Hölderlin e “Diotima”

Eternamente felici, eternamente infelici

In un celebre passo del “Fedro”, poi ripreso con alcune variazioni anche nel “Timeo”, Platone lo aveva definito “entusiasmo”, che letteralmente significa “invasamento divino” e costituisce il presupposto della creazione artistica, più nello specifico dell’afflato poetico. Platone lo considerava molto pericoloso, e forse non aveva tutti i torti, soprattutto se si pensa a tutti i poeti, grandi e grandissimi, che si sono avvicinati troppo alla sua fiamma e ne sono rimasti scottati. Uno di questi, il più grande di tutti, si chiamava Friedrich Hölderlin.

Anche per Hölderlin, infatti, esattamente come per il primo Goethe, non c’è «fiamma che non si possa domare», la vita deve coincidere col Tutto, con l’Assoluto, perché il Tutto è l’Uno e l’Uno è il Tutto, in caso contrario non è degna di essere vissuta. Le stelle o il nulla, senza via di mezzo, come dirà Kleist. Ma la via di mezzo non esiste, non è mai esistita: per una specie di proprietà transitiva, se così la si può definire, il giovane Werther si uccide e permette al giovane Goethe di salvarsi, Kleist si suicida e sulla mente di Hölderlin, cordialmente odiato da Goethe (che in un fatale incontro del 1797 lo trattò con gelida arroganza), cala la tenebra della follia.

Ma la follia può anche essere l’estrema salvezza o forse l’unico territorio realmente abitabile, come fece notare un secolo dopo Robert Walser, che per molti versi ripercorse il cammino di Hölderlin e ne condivise l’approdo. Il brano, del 1926, è tratto da un pezzo in prosa dal titolo “Il cinquantesimo compleanno”: «Hölderlin giudicò conveniente, e quindi riguardoso, rinunciare a quarant’anni di età al proprio sano intelletto. In questo modo, offrì a molte persone l’occasione di compiangerlo nella maniera più dilettevole e gradevole. La commozione è una cosa che fa molto bene alla salute, e quindi è bene accetta. Versare lacrime sul destino di un uomo grande e nello stesso tempo infelice: com’è bello!». Va da sé che l’ironia, urticante e velenosa, è tutt’altro che involontaria.

Sarebbe in effetti molto “dilettevole e gradevole” compiangere Hölderlin esclusivamente quale vittima dell’entusiasmo e dell’invasamento divino. Ma la causa remota della sua follia è in realtà da ricercarsi nel legame sentimentale che pressappoco nello stesso periodo dell’incontro con Goethe, tra il 1797 e il 1798, strinse in un vincolo indissolubile, si vorrebbe quasi dire al di là del tempo e dello spazio, il giovane poeta e Susanne detta “Susette” Gontard nata Borkenstein, poi eternata come “Diotima” (dal nome della sacerdotessa di Mantinea che nel “Simposio” di Platone spiega a Socrate il significato e l’origine di Eros, figlio di “Poros” e “Penia”, l’“abbondanza” e la “mancanza”) nel romanzo epistolare “Iperione” e in una serie di incomparabili liriche. Il carteggio di Hölderlin e Diotima, per quanto piuttosto scarno (molte lettere non si sono conservate), è indiscutibilmente uno dei grandi carteggi d’amore della storia letteraria.

Eppure le circostanze che fanno scoccare la scintilla, e lo sfondo sul quale si svolge la vicenda, sono all’apparenza quanto di più triviale, con tratti degni di una “chronique scandaleuse”: la lussuosa magione di un ricco banchiere di Francoforte, Jakob Friedrich Gontard, un giovane precettore/poeta che viene chiamato per impartire un’educazione ai figli (cosa che fa con estrema passione e assoluto rigore) e si innamora perdutamente -ricambiato- della moglie e madre, forse un po’ “refoulée”, sicuramente dotata di un bruciante “entusiasmo” e di uno spiccato temperamento lirico. Vita, Amore, Poesia, Assoluto, Uno e Tutto: il corto circuito -o il sillogismo, se si vuole- è piuttosto evidente.

Ci si potrebbe perfino sentire in diritto di chiamare in causa Stendhal e di utilizzare la sua celeberrima nonché canagliesca classificazione dell’amore, se non altro perché Hölderlin/Iperione e Susette/Diotima hanno sicuramente vissuto almeno due delle quattro tipologie di Eros fissate da Monsieur Beyle: l’amore passione e l’amore capriccio. Rimangono invece forti dubbi sull’amore fisico (Susette non era una «una giovane e bella contadinotta che fugge nel bosco», e il quasi ascetico Hölderlin non aveva «sedici anni» e nemmeno la «passione per la caccia») e sull’amore di vanità, perché il loro legame voleva essere proprio la negazione di ogni vanità.

Quanto al finale, sembrerebbe perfino degno di un vaudeville o di una pochade, perché il marito intuisce che tra i due c’è qualcosa e il precettore viene cacciato in circostanze poco chiare. Ma non è il vero finale, e soprattutto non è la morte del loro amore. Molto semplicemente perché non c’è finale e non c’è morte. Non, almeno, nel senso tradizionale e banale del termine, come del resto presagito da Hölderlin nei versi finali di una poesia del 1798 indirizzata all’amata e ovviamente intitolata “Diotima”, qui nella versione di Enzo Mandruzzato: «Ma il tempo sana. E gli Dei sono forti, / veloci. La Natura non rivendica / già l’antico diritto suo di gioia? / Prima che affondi, amata, il nostro tumulo, / ecco, è avvenuto. Il mio canto mortale / scorge il giorno che prossima ti nomini / agli Dei, con gli Eroi: il giorno che ti eguaglia».

Nella sua tensione verso “il giorno che ti eguaglia”, l’amore tra Hölderlin e Susette Gontard, come emerge chiaramente dalle sparute ma densissime lettere e dalle molte testimonianze dell’epoca, sfugge a qualsiasi classificazione e definizione, al punto che forse non è nemmeno possibile utilizzare termini come “inizio” e “fine” per circoscriverlo. Anche perché nessuna storia, men che meno quella tra Hölderlin e Diotima, ha un vero e proprio finale. L’unico finale, come ricordava giustamente Ennio Flaiano, lo scrive sempre il tempo.

Dopo la fine della relazione, i due si vedranno poco, e solo di sfuggita. Lui abbandona Francoforte e ripara nella vicina Homburg, poi trova un impiego come precettore a Bordeaux, dove nel giugno 1802 viene raggiunto dalla notizia che Susette è morta di rosolia a soli trentatré anni. Lui di anni ne ha trentadue, e di lì a poco sceglierà di seguirla almeno idealmente, cercando e trovando rifugio nella follia, in una sorta di dimensione senza tempo. Non prima, però, di aver fissato in alcune tra le più grandi liriche di tutti i tempi la medesima verità -che forse è la verità di Eros figlio di Poros e Penia, dell’Uno-Tutto, e in definitiva della vita stessa come dovrebbe essere (e non è mai)- evocata in una delle ultime lettere: «Una natura come la tua, dove tutto è unito in intimo, indistruttibile, vivo legame, è la perla dell’epoca, e chi l’ha conosciuta, e sa che la sua felicità, celestialmente innata, è anche la sua infelicità più profonda, quegli è eternamente felice ed eternamente infelice».

Mattia Mantovani
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