Joey Ramone

Miracolo Punk

C’è chi ha detto che hanno salvato il rock’n’roll.  Lo hanno salvato con le loro giacche di pelle nera, i jeans strappati, i capelli lunghi e dal buffo taglio, con gli occhiali scuri e prima di tutto con i loro pezzi rumorosi, veloci, brevissimi, con i loro “one, two, three, four!” e i testi strambi, con la loro perizia da bassifondi. Hanno tolto tutto: via gli orpelli, via i belletti, via l’autoindulgenza tecnica e le facce pulite. Un ritorno alle basi, ai primordi. All’energia grezza di una musica liberatoria e per tutti, soprattutto per chi stava ai margini. Ma se hanno salvato il rock’n’roll, il rock’n’roll ha trasformato quei quattro ragazzi del Queens su cui nessuno avrebbe scommesso un centesimo in leggende della musica “pop” del ventesimo secolo. Anche se tutti i membri originali non ci sono più, i Ramones sono più vivi che mai.

È stato Jeffrey Ross Hyman, meglio conosciuto come Joey Ramone, il primo ad andarsene. Succedeva esattamente vent’anni fa, il 15 aprile del 2001. Un mese dopo, il 19 maggio, avrebbe compiuto cinquant’anni. Se lo è portato via un linfoma con cui combatteva da tempo. Vale per lui e vale per gli altri: parlare della sua vita vuol dire parlare della sua band. Di quel disfunzionale organismo, Joey era il cantante. La targa, “Joey Ramone Place” che la città di New York ha dedicato con affetto e riconoscenza a questo allampanato ragazzo ebreo di Forest Hills, è posta non lontano dal muro dove fu scattata la foto per la copertina del primo disco dei Ramones. Ma la sua eredità e quella del suo gruppo vanno ben oltre. Si trovano ancora oggi nell’infinita schiera di band a cui hanno dato la scintilla vitale, l’ispirazione primigenia, il coraggio di provarci.

C’è una frase, divertente e ispirata, pubblicata sulla rivista Spin e citata spesso: “Il punk esiste a causa della falsa assunzione secondo la quale i Ramones possono essere imitati”. Vuol dire due cose. Primo, che a renderli grandi è stato il fatto che la loro musica fosse così semplice, in grado di far dire a chiunque: “posso farlo anche io”. Secondo, che in questa semplicità erano talmente geniali da essere unici.

Sono stati scritti fior di volumi sulle ragioni culturali e sociologiche che hanno portato all’avvento del punk e al suo impatto sulla cultura di massa. Il genere ha una storia complessa, ha avuto accenti diversi a seconda dei luoghi e dei periodi, più radicali o più disimpegnati. Ma alla metà degli anni Settanta c’era qualcosa che su entrambe le sponde dell’Atlantico trovava terreno fertile nei ragazzi nati dopo la guerra, una gran voglia di dare un taglio al passato prossimo e uno sguardo sul futuro nichilista o per lo meno disincantato, per usare un eufemismo. C’era bisogno di una musica che li rappresentasse, che fosse figlia di quegli stessi contesti urbani e degradati da cui provenivano.  Che fosse loro e per loro.

I futuri Ramones condividono lo stesso quartiere e le stesse passioni, come quella  per gli Stooges di Iggy Pop e il loro suono ruvido, aggressivo, diretto. Oltre a Jeffrey, che inizialmente ricopre il ruolo di batterista, ci sono John Cummings alla chitarra, Douglas Colvin al basso e alla voce e Tamas Erdelyi a fare da manager. Ma Douglas non se la cava un gran che bene a cantare e suonare. E così il gruppo cambia geometria. Tamas va alla batteria, Douglas si concentra sul basso mentre alla voce, finisce Jeffrey, come già aveva fatto in un precedente gruppo chiamato Sniper. Proprio lui che fin da piccolo era affetto da un disturbo ossessivo-compulsivo che lo portava a ripetere gesti e parole, finisce in prima linea. Un cambio radicale che ha quasi del miracoloso.

È il 1974 e per tutti ora sono Joey, Johnny, Dee Dee e Tommy Ramone. Quei falsi cognomi sono pensati per dare l’idea di una compattezza che in realtà la band non avrà mai a livello personale. A fargli da casa è un localaccio, piccolo e sporco nel Lower East Side di Manhattan, allora regno di alcolizzati, drogati, spacciatori, prostitute e travestiti. Quel club entrerà nella storia. È il CBGB’s, che nonostante stia per “Country Blue-Grass Blues”, diverrà universalmente noto come il tempio del punk newyorkese, calderone in cui inizialmente finisce anche gente come i Blondie e Patti Smith. Quando i Ramones salgono su quel palco per la prima volta, il 16 agosto del 1974, ad applaudirli c’è solo un manipolo di sbandati. Ma il gruppo fa colpo, immediatamente, con la sua musica cruda, furiosa e veloce, con quell’aria da gang a metà tra il militaresco e il cartone animato e i set da un quarto d’ora/venti minuti, suonati praticamente senza interruzioni tra un brano e l’altro (a parte qualche discussione sul palco fra i musicisti). Chi c’era non se li scorda più.

Il primo disco, intitolato semplicemente Ramones e uscito nel 1976, cattura perfettamente questa energia. È già tutto là dentro, dall’iniziale Blitzkrieg Bop, con il suo “Hey Ho Let’s Go!” destinato a diventare un motto della band, Beat on The Brat o Judy is a Punk. Canzoni tutte simili, senza proclami politici o anarchici (a differenza di quanto faranno diversi loro colleghi inglesi), condite di ironia e humor nero, spirito dei tempi condensato in due minuti di tiratissime cantilene distorte, rumore e melodia.

Oggi è facile pensare che fosse tutto scritto e inevitabile. I Ramones sono conosciuti universalmente, complici le band che li hanno accompagnati o seguiti e persino quel logo – creato da Arturo Vega – che con il nome del gruppo scritto in semplici e massicci caratteri e l’aquila presidenziale americana rivisitata fa ormai bella mostra di sé su migliaia e migliaia di magliette in tutto il mondo. Ma sebbene siano additati tra i padri fondatori della scena punk, come quelli senza i quali forse non sarebbe accaduto quello che è accaduto, i Ramones hanno faticato molto a emergere. Se la loro storia personale è travagliata e sfortunata, lo è anche quella del loro successo. Con la loro musica e i concerti tenuti in Inghilterra nel 1977 hanno dato un essenziale contributo a incendiare ulteriormente gli animi di gente come Clash e Sex Pistols, dai quali sono stati messi in ombra in termini di notorietà. Sarà un motivo ricorrente, succederà anche decenni più tardi con l’ondata di pop punk statunitense esplosa negli anni Novanta con Green Day o Blink 182.  

In una carriera che li ha visti pubblicare quattordici dischi in studio più raccolte e live, oltre all’album d’esordio vengono considerati fondamentali i successivi Leave Home, Rocket to Russia e Road to Ruin. Celebre anche End of The Century, registrato nel 1979 e prodotto dal leggendario Phil Spector, il creatore del rivoluzionario “Wall of Sound” (e anche personaggio famigerato, recentemente scomparso mentre stava scontando una condanna per omicidio). I Ramones sono rimasti in costante attività anche per tutti gli anni Ottanta e fino alla metà dei Novanta, attraendo meno attenzione rispetto ad altri gruppi a cui hanno dato il la, ma ancora capaci di quando in quando di sfornare pezzi memorabili, come Pet Sematary per l’omonimo film tratto dal romanzo di Stephen King (che tra l’altro è un loro fan dichiarato). Dopo tanti club e locali di piccole o medie dimensioni, in America Latina alla fine sono riusciti persino ad avere un assaggio dei grandi stadi.

La formazione nel tempo è cambiata. Sul palcoscenico dei Ramones alcuni sono stati semplici comparse come Elvis, Ritchie o Richie Ramone. C.J. invece, basssta dell’ultimo periodo, ha avuto un ruolo più stabile. Soprattutto Marc Bell, alias Marky Ramone, ha avuto un peso decisamente importante. Entrato nel 1978 dopo la decisione di Tommy di concentrarsi solo sulla produzione, pur con un periodo di allontanamento dovuto all’alcol, è rimasto fino alla fine. Non era facile essere un membro di quel gruppo e i massacranti tour per gli Stati Uniti a bordo di un furgone non aiutavano. Come non aiutavano certe questioni caratteriali presenti fin da subito. Dee Dee, che lascerà il gruppo nei primi Novanta lanciandosi in un’improbabile carriera rap, è sempre stato il più scoppiato del mazzo. Eccessi e problemi di droga ne hanno segnato la vita, finendo per ucciderlo nel 2002 con un’overdose da eroina. Johnny e Joey, dal canto loro, erano il giorno e la notte: duro, dittatoriale e conservatore il primo, più artistico e liberal il secondo. La frattura insanabile arrivò quando Linda, ex ragazza di Joey, sposò Johnny nel 1984. Pur continuando a lavorare insieme, i due non si parlarono più, neppure sul letto di morte di Joey. Johnny lo seguirà nel 2004, per un cancro alla prostata. Secondo il tour manager Monte Melnick fu l’episodio di Linda a ispirare un loro brano celebre, The KKK took My Baby Away. Non è l’unica versione dei fatti. Secondo il fratello di Joey Mickey Leigh (musicista anche lui: come Sibling Rivalry i due realizzeranno l’album In a Family Way), il brano parla invece della relazione fra Joey e una ragazza nera, osteggiata dai genitori di lei; Marky Ramone ha sostenuto invece che il brano sia nato dopo un soggiorno di Joey in un istituto d’igiene mentale. Nel 2014 è morto anche Tommy, portato via da un cancro alle vie biliari.

L’ultimo concerto dei Ramones, il numero 2262, si tenne a Hollywood, il 6 agosto del 1996. La fine era nell’aria da un po’: il titolo dell’ultimo disco, Adios Amigos, lasciava poco spazio all’immaginazione. Joey continuò a fare musica. Il suo album Don’t Worry About Me, uscito postumo, contiene la riuscitissima cover – in chiave punk rock ovviamente – di What a wonderful World di Louis Armstrong. Si dice che si sia spento mentre ascoltava In a Little While degli U2 e la band di Bono lo omaggerà in seguito con il brano The Miracle (of Joey Ramone): un titolo che evoca parecchie suggestioni.

Un anno dopo la sua morte i Ramones furono introdotti nella Rock and Roll Hall of Fame. A Joey sarebbe piaciuto esserci, sarebbe stata la conferma ufficiale di quello che era già da tanto tempo una realtà nella sostanza: che i Ramones erano stati importanti, molto importanti, per un sacco di gente. E lo sono tutt’ora. “Hanno dimostrato che tutto quello che dovevi fare era essere te stesso e questo mi ha dato  sicurezza e fiducia”, ha dichiarato Kirk Hammett, chitarrista dei Metallica, nel bellissimo documentario di Jim Fields e Michael Gramaglia End of The Century: The Story of The Ramones. Ancora più chiare, parlando di Joey, sono le parole del primo manager del gruppo, Danny Fields: “È stato un liberatore, ha liberato centinaia di migliaia di persone dal loro senso di fallimento, di impopolarità”. Magari è proprio questo il miracolo di Joey e dei Ramones.

Fabrizio Coli
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