicitarie, come quella per i cioccolatini Lanvin, disegna mobili, gioielli e il logo dei lecca-lecca Chupa Chups, e nel frattempo la sua pittura risente di un profondo interesse per il progresso scientifico, mosso dal desiderio di carpire il segreto dell’immortalità. Insomma, Dalí non è soltanto un genio dell’arte ma anche del marketing, tanto da diventare naturale riferimento di personalità come Andy Warhol, che gli dedica uno dei suoi Screen Test. Ma non è tutto: grazie all’amico Philippe Halsman, fotografo della Magnum, Dalí è protagonista di una serie di scatti iconici, tra cui la memorabile fotografia Dalí Atomicus, che lo ritrae nel culmine di un balzo, affiancato da tre gatti e da un getto d’acqua sospesi in aria.

L’ultimo periodo della sua vita Dalí lo trascorre nella sua amata Catalogna, dove compera un castello per l’adorata Gala, a Púbol, e si occupa di quella che sarà la sua ultima grande opera d’arte: il Teatro-Museo Dalí di Figueres, sorta di gigantesco autoritratto surrealista e testamento artistico. Visitarlo significa immergersi totalmente nell’immaginazione portentosa e delirante di questo poliedrico maestro della modernità, che senza dubbio è riuscito nell’intento di raggiungere l’immortalità.

Francesca Cogoni
Condividi

Correlati