L'Anarca

Ernst Jünger dall’altra parte del progresso

Un secolo di positivismo, diceva giustamente Ennio Flaiano, ci ha insegnato a dubitare delle verità dimostrabili. Se poi il secolo in questione coincide in buona parte col cosiddetto “secolo breve”, il Novecento, e quindi con le sue grandezze ma anche i suoi innumerevoli abissi e orrori, ci si può forse permettere di allargare il discorso dicendo che un secolo di positivismo ci ha insegnato a dubitare anche del progresso, della perfettibilità umana e della ragione quale principale strumento conoscitivo.

Le parole di Flaiano, quindi, sono indubbiamente vere, ma è altrettanto vero che i dubbi relativi alla logica raziocinante quale unica o comunque privilegiata forma di approccio ai dati del reale hanno radici molto più profonde e stratificate. C’è stata infatti una cultura alternativa rispetto a quella che, pressappoco dall’umanesimo in poi, si è imposta nel mondo occidentale e ha fornito le basi per la razionalità scientifica e il progresso tecnologico. Si potrebbe genericamente definirla cultura del sentimento, ma la questione è molto più ampia e complessa, perché non si trattava soltanto di effusioni liriche. Questa cultura “altra” sosteneva che la forma privilegiata di conoscenza è fornita non già dalla logica e dal raziocinio, ma piuttosto dalla fantasia e dalle proiezioni immaginative. Lo hanno detto in molti. E, come si suol dire, non tra i meno avvertiti: Vico, Novalis, Jean Paul, il Leopardi degli «stati d’affezione», il Baudelaire di “Corrispondenze” e lo Strindberg del “Diario occulto”, del “Misticismo della storia universale” e del teatro onirico, solo per citare alcuni nomi. Ma la lista è lunghissima.

L’ultimo grande esponente di questa cultura “altra”, nel corso del Novecento, è stato con ogni probabilità Ernst Jünger. Non solo perché ha percorso da capo a fondo il secolo breve (era nato a Heidelberg il 29 marzo 1895, ed è morto all’età biblica di 102 anni, il 17 febbraio 1998, nel “buen retiro” di Riedlingen), ma anche perché ne ha vissuto i grandi momenti di svolta, restituendoli in un’opera dalle dimensioni monumentali. Dallo straordinario e prodigioso esordio del 1920 con “Nelle tempeste d’acciaio” (capolavoro certamente controverso, da leggersi con talune sostanziali riserve, ma senza alcun dubbio il più bel libro sulla prima guerra mondiale, «verace ed onesto», secondo il celebre giudizio di André Gide) fino ai più risolti e meditati prodotti della maturità e della vecchiaia, l’opera di Jünger si unisce a formare un grande affresco del Novecento, non solo tedesco. Una simile acquisizione, tuttavia, è piuttosto recente ed è giunta alla fine di un percorso molto lungo e accidentato. Come ha scritto giustamente Giorgio Zampa, uno dei suoi massimi studiosi italiani: «Jünger doveva arrivare a un’età biblica perché di lui si parlasse come di uno dei massimi autori di lingua tedesca; oggi, è considerato non solo il Nestore della letteratura germanica, ma un autore che per varie e contrastanti ragioni concentra un secolo di vita europea».

Jünger è il più novecentesco di tutti gli autori del Novecento perché è stato il primo a individuare nel secolo breve il definitivo imporsi della tecnica e la crisi irreversibile dell’idea di progresso, due fenomeni che ha vissuto in prima persona, prendendo parte alla prima guerra mondiale e assistendo allo sfaldarsi dei valori (veri o presunti) del mondo borghese dell’Ottocento. Il progresso, ai suoi occhi, è quindi «un antropomorfismo con il quale l’uomo moderno ha tentato di leggere la storia». E il vero punto di cesura, lo snodo cruciale, secondo la sua originalissima lettura, è rappresentato non dalla prima, ma piuttosto dalla seconda guerra mondiale. Se Antonin Artaud accoglieva con favore, nel mondo uscito dal secondo conflitto planetario, la fine del «giudizio di dio», Jünger vede invece profilarsi una nuova epoca che definisce “era dei Titani”, rifacendosi a una celebre affermazione dell’amatissimo Hölderlin.

L’era dei Titani, secondo Jünger, sancisce il compimento di quella mutazione antropologica che era già stata intuita da Nietzsche e prima ancora da Dostoevskij. Ma lo scrittore tedesco ne dilata il contesto e si spinge ad affermare che oltre alla “morte di Dio”, e quindi alla scomparsa di ogni istanza trascendente, l’era dei Titani  segna anche il declino di quello che Heidegger, sulla scorta di Hölderlin, aveva definito il valore fondante della poesia, col conseguente e definitivo azzeramento di ogni forma conoscitiva che non sia quella logico-razionale: «In questo evo venturo il poeta dovrà andare in letargo. Le azioni saranno più importanti della poesia che le canta e del pensiero che le riflette. Sarà un evo molto propizio per la tecnica ma sfavorevole allo spirito e alla cultura».

Come sopravvivere nell’era dei Titani? Come conservarsi umani in un mondo sempre più disumanizzato? Jünger propone una figura dei tratti fortemente utopici ma di straordinaria fascinazione, l’Anarca: «L’Anarca non si lascia coinvolgere dalla dimensione della tecnica: se ne serve, e la sfrutta, se ciò gli torna utile, altrimenti la ignora e si ritira nel suo mondo interiore, nel mondo delle sue letture. L’Anarca è sovrano anche sulla tecnica». Non già, quindi, un epigono del romanticismo, ma un individuo modernissimo, che fugge il proprio tempo proprio perché lo conosce a fondo. L’uomo romantico, secondo Jünger, «in qualche modo fugge dalla realtà e si costruisce con la fantasia poetica o con il sogno un proprio tempo e un proprio spazio. L’Anarca invece conosce e valuta bene il mondo in cui si trova, ed è capace di ritirarsi da esso quando gli pare».

Resta tuttavia da chiedersi quale spazio sia realmente rimasto per l’Anarca in una società drammaticamente (o beatamente, il che è lo stesso) uniformata, che ha ormai metabolizzato ogni forma di alterità e difformità. E’ ancora possibile vivere il “progresso” e insieme prenderne le distanze? Sì, no, ma, forse… E’ difficilissimo rispondere, ma è proprio per questo motivo che l’utopia dell’inattuale Jünger ci appare oggi attualissima e soprattutto ineludibile, se vogliamo continuare a qualificare noi stessi -compito sempre più arduo- come esseri umani vivi e pensanti.

Mattia Mantovani
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