Faust

Le ceneri di un mito

E’ uno dei grandi miti della cultura occidentale, forse il mito per eccellenza, con la sua ricerca di una dimensione in grado di trascendere l’oscura fatalità biologica consistente nel nascere vivere e dover morire, e quindi non deve stupire che sia stato tramandato di secolo in secolo e di generazione in generazione, in numerose versioni che lo hanno plasmato, modellato e reinventato. Si può dire insomma, operando una variazione sul titolo di un celebre saggio di Benedetto Croce, che non possiamo non dirci faustiani. Perché nessun mito come quello di Faust affonda le proprie radici nell’eterno cuore di tenebra della condizione umana.

Il “Faust” più noto, per le dimensioni monumentali dell’opera e l’enorme quantità di simbolismi che la sostanziano, è ovviamente quello di Goethe, definito dallo stesso autore “incommensurabile” e “occupazione principale”, non solo perché la stesura lo tenne occupato per oltre sessant’anni dal 1771 al 1832. Il Faust reiventato da Goethe, infatti, incarna ed esprime tutte le occorrenze di una vita umana: le speranze, le illusioni, gli interrogativi destinati a rimanere senza risposta.

Cosa c’è “in principio”? Il “Verbo” oppure l’”Azione”? A quale delle “due anime che battono forte nel petto” bisogna prestare ascolto? La vita è fissità oppure eterna metamorfosi? E’ meglio rimanere alla superficie della realtà oppure scendere “alle Madri”? E’ vero che “tutto ciò che è transitorio è soltanto un simbolo”, come si dice verso la conclusione? E “l’eterno femminino”? “Ci innalza” verso l’Assoluto, come affermano i due versi conclusivi, oppure si limita prosaicamente ad “attrarci”, come sosteneva Gregor von Rezzori, commentando con sapido umorismo la contiguità lessicale tra i verbi tedeschi “anziehen” (“attrarre”) e “hinanziehen” (“innalzare”)? Per tutte queste ragioni, il “Faust” del “Sommo di Weimar” è veramente il “Faust” per eccellenza. Perché nessuno ha lavorato sul mito operando una variazione così sostanziale.

E’ molto rivelatore, in questo senso, un simpatico aneddoto, sicuramente un po’ sceneggiato ma a quanto pare rispondente al vero. Negli ultimi anni di vita, Goethe aveva assunto una specie di segretario personale che rispondeva al nome di Johann-Peter Eckermann. Dopo la morte di Goethe, il fido Eckermann raccolse le proprie memorie in un libro dal titolo “Conversazioni con Goethe” e raccontò tra l’altro il seguente dialogo: «Maestro, ho appena finito di leggere il vostro “Faust”! Un vero capolavoro! Ma, ditemi, qual è il significato più recondito?». Al che, l’anziano Goethe si alzò dalla scrivania, scrutò in volto Eckermann e infine, dopo una lunga pausa, si limitò a sussurrare: «Veda, mio caro Eckermann, se solo lo sapessi…».

Il “Faust” di Goethe è lo snodo principale di un più ampio e differenziato “discorso”, un vero e proprio genere letterario che comincia molto prima del personaggio storico di Faust (la cui prima comparsa è del 1587 nell’opera anonima “Historia del dottore Johann Fausten”), con la leggenda di Cipriano che evoca i demoni, poi si innamora di Giustina, diventa cristiano e finisce sul rogo, consegnando idealmente il testimone alle varie rielaborazioni che hanno caratterizzato lo scontro tra Riforma e Controriforma e sono confluite nei teatri di marionette, dove sono state raccolte soprattutto da Marlowe, Spies e Calderón de la Barca. Il personaggio di Goethe riprende e fonde la rilettura in chiave cattolica di Calderón e quella di impronta barocca di Spies e Marlowe, declinando il tutto con l’aggiunta delle suggestioni dell’illuminismo, del romanticismo e del classicismo. Il quasi coevo “Faust” di Lenau segna invece il momento puramente romantico del mito. E’ anche il momento di massima drammaticità, che in seguito comincerà ad assumere screziature sempre più neutre, non senza tratti grotteschi e perfino ridicoli (basti pensare ai copisti Bouvard e Pécuchet di Flaubert, con la sete faustiana di conoscenza che diventa contrassegno della stupidità universale).

E’ il caso soprattutto di Heinrich Heine, che trasforma l’intera vicenda in una ballata, destina Faust alla dannazione (perché nell’epoca moderna gli dei “sono in esilio”) e arriva perfino a capovolgere in maniera molto “canaille” il senso dell’“eterno femminino” e della coppia di verbi “anziehen”/“hinanziehen”, facendo di Mefistofele una diavolessa, la conturbante Mefistofela. Anche a questo proposito, vale la pena di ricordare un aneddoto molto rivelatore: nel 1824, il ventisettenne Heine, giovane poeta di straordinario talento ma dalla reputazione piuttosto dubbia, compì un lungo viaggio che da Gottinga lo condusse a Weimar, al Palazzo dei Duchi, dove l’anziano Goethe stava lavorando all’ultima parte del “Faust”. L’incontro, a quanto sembra, fu molto breve, qualche parola di circostanza e nient’altro. Goethe ha fretta di congedare l’ospite, gli consegna un piccola medaglia a ricordo dell’incontro (come faceva con tutti i visitatori), e infine si rivolge in questo modo al giovane Heine: «E mi dica, a cosa sta lavorando in questo periodo?». La risposta non si fa attendere: «Al “Faust”, signor Goethe…». Sulla reazione di Goethe non sappiamo nulla. Sappiamo, invece, che il “Faust” di Heine, uscito venticinque anni dopo, è non solo una velenosa quanto geniale parodia del capolavoro di Goethe, ma anche un’opera di vibrante attualità, che inaugura per così dire la stagione moderna di un mito che ormai non è più un mito.

L’unica eccezione è rappresentata dalla reinvenzione “disperatamente tedesca”, ma non priva di una sottile ironia,  del “Doctor Faustus” di Thomas Mann, ma già in Paul Valéry e ne “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov il mito si sfrangia, perde consistenza e affoga nello scetticismo del “secolo breve”: Faust è un individuo disincantato che non aspira più a nulla, mentre il diavolo è un’essenza vaga e sfuggente, priva di contorni, probabilmente non esiste e comunque è un po’ patetico e fuori moda. In un bellissimo racconto di Giovanni Arpino, “Il professor Faust”, del 1973, Faust è un noto neurochirurgo al quale Mefistofele, ridotto ormai a «ombra riluttante e contorta», chiede la restituzione della vecchia carta del famoso patto, per portarsela negli inferi quale souvenir di un tempo lontano («Laggiù è solo silenzio. Non posso nutrirmi di silenzio»). Ma il professor Faust non ricorda di aver mai firmato una simile carta e alla fine rinchiude il povero Mefistofele in un cranio malato, che poi è quello di tutti: «Vedi le zone grigie e quelle più scure? Accomodati. E’ il tuo loculo. Ti archivio qui dentro. Dovrebbe piacerti».

Nel “Grande Sertão” di João Guimarães Rosa, del 1956, il protagonista Riobaldo, un capobanda di fuorilegge degli altipiani del Brasile e dei grandi spazi delle “veredas”, si sente costantemente inseguito dal Tentatore e una notte decide di sfidarlo, attendendolo ed evocandolo nell’oscurità di una remota brughiera. Ma il diavolo non si presenta, perché non esiste, perché non è altro che il nulla che insidia e nega la vita. Riobaldo tiene fisso lo sguardo nel vuoto, ricavandone l’unica salvezza possibile, molto affine ma anche molto diversa da quella del Faust di Goethe, rigenerato dall’aurora. Perché il senso della sua vita e della sua odissea, «perduto nell’andirivieni delle cose», comprende anche quel nulla e quel vuoto e forse vi corrisponde totalmente.

Ma l’estrema incarnazione di Faust, che riassume tutto il mito e insieme lo trascende, è forse presente in un tardo frammento di Italo Svevo, dove si parla del “vecchione” che a mezzanotte, prima di coricarsi a fianco della moglie Augusta, pensa che potrebbe apparirgli Mefistofele e proporgli l’antico patto. C’è però un problema: cosa chiedergli in cambio? Perché ormai si sa che  “grigia è ogni teoria” e “tutto ciò che è transitorio” non è un “simbolo”. E’ soltanto transitorio: «È l’ora in cui Mefistofele potrebbe apparirmi e propormi di ridiventare giovine. Rifiuterei sdegnosamente. Lo giuro. Ma che cosa gli domanderei allora io, che non vorrei neppure essere vecchio e che non desidero morire? Dio mio! Com’è difficile di domandare qualche cosa quando non si è più un bimbo. È una fortuna che Mefistofele per me non si scomoderà. Ma se pur avvenisse, ora che debbo attraversare il corridoio buio per recarmi a letto, gli direi: Dimmi, tu che sai tutto, quello che debbo domandare. E gli abbandonerei l’anima solo se m’offrisse una cosa molto nuova, una cosa che mai conobbi, perché non vi sono giorni della mia vita che vorrei rifare, ora che so dove mi condussero. Non verrà. Io lo vedo seduto nel suo inferno che si gratta la barba imbarazzato. Ecco che debbo a queste annotazioni il conforto di ridere al momento di recarmi a letto. E Augusta borbotterà, destata solo a mezzo: Ridi sempre tu, anche a quest’ora. Beato te».

Mattia Mantovani
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