Alik Cavaliere, 1983
Alik Cavaliere, 1983 (© Maria Mulas)

L’arte libera e vitale di Alik Cavaliere

Tra i maggiori scultori del secondo Novecento

Ho sempre usato i materiali come un regista, come un trovarobe teatrale, come un narratore di storie e racconti; lavorando sulla memoria, cercando di creare dei percorsi, dei labirinti dove potermi incontrare con l’eventuale visitatore/spettatore per poi perderci entrambi all’interno dell’opera stessa, oltre che psicologicamente anche fisicamente […]

In queste parole di Alik Cavaliere (5 agosto 1926 – 5 gennaio 1998) è racchiusa buona parte della sua poetica, della sua esigenza creativa e urgenza comunicativa. Scultore tra i più originali e versatili della seconda metà del Novecento italiano, Cavaliere in quasi cinquant’anni di ricerca artistica non ha mai smesso di inseguire nuove forme espressive, dando libero sfogo a una inventiva priva di compromessi, a una fantasia plastica che non contemplava limiti nell’utilizzo dei materiali: dai metalli più disparati (ferro, bronzo, acciaio, rame, argento, ottone, alluminio, piombo, ghisa, similoro e oro) a materiali come porcellana, ceramica, terracotta, terra refrattaria, vetro, specchio, plastica, marmo, passando per stoffa, legno, carta, oggetti trovati e recuperati saldando, fondendo, sbalzando e assemblando.

Alik Cavaliere nel 1965
Alik Cavaliere nel 1965 (Foto di Paolo Monti)

Dal padre Alberto, chimico e poeta di origine calabrese, Alik Cavaliere ereditò l’attitudine comunicativa e l’ironia; la madre, la scultrice Fanny Kaufmann, ebrea russa emigrata in Italia, gli trasmise, invece, l’amore per le forme. Dopo un’infanzia movimentata e fuggitiva tra Roma e Parigi, al seguito del padre antifascista, Alik Cavaliere approdò infine a Milano e vi rimase per tutta la vita. Qui frequentò dapprima il liceo classico Berchet e poi il corso di laurea in Lettere Antiche e, contemporaneamente, l’Accademia di Belle Arti di Brera, dove si diplomò sotto la guida di Giacomo Manzù, Achille Funi e Marino Marini, che nel 1956 lo chiamò a fargli da assistente e a cui, anni dopo, subentrò come docente alla cattedra di scultura. Inizia così la carriera di un artista difficilmente etichettabile, che non volle mai sentirsi parte di alcun gruppo o movimento e che operò sempre a cavallo tra tradizione e avanguardia, artigianalità e concettualità, con grande perizia tecnica e incomparabile estro.

Profondo conoscitore della natura e della materia, Alik Cavaliere ha dato vita a opere in cui, come scrive Elena Pontiggia, confluiscono vari echi: il linguaggio surreale di Magritte e lo straniamento di De Chirico e Duchamp, l’esistenzialismo linearistico di Giacometti e la matericità dell’informale, la tradizione plastica del Liberty e dell’Art Nouveau. Muovendo da questo insieme di suggestioni l’artista intavola un dialogo con la classicità che va dal vitalismo tragico di Lucrezio al sentimento metamorfico di Ovidio alla fisica naturalistica di Campanella: una classicità visionaria, insieme solare e notturna, organica e onirica, che infonde nella sua scultura risonanze e intensità inaspettate. (Alik Cavaliere. Taccuini 1960-1969, Ed. Abscondita, 2015).

Alik Cavaliere, W la libertà, 1977
Alik Cavaliere, W la libertà, 1977 (Archivio Cavaliere, Milano)

Le sculture di Cavaliere rifuggono il canone della monumentalità, e  anzi appaiono delicate e  precarie, ma cariche di plurimi significati e di memorie, e meritevoli di un’attenta contemplazione per apprezzarne anche il più piccolo particolare, racchiuso in un intrico di rovi, foglie, fiori, frutti, rami e spine risolti in bronzo con l’antica tecnica della fusione a cera persa, così reali e al tempo stesso come appartenenti a un altrove fantastico, quasi nostalgie di perduti eden (Guido Ballo).

Penso che mi abbia aiutato l’ironia, introdotta attraverso qualche elemento che smitizzasse l’opera, consentendo un lieve distacco, un attimo di più disincantato approccio, diceva di sé Alik Cavaliere, mostrando un temperamento coscienzioso e giocoso a un tempo. Lui che era amico intimo di personalità come Enrico Baj, Lucio Fontana, Umberto Eco, Ugo Mulas e Dario Fo, che non perdeva occasione di fare una partita a scacchi con Duchamp quando questi era a Milano, che infondeva nella sua arte stimoli e suggestioni provenienti tanto da Giordano Bruno e Ariosto ‒ notevole la serie di opere sul tema dell’Orlando Furioso (1993-1994) ‒ quanto dalla terra e dai suoi frutti, che coltivava e coglieva con dedizione nel piccolo orto-frutteto attiguo al suo studio.

Alik Cavaliere, Ritratto dello studio di via Bocconi, 1985
Alik Cavaliere, Ritratto dello studio di via Bocconi, 1985 (Archivio Cavaliere, Milano)

Imbevute di miti ed echi del pensiero classico ma permeate anche di levità e spirito ludico, aperte e stratificate nello spazio e nel tempo, tra opere in divenire e installazioni labirintiche come I giardini nel labirinto della memoria (1988-1990), le sculture di Alik Cavaliere ci riconducono a un’idea di natura vitale e spontanea, capace di rigenerarsi all’infinito e in una indefinita varietà di forme. E spontaneo, duttile e appassionato era il fare artistico di questo singolare maestro della scultura moderna.

di Francesca Cogoni
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