Jisei: poesie d'addio

L'ultima poesia, prima di morire

C’è un gesto, breve e risoluto, che continua a reiterarsi nel tempo in un ritmo ondoso. Una tradizione che forse una sola cultura ha saputo coltivare con tanta persistenza e devozione. Da oltre mille anni là si afferra un pennello tra le dita per solcare gli ultimi segni, pochi versi tracciati sulla carta come a dissigillare l’incanto della vita, dischiudendo così la bocca all’ultimo spiro.

Millenaria è la tradizione del jisei nella cultura nipponica. Poeti, monaci e samurai, pittori e cultori del sapere e della forma si concentrano sulla parola scritta quando il mondo tutt’intorno inizia, silenziosamente e inesorabilmente, a svanire. Quando tutto va perdendosi, l’estremo lascito si condensa in una poesia. Breve, semplice, ma che contiene l’essenza umana: «Poeticamente abita l’uomo, su questa Terra» (Hölderlin). Il commiato dalla vita avviene attraverso l’arte del segno, il quale è disegno e parola.

«Breve è la vita, lunga l’arte» (Ippocrate). La morte è la madre della cultura, l’uomo è l’animale che seppellisce i morti, e là vi fonda la tomba, segno e presenza di ciò che è assente. La tradizione del jisei, anche se ha solamente mille anni, non solo affonda le sue radici all’alba delle culture, ma è altresì capace di mantenere, grazie all’essenzialità del gesto, la vicinanza a quelle potenze originarie che generarono la cultura: la coscienza della morte e il segno.

Mai come oggi
ti ho sentito amico,
piccolo cuculo
che m’accompagni
lungo l’erta via dei morti.
Toba Tennō (1156)

Nei secoli sono migliaia i jisei pervenutici. Leggendoli partecipiamo della metamorfosi mitica, poetica ed estetica di un intero popolo, il cui respiro tradisce anche i mutamenti della sensibilità e dell’atteggiamento verso la morte. Comprendiamo che infiniti sono i modi di confronto con la fine, e non solo nelle epoche e nelle culture, ma anche in ogni singolo.

Nei secoli sono migliaia i jisei pervenutici. Leggendoli partecipiamo della metamorfosi mitica, poetica ed estetica di un intero popolo, il cui respiro tradisce anche i mutamenti della sensibilità e dell’atteggiamento verso la morte. Comprendiamo che infiniti sono i modi di confronto con la fine, e non solo nelle epoche e nelle culture, ma anche in ogni singolo.

Quello che non cambia, e che non smette di sorprendere, è che il confronto con la propria morte perdura. Oggi, forse, non più come un tempo, in Occidente è da molto che si cerca di rimuoverlo – alla domanda su cosa pensasse della morte, un personaggio di un film, fiero rispose: «come marxista, è un fatto che non prendo in considerazione» (Pasolini, La ricotta, 1963). Ma la notte torna, e non può non farlo, e il ritorno del rimosso è violento. Un colpo, quando la morte incombe, molto più grave di quel che possiamo sentire nei jisei malinconici e tragici di una giovane malata, oppure nell’amaro rimpianto di un vecchio, che «meglio avrebbe dovuto / abitare la vita» (Ueda Akinari). C’è chi si consola con la compagnia del cuculo, il cui canto preannuncia la morte, lungo il viaggio di là dal mare o dalla montagna che separa il mondo dei vivi dal mondo dei morti. E poi, da qualche parte nel tempo, c’è sempre qualcuno pronto ad affrontare la propria fine con irriverenza, spirito e ironia, non cedendo al pathos dell’estremo addio e lasciando il mondo con un sorriso.

Morire di fame
o rovinato dall’alcol,
trafitto in battaglia
o da amore non fa per me:
se morirò, sarà solo per finta.
Sanjōnishi Kind’eda (1563)
Come le foglie
cade il sogno e senza ritegno:
ultimo peto.
Takaya Kyo’on (1749)

Il crudo umorismo sul disfacimento del cadavere. Qua e là affiora una vena umoristica, dalla quale traspare una certa irriverenza al tema che più di ogni altro impone riverenza. Tema grave, la morte, soprattutto se si tratta della propria; eppure questi autori di kyōka si sfidavano alla minor serietà possibile. Uno spirito, dopotutto, non troppo lontano dal buddhismo zen. Se si chiede a un maestro zen quale sia la cosa più preziosa al mondo, questi risponderà: «la testa di un gatto morto».

Alcuni jisei furono preparati con largo anticipo, affinché si avesse la lucidità per applicare la massima retorica. Altre volte invece venivano scritti al capezzale, per vecchiaia o malattia, o appena prima di praticare il seppuku. Dopo una battaglia, poteva darsi il caso che una poesia fosse rinvenuta nella faretra, e sorprendersi della delicatezza di una composizione che si presentava come documento d’identificazione per il corpo decollato.

Nel limpido silenzio
di questo plenilunio,
vibra l’arpa
del vento tra i pini.
Ma se l’io non esiste
né sono le cose,
chi sente il suono?
Zōsō Rōyo (1276)

La dottrina buddhista della dimenticanza dell’io o dell’identità con le cose è presente in molti jisei. La poesia di Zōsō è un perfetto kōan, in cui la condizione della morte – o dell’illuminazione – appare nella sua impermeabilità al ragionamento. Spesso i jisei, nei maestri zen in particolare, lasciano più che un pensiero un atteggiamento alla vita, e quindi alla morte. Un saggio scrisse: «per imparare a vivere ci vuole tutta la vita e, cosa ancor più stupefacente, ci vuole tutta la vita per imparare a morire» (Seneca, La brevità della vita, Einaudi 2013). Il come si va incontro alla morte dice molto del come si è vissuti. Il priore di un monastero zen, la mattina della morte radunò i monaci in cortile, si inginocchiò, scrisse una poesia, posò il pennello e spirò. Il suo jisei ricalca una massima zen che collima con certe dottrine classiche e cristiane: «nudi siamo venuti, nudi facciamo ritorno».

La mia ombra
mi riaccompagna a casa,
notte di luna.
Yamaguchi Sodō (1716)
La deutzia in fiore:
non vorrei m’impedisca
d’udire il cuculo...
Anzai Senchō (1802)

Giaceva a letto gravemente malata quando un’amica le portò un ramo di deutzia, e la bellezza del ramo, dei fiori e del gesto, non solo distrassero la poeta dalla sofferenza ma, per un istante, zittendo il richiamo del cuculo, la sottrassero alla morte. Quell’istante perdura ancora oggi.

«Lo haiku si esercita per essere efficace come un fendente di spada: riduce al minimo le parole, le quali devono raggiungere il rango dell’indeterminatezza. Fa in modo che «quelle sparute tracce di significato emergano nette dal mare d’indistinto in cui ha affogato tutto il resto dell’universo.» Poiché «ogni determinazione di senso è generata dal vuoto che l’avvolge» (Ornella Civardi, postfazione in Jisei. Poesie dell’addio, SE 2017).

Al lettore occidentale la semplicità disarmante della poesia giapponese pone qualche dubbio, ci aspettiamo originalità, innovazione, complessità, o solennità nell’addio, invece no. La banalità è presente, è essenziale, la morte è banale. Tuttavia è la banalità a suscitare interesse, la sua persistenza la rende assoluta. Sono i frammenti di un istante, di un’immagine potente, per quanto semplice e insignificante possa essere giacché, alla fine, ogni cosa è nulla.

Si spegne il giorno
sulle nebbie in attesa del vento
oltre lo steccato.
Tōgō Chōi (1643)

La poesia «non è altra cosa dalla reverenza per il significato teleologico del limite» (Cristina Campo, Gli imperdonabili, Adelphi 1987). L’ermo colle di Leopardi, e la siepe, «che da tanta parte / dell’ultimo orizzonte il guardo esclude». L’attenzione – e l’attrazione –  verso la vertigine di ciò che sta oltre il visibile ci coglie in un antro antico e profondo. Davanti all’infigurabile morte nasce la ricerca della forma perfetta; non solo poetica, ma etica. L’arte può essere il tentativo di resistere alla morte, non perché la si rimuove ma perché si ha compreso che la morte è la regola della vita.

Akutagawa Ryūnosuke fu tra i maggiori narratori giapponesi del Novecento. Morto suicida a trentacinque anni. Il suo lascito: una poesia di difficile decifrazione; ma oltre a quel haiku lasciò un breve testamento spirituale: «... non so quando mi libererò della paura per risolvermi al suicidio. So solo che adesso il mondo mi appare più bello che mai. Riderai forse di questa mia contraddizione: amare la bellezza del mondo mentre ci si accinge al suicidio. Ma la bellezza del mondo è tale perché la riflettono gli occhi di un uomo già consegnato alla morte».

Nel momento in cui ci coglie profondamente la coscienza dell’imminenza della morte il nostro sguardo si accende, e quello che un attimo prima era un ovattato turbine di vapori, tosto diventa un mondo fulgido. Ciò che ai nostri occhi distratti era banale e scontato nell’abitudine, ora rinasce sotto l’occhio attento in una luce preziosa. Queste poesie, nella loro semplicità, esercitano una forza capace di dissolvere quella paura che più di ogni altra ghermisce il cuore degli uomini: con risolutezza alzano il nostro sguardo verso il muro, lo steccato, il colle, il mare, accogliendo così nella bellezza il calore di una luce familiare, e di quell’ombra che ci ha sempre accompagnati, come la nostra Comare.

Valerio Abate
Condividi

Correlati