John Osborne e i “giovani arrabbiati”

La rabbia, il ricordo e l’utopia

L’arte è «lo scrigno dell’utopia», ha ricordato più volte un grande utopista e illuminista come Max Frisch, riprendendo una celebre quanto sottovalutata affermazione di Adorno. Sono parole molto importanti e meritevoli di una seria e profonda riflessione, perché si dimentica troppo facilmente che l’utopia può anche risolversi in una deformazione della realtà, ma nella sua più intima essenza rimane l’unica condizione davvero imprescindibile per una vita di progetto e speranza. Ragionare in termini utopici (nutrire «pensieri grandi contro la putrida realtà», secondo un altro illuminista come Giovanni Arpino) significa non accettare in maniera acritica le cose così come sono e l’esistente quale unico orizzonte possibile. E poi non sempre le utopie rimangono tali e non si realizzano.

Il “teatro della crudeltà”, teorizzato quasi un secolo fa da Antonin Artaud, si è presentato fin dal suo nascere come un’utopia, ma in taluni frangenti l’utopia è stata molto prossima a trasformarsi in realtà. Perché utopia? E perché “crudeltà”?  Artaud pensava a un teatro più vicino ai dati elementari della vita (i «veridici precipitati»), e soprattutto immaginava spettacoli che si sarebbero abbattuti sul pubblico come una “peste”, minando alla base il gretto conformismo delle élites culturali e fornendo una lettura alternativa dell’esistente. Un momento di estrema vicinanza all’utopia della “crudeltà”, in particolare sul piano dei contenuti e dell’idea del teatro -e più in generale dello spettacolo- inteso come “pestilenza” e lettura radicalmente altra della realtà, è riconducibile con ogni evidenza alla breve ma intensissima stagione degli “angry young men”, i “giovani arrabbiati” che in Inghilterra, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio del decennio successivo, portarono sui palcoscenici e sugli schermi tutta la propria rabbia nei confronti di una società imbalsamata, che si rispecchiava in una cultura ancora ferma alle dinamiche sociali dell’anteguerra e assolutamente incapace di indicare nuove prospettive e nuove aspirazioni.

Erano gli anni della cosiddetta “affluence” (il finto o comunque malinteso benessere, paragonabile al boom economico italiano dello stesso periodo), quando il Primo Ministro conservatore Harold Macmillan dichiarò in maniera piuttosto improvvida: «Most of our people have never had it so good» («Per la maggior parte della nostra gente le cose non sono mai andate così bene»). Non era vero, ovviamente, le cose non andavano affatto bene, soprattutto per la classe operaia e per molte zone del nord del paese, in particolare nelle grandi periferie industriali. E la risposta, rabbiosa e inequivocabile, non si fece attendere. Non è quindi un caso che la parola “rabbia”, “Anger”, per molti versi la parola chiave di un’intera generazione, figuri nel titolo dell’opera maggiormente significativa, anche se forse non artisticamente compiuta, scritta dal più arrabbiato degli “arrabbiati”.

Tra gli “arrabbiati”, infatti, c’erano il futuro Premio Nobel Harold Pinter, John Braine, Alan Sillitoe, William Cooper e altri ancora, tra i quali la giovanissima Shelagh Delaney, “angry young woman” originaria di Salford, un sobborgo di Manchester, che a soli 19 anni, nel 1958, scrisse il bellissimo testo scenico “A Taste of Honey”, “Sapore di miele”, l’opera artisticamente più riuscita e risolta dell’intero periodo.

Ma il diritto di primogenitura spetta all’allora ventisettenne John Osborne, che l’8 maggio 1956 debuttò al Royal Court Theater di Londra con un’opera destinata a lasciare un segno indelebile, “Look Back in Anger”, “Ricorda con rabbia”. Per capire l’Inghilterra di quegli anni, ma più in generale il disorientamento del dopoguerra nei paesi occidentali, “Ricorda con rabbia” rimane uno strumento fondamentale, nella stessa misura in cui il protagonista, Jimmy Porter, una specie di “Rebel Without a Cause” in versione britannica, rimane l’espressione di una rabbia che è anche e soprattutto una visione del mondo, una forma di conoscenza, perfino un’utopia nel senso forse più ingenuo, sicuramente più nobile del termine.

La vicenda che Osborne racconta in “Ricorda con rabbia” è quanto di più banale ma insieme di più “crudele” nel senso voluto da Artaud. I tre atti corrispondono a tre domeniche tipicamente britanniche nel salotto di una modesta abitazione, dove vivono il giovane Jimmy Porter, sua moglie Alison e l’amico Cliff. La “crudeltà” consiste nel semplice fatto che non accade nulla: Alison (che sa di essere incinta ma non lo ha ancora detto al marito) è intenta a stirare, Jimmy e Cliff leggono annoiati i giornali del giorno festivo, e tutto è sospeso in un grande vuoto, rotto di tanto in tanto dagli sproloqui di Jimmy che inveisce contro tutto e tutti, tollerato in silenzio sia dalla moglie che dall’amico.

È tuttavia sufficiente l’arrivo di Helena, un’amica di Alison, per spezzare l’equilibrio: Helena convince Alison a lasciare Jimmy dopo tre anni di matrimonio, ma lo fa all’unico scopo di gettarsi tra le braccia di quest’ultimo, col quale inizia a sua volta una difficile convivenza che finisce nel momento in cui Alison (che ha perso il figlio in un aborto accidentale) si rende conto che l’unica vita possibile, per lei, è accanto a Jimmy. La fine e l’inizio coincidono: Alison torna da Jimmy e i due riprendono a convivere come «due poveri orsacchiotti», in una specie di esilio autoimposto che compone apparentemente i dissidi e le differenze sociali (lei proviene dalla “upper middle class”, lui dalla “lower middle”) e sembra costituire l’unica realtà vivibile e sopportabile nella società del finto benessere, che crea soltanto merci e “opportunità di carriera” (“Career Opportunities”, canteranno gli arrabbiatissimi Clash vent’anni dopo) e finge ipocritamente di appellarsi ai valori quando i valori stessi entrano in crisi. Perché le dentiere gratuite, dice l’arrabbiato Jimmy in un passo particolarmente rivelatore, non bastano a garantire la felicità.

Il quadro che si compone battuta dopo battuta, col ritmo sincopato del jazz a fare da sfondo, è quello di una nevrosi senza scampo e senza uscita, dove la tragedia si addensa e insieme si sfrangia in una commedia di parole e gesti che non significano più nulla e anzi sono l’iterazione e perfino l’eco di quello stesso nulla. E allora, come si desume chiaramente dal titolo, perfino la rabbia diventa un ricordo e si perde nella vaga e indistinta rimembranza di una vita forse mai vissuta e soltanto immaginata, in una società che Osborne ha smascherato nella sua diabolica capacità di metabolizzare il dissenso, rendendolo funzionale all’esercizio del potere.

Le opere teatrali e narrative dei “giovani arrabbiati” divennero anche dei celebri film, soprattutto per merito di Tony Richardson e Karel Reisz, i due massimi rappresentanti della corrente del “Free Cinema”, pendant anglosassone del neorealismo italiano. Richardson portò sugli schermi “Ricorda con rabbia”, il racconto di Alan Sillitoe “La solitudine del maratoneta” (in italiano con l’assurdo titolo “Gioventù, amore e rabbia”) e il già ricordato “Sapore di miele” di Shelagh Delaney, mentre Reisz trasse un bel film -con uno straordinario Albert Finney come protagonista- da un altro grande libro di Sillitoe, il romanzo “Sabato sera, domenica mattina”.

Cos’è rimasto dei “giovani arrabbiati”? Poco, decisamente poco. E’ vero che nella seconda metà degli anni Settanta il loro testimone venne raccolto dal punk e declinato in chiave musicale, ma le loro opere, salvo qualche rara eccezione (Pinter e Sillitoe in particolare, ma anche Shelagh Delaney, il cui ricordo è ancora vivo grazie a una gloriosa rock-band degli anni Ottanta, gli Smiths del suo quasi concittadino Morrissey), sono in larga parte dimenticate oppure derubricate come archeologia. Eppure l’utopia, come ogni autentica utopia, non è morta. Rimane il ricordo, e insieme al ricordo la rabbia: “Ricorda con rabbia”, appunto. «Ho un’idea - dice a un certo punto il giovane arrabbiato Jimmy Porter rivolgendosi alla moglie e all’amico-. Perché non facciamo un gioco? Facciamo finta che siamo degli esseri umani, e che siamo vivi sul serio. Solo per un momento. Cosa ne dite? Sì, facciamo finta di vivere».

Mattia Mantovani
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