Josef Koudelka, Roma, Italia, 2000
Josef Koudelka, Roma, Italia, 2000 (© Josef Koudelka; Magnum Photos)

Josef Koudelka

Fotografo errante

“Ogni esilio è un'esperienza personale diversa. Io volevo vedere il mondo e fotografarlo. Sono quarantacinque anni che viaggio. Non sono mai stato da nessuna parte per più di tre mesi. Quando non trovavo più niente da fotografare, era il momento di andare”. In un'intervista pubblicata su Le Monde nel 2015, Josef Koudelka spiegava così l'incessante peregrinare che è stata la sua vita. Un'esistenza nomade, in cui la fotografia è sempre stata lo sprone principale, la ragione ultima di ogni scelta: “Quando non faccio foto, penso alle foto. La fotografia è la cosa più importante della mia vita. E ho avuto la grande fortuna di aver fatto quello che ho voluto e di aver visto e fotografato tanta bellezza” ha dichiarato in un'altra intervista, rilasciata a La Repubblica

Oggi, ultraottantenne, Koudelka viaggia meno di un tempo, si sposta soprattutto tra la casa-studio di Parigi e quella di Praga, ma continua a sentirsi un'anima errante, mai ferma, sempre in procinto di intraprendere nuove rotte. E pensa soprattutto a come conservare e archiviare la grande mole di fotografie scattate nel corso della sua lunga attività. Fotografie che ha sempre realizzato in primo luogo per sé stesso, mai per soldi né tanto meno per compiacere gli altri. Una dormita soddisfacente nel proprio sacco a pelo o a casa di qualche amico o conoscente gentile, qualcosa da mettere nello stomaco, un buon paio di scarpe: queste per molto tempo sono state le sole esigenze di Josef Koudelka. E poi, certo, la possibilità di muoversi e fotografare liberamente. Un aspetto di massima importanza per chi, come lui, ha vissuto in un clima di oppressione ed è stato costretto ad allontanarsi dalla propria terra natia per parecchi anni.  

L'avventura fotografica di Koudelka comincia nei primi anni Sessanta in Cecoslovacchia, suo Paese d'origine. Quando è ancora uno studente, nel tempo libero inizia a fotografare per il teatro e poi a puntare l'obiettivo sulla comunità romaní, affascinato in principio soprattutto dalla musica gitana. Finiti gli studi, trova lavoro come ingegnere aeronautico, ma abbandona la professione nel giro di pochi anni per dedicarsi a tempo pieno alla fotografia. Esposte presso il teatro Divadlo za branou di Praga, le sue prime foto sugli zingari attirano immediatamente l'attenzione di Allan Porter, direttore dell'autorevole rivista svizzera Camera.

Nell'agosto 1968, la capitale ceca viene invasa dai carri armati dell'esercito sovietico, che soffoca nel sangue la Primavera di Praga. Avvisato alle 4 del mattino da un'amica, Koudelka si precipita subito in strada. Non ha esperienza come reporter, ma sa che è importante essere lì, immortalare la violenza di quei giorni. Lo deve fare per il suo Paese, per lasciare una traccia di verità. Muovendosi tra i manifestanti e i soldati, documenta tutto con coraggio e determinazione, realizzando immagini di grande impatto che entreranno nella storia. “Correvo da una parte all'altra, volevo testimoniare tutto, non restare fermo in un solo posto. Mi mettevo davanti ai russi e cominciavo a scattare, gli amici mi dicevano che sarei stato ammazzato, i soldati pensavano che fossi pazzo o particolarmente coraggioso” racconta a Mario Calabresi nel libro A occhi aperti (Contrasto, 2013).

Quelle fotografie, con tante peripezie, finiranno nelle mani della prestigiosa agenzia Magnum Photos. In breve tempo, verranno pubblicate sul periodico The Sunday Times con le sole iniziali “P.P.” (Prague photographer), per paura di rappresaglie verso Koudelka e la sua famiglia, e l'anno successivo faranno conquistare al loro autore, in forma anonima, il premio Robert Capa Gold Medal dell'Overseas Press Club. Preoccupato all'idea di essere scoperto e di finire in galera, nel 1970 Koudelka lascia la Cecoslovacchia per trasferirsi in Inghilterra come richiedente asilo politico. Non farà ritorno nella sua terra per venti lunghi anni. Ha inizio così la sua condizione di apolide, che si concluderà solo nel 1987 con l'ottenimento del passaporto francese.

Nel giro di poco tempo, Koudelka entra nell'agenzia Magnum e ottiene una borsa di studio per andare in Camargue e continuare la sua personale indagine fotografica sugli zingari. Indagine da cui nel 1975 nasce Gypsies, il primo di una serie di splendidi libri fotografici ‒ Exiles, Chaos, Wall... ‒ che Koudelka pubblicherà nel corso degli anni. Per comprendere appieno il valore di questo straordinario progetto sulla cultura gitana sono efficaci le parole del collega Ferdinando Scianna, che nel libro Obiettivo ambiguo (Rizzoli, 2001) scrive: “Queste immagini, che costituiscono un corpus fotografico tra i più forti e coerenti della cultura visiva contemporanea, non sono un saggio sociologico sugli zingari e sulla loro tragica vicenda, ma un prodigioso Ilanto, canto e lamento, sulla fine del viaggio di ogni cosa, appunto, e nello stesso tempo un disperato tentativo di arrestare, nel diamante della forma in cui vengono incatenati gli istanti, il loro inevitabile precipitare nel nulla”.

Koudelka, difatti, ha sempre affermato di essere attratto “da ciò che giunge alla sua fine, che presto sparirà”. In tutta la sua opera traspare non solo il tema dell'esilio, dello sradicamento, ma si avverte con forza anche la volontà di afferrare e custodire la bellezza fragile e desolata dei luoghi e delle situazioni incontrate, una bellezza sovente agonizzante, in procinto di sfiorire. Che siano le suggestive foto di paesaggio realizzate con la fotocamera panoramica a partire dal 1986 o quelle scattate in Terra Santa, al cospetto dell'orrendo muro che divide il popolo israeliano da quello palestinese (si veda a questo proposito il bel documentario Koudelka. Shooting Holy Land), lo sguardo nomade e rigoroso di Koudelka coglie in modo esemplare quel groviglio di vitalità e disperazione che caratterizza l'umanità ai margini e i territori di confine, in stato di abbandono o semplicemente distanti dalle rotte comuni.

E poi c'è la bellezza antica e imperitura, che “suscita e nutre il pensiero”, delle rovine che Koudelka ha fotografato nel corso di oltre trent'anni: un imponente progetto che l'ha condotto nei più importanti siti archeologici del Mediterraneo: dalla Siria alla Grecia, dal Marocco al Portogallo, senza dimenticare l'Italia. Sono fotografie pervase da un fascino arcano, fuori dal tempo, riflessione profonda di un uomo in cerca delle proprie radici e degli albori della Storia. Un'ampia selezione di queste foto è in mostra al Museo dell'Ara Pacis di Roma fino al 16 maggio 2021.

Francesca Cogoni
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