Divina Commedia, Genova XV secolo, Manoscritto Holkham misc. 48
Divina Commedia, Genova XV secolo, Manoscritto Holkham misc. 48 (Courtesy Bodleian Library, University of Oxford)

Il Dante ulteriore

La letteratura è visione

Ho sentito Alessandro Barbero – storico ma anche fine letterato – ricordare che Dante aveva forse avuto visione del suo mondo infero in sogno, che forse la sua non fu una elaborazione a tavolino ricalcata sui modelli teologici in voga nel Medioevo, ma un vero e proprio afflato profetico.

Naturalmente non si avrà mai conferma che a fondamento della Commedia fu una visione. Ma certo l’osservazione di Barbero ci induce ad alcune considerazioni che tornano a fare di Dante l’indiscusso precursore – forse addirittura il sommo inventore – di che cosa abbia da intendersi per letteratura.

Il Dante “scolastico” – soprattutto il Dante della cantica più trattata, l’Inferno – è stato dissezionato in tutte le possibili sfaccettature. E delle memorie liceali conservo ancora l’impressione, a suo modo sconvolgente, che del suo poema-mondo si potrebbe in definitiva parlare all’infinito.

Ma in chiave strettamente narratologica – immaginando cioè che Dante possa essere riconosciuto come un possibile “romanziere” ante-litteram – il discorso sulla sua figura non ha quasi mai alluso ad almeno un dato: che forse Dante ha inaugurato il principio secondo cui non esiste forma d’arte – e di converso forma di racconto letterario – che non miri alla rappresentazione di un mondo altro, ovvero che non accolga la visione di quella che potrebbe essere chiamata ulteriorità delle cose.

Abitudine vuole che simile ulteriorità sia generalmente intesa, nel caso di Dante, come un’istanza esclusivamente religiosa, o nel migliore dei casi morale. Si tende cioè a ritenere che a fondamento della sua opera, a scaturigine della sua visionarietà, sia il desiderio o l’urgenza di offrire all’amata Beatrice la propria personalissima rappresentazione di che cosa vada intesa per verità cristiana in senso supremo. Ovvero che il senso ultimo di quel grandioso gesto privato fosse delineare, con maniacale puntigliosità, il ritratto della sua dirittura morale e religiosa.

In questo quadro Dante sarebbe – e verosimilmente è anche – il massimo cantore della sua e della migliore etica medievale.

Ma in un quadro più prosaicamente narratologico – laddove l’urgenza del Poeta non è solo sentimentale e religiosa, non è solo rivolta al mondo ma estorta in primo luogo al proprio assillo creativo – la Commedia si presenta come una sorta di manifesto poetico di che cosa abbia da intendersi per senso ultimo della letteratura: mostrare che la realtà non si chiude, non si esaurisce, nella sua evidenza reale, ma esplica il massimo della propria essenza e delle proprie potenzialità appunto nella sua ulteriorità.

Letto in quest’ottica, Dante non è allora solo il testimone del suo tempo ma il precursore incontrastato di quella che dalla Commedia in poi – fatti salvi i debiti che il Fiorentino aveva con autori classici come Omero o Virgilio – è rimasta la vocazione segreta di tutta la letteratura: dimostrare che il mondo non si esaurisce nel mondo, dimostrare che la letteratura è la voce dell’oltremondo – ovvero di quanto in natura il mondo non svela di sé – più di quanto sia, pur essendo anche questo, la voce del mondo.

Dal 1300 ai nostri giorni, se osservato in questa griglia, ci accorgiamo pertanto che Dante – l’impianto stesso, fisico, della sua Commedia – continua a risuonare in tutte le opere maggiori della letteratura occidentale. Dante in quanto urgenza di varcare i confini del visibile è nell’intera produzione intimistica, Dante è nella letteratura onirica e poi surrealistica, Dante è nella letteratura di viaggio, Dante è nelle grandi opere caricaturali e simbolistiche, Dante è nel futurismo, Dante è nel realismo magico, Dante è nel flusso di coscienza e via elencando.

E certamente Dante è nella vocazione di qualsiasi opera letteraria, passata e presente, di dare forma tangibile, forma vivibile – di dare l’aspetto di una sua reale possibile esistenza, di dare una terra abitata e abitabile – all’Utopia.

Senza Dante, senza la sua immensa visionarietà, non avremmo forse contezza che il nostro motore ultimo – per sopportare le pene d’amore come gli sforzi in nome della giustizia, della libertà e della rivoluzione – è quell’ulteriorità utopica senza la quale non saremmo che miserrimi abitatori dell’ovvio.

Marco Alloni
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