Self-Deceit # 1, 1978
Self-Deceit # 1, 1978 (© Courtesy of Charles Woodman; Estate of Francesca Woodman)

Francesca Woodman

Fotografia tra presenza ed evanescenza

“Am I in the picture? Am I getting in or out of it? I could be a ghost, an animal or a dead body, not just this girl standing on the corner… ?”. Nel realizzare le sue fotografie intrise di perturbante bellezza, Francesca Woodman non cessava di interrogarsi, di mettersi in gioco, di scrutare dentro e fuori di sé. E anche noi, oggi, nell'osservare ammirati il suo lascito fotografico, non possiamo che porci innumerevoli domande: c'è sempre qualcosa di sfuggente, di impalpabile, di recondito negli scatti di questa giovanissima e talentuosa fotografa, scomparsa all'età di 22 anni il 19 gennaio 1981.

Nata a Denver, in Colorado, figlia di un pittore e di una ceramista, Francesca Woodman si avvicina prestissimo alla fotografia: il suo primo scatto (Self-portrait at thirteen) risale all'età di 13 anni. Lo realizza ad Antella, nei pressi di Firenze, dove è solita trascorrere le estati con la sua famiglia. Woodman si autoritrae seduta all'estremità di un divano, con il volto completamente nascosto dai capelli e un braccio che si allunga per tenere il cavo connesso alla fotocamera. Un selfie con bastone ante litteram, ma senza quella vacuità e quel narcisismo che contraddistinguono la maggior parte degli autoscatti digitali odierni. Vi troviamo, invece, una precoce consapevolezza e personalità, e l'intenzione, poi sviluppata negli anni successivi, di fare del proprio corpo l'oggetto e il soggetto dell'azione fotografica, svelandolo e celandolo al contempo. Da questo momento in poi, Francesca Woodman non abbandonerà più la fotografia: sarà il suo mezzo prediletto attraverso cui inscenare le proprie personali visioni e misurarsi con il mondo. In soli nove anni, darà vita a un corpus di opere ampio e singolare, dimostrando una grande capacità innovativa e sperimentale e una maturità stilistica straordinaria per la sua età. Una fonte di ispirazione per molte artiste e fotografe che verranno dopo, come Cindy Sherman, Sophie Calle e Nan Goldin. 

 

Incoraggiata a coltivare l'arte e la creatività fin da piccola, nel 1975 Francesca Woodman si iscrive alla prestigiosa Rhode Island School of Design di Providence, mentre tra il '77 e il '78 è a Roma grazie a una borsa di studio. Sono questi gli anni più fertili e intensi della sua breve parabola artistica. Woodman trova nella capitale italiana un clima stimolante e accogliente. Frequenta regolarmente la libreria Maldoror, specializzata in pubblicazioni rare e fuori commercio, soprattutto sul Surrealismo, e l'ex Pastificio Cerere, un edificio abbandonato che funge da laboratorio e ritrovo di artisti. È in quest'ultimo spazio che ambienta molte delle fotografie di questo periodo. Immagini in cui Woodman, autrice e modella, esprime già un linguaggio ben definito, basato su alcune caratteristiche ricorrenti: la scelta del piccolo formato e del bianco e nero; l'utilizzo di pochi elementi fortemente evocativi e non convenzionali (specchi, maschere, conchiglie, vecchi arredi, anguille…); la volontà di posare spesso nuda, o con indosso abiti vintage, in scenari decadenti e desolati.

Due serie fotografiche di questa parentesi romana colpiscono l'attenzione in modo particolare: una si intitola Self deceit (1978) e vede Francesca Woodman, nuda, interagire con uno specchio all'interno di una stanza dalle pareti scrostate; l'altra è Angel (1977), dove appare come una creatura eterea, che abita lo spazio in modo evanescente, grazie all'uso sapiente di espedienti come la doppia esposizione e tempi di posa lunghi. Questa dicotomia tra presenza e assenza, apparizione e sparizione è tra i punti cardine della grammatica fotografica di Woodman. Osserva bene Marco Pierini nel saggio Dialogo a una voce (in AA.VV., Francesca Woodman, Silvana Editoriale, 2010): “Confondersi con le cose non equivale a nascondersi ma a  rivelarsi appieno, dissolversi nella luce a ribadire un senso di intima unione col mondo, mostrarsi attraverso il riflesso dello specchio a perfezionare la percezione di sé (non necessariamente semplificandola però, come suggerisce il titolo Self deceit)”.

Sfocata, oscurata, camuffata, parzialmente celata o frammentata, la figura di Woodman è sempre inquieta, in bilico tra dimensione quotidiana e onirica, tra indagine interiore ed esperienza del mondo circostante, in un continuo oscillare fra visibile invisibile, realtà e allucinazione. L'effetto è disturbante e ammaliante al tempo stesso.

Quelli di Francesca Woodman non sono semplici autoritratti. Sono immagini che si svincolano dalle consuete coordinate spazio-temporali, pervase da un affascinante senso di sospensione. Sono messinscene dalla forte impronta performativa e scenografica, che ci mostrano una costante e profonda ricerca di trasformazione e di libertà.

 

“Io vorrei che le mie fotografie potessero ricondensare l'esperienza in piccole immagini complete nelle quali tutto il mistero della paura o comunque ciò che rimane latente agli occhi dell'osservatore uscisse, come se derivasse dalla sua propria esperienza”, dichiara l'artista. Quando si mimetizza con la carta da parati di un interno disadorno, o si fonde con uno sfondo naturale (splendide le immagini ambientate in un bosco di betulle presso la MacDowell Colony, dove le sue braccia protese verso l'alto sono rivestite di corteccia, come una moderna Dafne), Francesca Woodman sta facendo del suo corpo una materia plasmabile, sta giocando con la propria identità/alterità. E quando le chiedono come mai ricorra così sovente all'autorappresentazione, risponde giustamente: “È una questione di convenienza. Io sono sempre disponibile”.

Dopo il soggiorno romano e il diploma alla Rhode Island School of Design, nel 1979 la giovane fotografa si trasferisce a New York con alte aspettative. Continua a innovare il suo linguaggio, sperimentando anche il grande formato, la tecnica della diazotipia e la stampa a colori, dando vita a lavori di notevole suggestione. Affermarsi professionalmente nella grande metropoli, però, non è semplice. “Ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate”, scrive Woodman prima di togliersi la vita,  lanciandosi dall'ultimo piano di un palazzo di Manhattan. Pochi anni più tardi, la sua opera verrà “ri-scoperta”, diventando oggetto di un'intensa analisi critica e di numerose mostre in tutto il mondo.

A quarant'anni dalla sua scomparsa, Francesca Woodman rimane una delle fotografe più originali e influenti del secondo Novecento. Un'artista dallo sguardo lirico, magico e inafferrabile.

Francesca Cogoni
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