La via spirituale

L'io e Dio sono una sola cosa

Nella Genesi si afferma che Dio crea il mondo dal Nulla. Affermazione non dissimile troviamo nei miti cosmogonici di altre tradizioni sapienziali, da quelle egizie a quelli greche, passando per quelle induiste, buddiste e taoiste. In tutte le cosmogonie si asserisce che, prima dell’emersione del cosmo, sussistesse una totalità amorfa, indistinta, eterna ed increata, le cui definizioni variano da tradizione a tradizione, ascrivibili però tutte alla sfera semantica dell’indefinitezza: Caos, Nulla, Notte, Silenzio, Vuoto. Su questa ricorrenza cosmogonica intendiamo noi qui frugare, nel tentativo di individuare una via che ci consenta di riconnetterci con la nostra origine.

In questo nostro andare a caccia di una via, ci atterremo alla terminologia della tradizione cristiana, con la convinzione che essa sia, di fatto, la più intelligibile alle nostre latitudini. Questa scelta ha anche un valore assertivo: intende cioè affermare che non è necessario (sebbene talvolta possa risultare arricchente) ricorrere a terminologie (e a percorsi di meditazione) di altre tradizioni sapienziali quando si volesse approfondire o praticare la via spirituale della comunione con la divinità. La mistica cristiana infatti, sebbene un poco nascosta e perlopiù bandita dai circoli ecclesiali, mostra uno spessore che non necessità, a nostro avviso, di alcuna stampella esogena per reggere alla prova.

Torniamo dunque alla Genesi: affermando che Dio crea il mondo dal Nulla, nella Bibbia implicitamente si afferma che prima della creazione esistesse un Nulla infinito (la Kabbala ebraica parla di En-Sof, il senza fine), la cui pienezza inglobava tutto. Questo Nulla infinito, la cui totalità trascendeva ogni comprensione, equivaleva di fatto all’Essere assoluto, a Dio stesso.

Se questo è vero, ossia che le creature nascono da un ritrarsi del Nulla-Dio (il quale prima della creazione occupava ed inglobava tutto), allora, come dice Hegel, nel passaggio dal Nulla alla creazione, “deve esserci un punto in cui l’essere e il nulla coincidono e la differenza loro sparisce”. Ed è proprio alla ricerca di questa coincidenza, fra il nostro essere e il Nulla-Dio, che noi vogliamo avventurarci, con la speranza di poter individuare una via che ci consenta, anche dentro la creazione, di vivere in compagnia di questa coincidenza, di essere insomma coincidenti con la divinità.

L’annichilimento dell’io

Se Dio è il Nulla, ecco che, per imitatio dei, consegue che la via da praticare è innanzitutto quella dell’annichilimento. Chi più si nullifica, più si deifica, sostengono i grandi mistici d’Occidente, in particolare Meister Eckhart: “poiché la natura di Dio è quella di non essere simile ad alcuno, noi dobbiamo giungere al punto di essere niente, per poter essere trasportati in quello stesso essere che Egli è”. Al nulla di Dio deve, insomma, corrispondere lo svuotamento della creatura: “quando l’uomo è completamente spogliato di se stesso, allora è davvero, per grazia, quello stesso che Dio è per natura” (Meister Eckhart). Svuotandoci di noi stessi, diventando nulla, ecco che il Nulla di Dio ci riempie ci fa consustanziali a Lui: “L’uomo deve starsene libero da ogni sapere, da ogni volere e da ogni possesso, come faceva quando ancora non era, e lasciare che Dio operi quello che vuole” (Meister Eckhart).

Questo annichilimento dell’io non ha alcun risvolto nichilistico: non è una perdita, ma una conquista. Svuotandoci scopriamo la nostra coincidenza con Dio, scopriamo che il Nulla di Dio ci penetra e ci in-abita. Il Nulla di Dio, da cui la creazione discende, non rappresenta solo la nostra origine, bensì una Realtà sovraeminente, increata ed eterna, che incessantemente ci genera e ci pervade, facendoci una sola cosa con lei: “Il fondo dell’anima e il fondo di Dio sono un solo fondo”, “io e Dio siamo uno” (Meister Eckhart). Più l’anima umana si svuota dei propri risvolti mondani (volontà, desideri, passioni, …), più si scorpora dalla propria creaturità, più trova il suo vero Grund, che è la Gottheit, la divinità. E questo perché prima che noi fossimo creature, il Nulla era ovunque, per cui, facendo il vuoto della nostra dimensione creaturale, ecco che torna in essere la nostra coincidenza con Dio, rivelandoci il nostro essere coeterni alla divinità: “Quando mi perdo in Dio giungo di nuovo là // dove prima di me fui dall’eternità” (Angelo Silesius).

L'abbandono

Ma quali sono i sentieri per giungere all’annichilimento dell’io che, come abbiamo visto, è premessa all’unità mistica con Dio? Il primo è senza dubbio la Gelassenheit, ovvero l’abbandono, il distacco, la rinuncia a sé e al mondo. “Ciò che mi ha permesso di raggiungere la verità eterna è l’essermi distaccato da me stesso”, scrive Meister Eckhart. Questo abbandono passa innanzitutto attraverso la deposizione della volontà personale: “Volete avere pace e quiete? Toglietevi la volontà, perché ogni pena procede dalla propria volontà” (Santa Caterina da Siena). Un’affermazione cui fa eco anche Giovanni Taulero, preconizzando Schopenhauer: “È nella volontà che risiede il male, perché la volontà è veramente subjectum, il soggetto nel quale è l’ostacolo. La volontà copre gli occhi interiori, come una membrana o una pellicola che ricopre l’occhio esteriore, impedendo loro di vedere. L’occhio deve essere senza alcun colore, per vedere ogni colore”. Del resto, già l’Apostolo diceva che Dio è spirito (Gv 4, 23) che pervade tutti coloro che si sono fatti spirito, ovvero coloro che hanno perso la propria ipseità, la propria volontà.

Sembra esserci addirittura un che di cogente nella Gelassenheit, la quale obbliga Dio a riempire colui che la pratica: “Quando l’uomo rinuncia a se stesso, Dio è obbligato a penetrare in lui, perché se questo uomo non vuole niente per sé, Dio deve voler per lui come per Se stesso” (Meister Eckhart). E ancora, questa volta con le parole di Taulero: “Se tu esci da te stesso completamente, Dio entrerà completamente. Tanto tu esci, tanto lui entra, né più né meno”. È la stessa teoria taoistica dei vasi vuoti, che il Tao non può non riempire. Ogni piccolo vuoto, viene riempito dal grande Vuoto. Ogni piccolo nulla, viene riempito dal Nulla infinito di Dio. Un travaso che consente a chi abbia praticato la Gelassenheit di scoprire di essere una sola cosa con Dio, di diventare Dio: “L’anima nuda, spoglia di tutte le cose che possono prendere un nome, se ne sta una nell’Uno, anzi si effonde nella pura divinità come l’olio si spande su un panno, penetrandolo tutto” (Sorella Katrei). Un’affermazione che trova conferma nel Maestro della mistica d’Occidente: “Se vuoi conoscere Dio, devi assolutamente diventare Dio, e Lui diventare te”.

Per praticare la Gelassenheit, occorre deporre non solo la volontà, ma anche il possesso. Non basta rimuovere l’io, ma occorre rimuovere anche il mio, perché il possesso “fa ostacolo a Dio che non può compiere la sua opera”. Solo colui che “nulla ha in proprio è affrancato e libero e non appartiene a nessuno… Quando infatti prendi qualche cosa e la accogli come tua proprietà, questo diventa una cosa stessa con te ed opera con te in una stessa volontà. E così sei obbligato a prenderne cura, a proteggerla come tua stessa sostanza. Ma se nei tuoi desideri non ricevi nulla, sei completamente libero” (Jakob Böhme). L’uomo convertito al possesso è colui che maggiormente trova difficoltà nel mettere in pratica la Gelassenheit e quindi nel vivere l’esperienza della coincidenza con il Nulla di Dio. L’attaccamento alle cose, infatti, è sinonimo, sin dalle Scritture, di estraneazione dal divino: “Se vuoi essere perfetto, va', vendi ciò che hai e dàllo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi” (Mt 19, 21). Chi non sa rinunciare alle cose, nemmeno sa rinunciare al proprio io che nelle cose si reifica. Per cui, nella via spirituale, imprescindibile è la spoliazione da ogni possesso, ma anche da ogni conoscenza.

Noli volere, noli possidere, e noli sapere. “Quando meno si pensa, il Figlio dell’uomo arriva” dice l’Evangelo (Lc 12, 40), cui fa eco, su tutt’altro fronte, ma altrettanto mistico,  Plotino: “La conoscenza dell’Uno avviene non per mezzo della scienza o del pensiero, come per gli altri oggetti dell’Intelligenza, ma per una presenza immediata superiore al pensiero”. Come a dire che chi meno conosce, più è pervaso dalla luce divina. Dio e le scienze sembrano stare dunque agli antipodi. Del resto, da Agostino fino a Cusano, vige il motto Deus scitur melius nesciendo, declinato da Suso in "è solo mediante la non-conoscenza che la verità è conosciuta”. Le Scritture corroborano questa tesi affermando a più riprese che Dio ama i semplici (Mt 11, 25), si rivela agli umili (Sal 118, 130), apre la mente alle anime pure (Lc 24, 45), mentre ai curiosi e ai superbi nasconde la grazia (Mt 11, 25). Non solo non serve la conoscenza, ma non serve nemmeno la lettura delle Sacre Scritture, per vivere nella comunione mistica con Dio: "La Scrittura è scrittura e null’altro. Mio conforto è l’essenza // e che Dio parli in me la Parola di vita eterna". (A. Silesius).

Il sentiero della Gelassenheit prevede dunque una completa spoliazione di sé: “Se l’uomo vuole unirsi a Dio, deve ritirarsi da tutti i sensi. Interiorizzare in sé tutte le sue forze e giungere all’oblio di tutte le cose e di se stesso. Perché la vera ed eterna parola di Dio viene pronunciata soltanto nel deserto, quando l’uomo è uscito fuori di sé e di tutte le cose e se ne sta liberato da tutto” (G. Taulero). Questa spoliazione prevede, come detto, l’annichilimento della volontà, della proprietà, della conoscenza e, infine, dei desideri: "Quando ogni attaccamento sarà rigettato, quando l’uomo non mira più a nulla, nulla volendo e nulla desiderando, diventa lui stesso Regno di Dio e Dio regna in lui" (Giovanni Taulero). Nessuno, del resto, ed è esperienza comune, è più libero di colui che nulla desidera. L’uomo spogliato di ogni desiderio non manca di nulla. L’annichilimento dei desideri spinge i mistici ad affermare addirittura che pregare Dio affinché realizzi desideri mondani e personalistici sia controproducente nella pratica della comunione con la divinità: "Un cuore distaccato non desidera niente e non ha niente da cui desidera essere liberato. Perciò esso è distaccato da ogni preghiera” (Meister Eckhart). Pregare Dio affinché faccia qualcosa per noi significa infatti imporgli la nostra volontà, anziché vivere nella sua comunione: "Quando chiedo qualcosa pregando, non sto pregando. Prego davvero quando non chiedo niente" (Meister Eckhart).

L’ascesi del silenzio

Il secondo sentiero è quello del silenzio, giacché solo un cuore e una mente silenziosi possono accogliere totalmente l’altro: "Quando ti tieni in silenzio, allora sei ciò che Dio era prima della natura e della creatura… e allora vedi e intendi ciò che Dio vedeva in te, prima che il tuo volere, vedere e intendere fossero iniziati” (Jakob Böhme). Il silenzio è buono, pacifico, evita i conflitti e ci preserva nell’Uno, nella non-dualità. La parola, per contro, asserisce, dis-crimina e confligge, allontanandoci costantemente dalla percezione del mondo come Unità.

La via del silenzio prevede di lasciare dietro sé tutti i pensieri, i giudizi, le immagini nocive; e contempla la spoliazione dalla fantasia, dalla scrittura ed anche dalla lettura: "Amico mio, ora basta. Se vuoi leggere ancora / va’ e diventa tu stesso la scrittura e l’essenza” (Angelus Silesius). Del resto, Dio non legge, non scrive, non parla; semplicemente agisce nel silenzio, in modo onnicomprensivo ed onnipervasivo, senza fare “preferenza di persone” (At 10, 34). Ogni vuoto lui lo penetra e lo riempie, infondendo pace ed equanimità,  senza dis-criminare fra bene e male, fra umano e disumano, fra giusto ed ingiusto (categorie umane, troppo umane). Perché nel silenzio non ci sono contrari, opposizioni, conflitti; il silenzio è espressione dell’Uno, e se vogliamo ristabilire la coincidenza con Dio la pratica del silenzio è elemento imprescindibile.

La non-azione

Il terzo sentiero per giungere alla comunione mistica con Dio è quello della passività (un sentiero che s’apparenta alla pratica della non-azione professata dal taoismo, con il termine wu-wei). "Dio solo deve agire e tu devi solo restare passivo. Se Dio deve risplendere in te come Dio, il tuo lume naturale non serve, anzi, deve diventare un puro nulla e rinunciare completamente a se stesso. Solo allora Dio può entrare con la sua luce” (Meister Eckhart). A questa sentenza di Eckhart fa eco, in forma di poesia, Angelus Silesius: "La più importante opera che puoi fare per Dio / è, senza opera alcuna, patir Dio e in Dio posare”. Un’affermazione che rimbalza anche nelle parole dell’Anonimo autore della Nube della non-conoscenza: "Lascia che sia lui a operare e tu subisci la sua azione. Guarda pure, se ti pare, ma lascialo lavorare da solo. Non immischiarti come se volessi aiutarlo: finiresti per rovinare tutto”.

Il senza perché

Il quarto sentiero è quello del senza perché. Se Dio coincide con il nostro essere (purché espropriato, spogliato), ecco che la nostra esistenza deve essere condotta senza alcun fine, senza alcuna direzione predeterminata, senza ideologia. "Il distacco da ogni perché e la rinuncia a comprendere tutto ci rendono liberi e vuoti, pronti a diventare un’anima spogliata di se stessa e a scendere nel nulla per fonderci con il vero Nulla” (Meister Eckhart). L’indicazione dunque, per poter vivere nella meravigliosa unione con Dio, è quella di vivere come la rosa cantata da Silesius in un suo celeberrimo distico: "La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce / a sé non bada; che tu la guardi non chiede”. Vivere senza perché, come la rosa di Silesius, significa accettare lietamente il presente, accettare di essere uno con Dio, ed offrirsi alla sua eternità, anziché inseguire fini effimeri e personalistici. Significa non curarsi del giudizio mondano (che tu la guardi non chiede), non preoccuparsi per sé (a sé non bada), ma vivere in modo semplice e naturale, affidandosi al proprio destino, con la consapevolezza che in esso è custodita una dimensione di eternità, dimensione di fronte alla quale ogni altra dimensione (cercata, perseguita) è posticcia, effimera, fuorviante: "Se qualcuno interrogasse per mille anni la vita, chiedendole perché vive, ed essa potesse rispondere, non direbbe altro che questo: io vivo perché vivo. Per il fatto che la vita vive del suo fondo proprio e sgorga dal suo proprio essere, per questo essa vive senza perché, perché vive per se stessa” (Meister Eckhart).

L’amore

Il quinto e ultimo sentiero è quello dell’amore. Non l’amore per qualcosa o qualcuno di particolare, non l’amore inteso come soddisfazione, possesso, subordinazione, ma come apertura, come dono-abbandono di sé all’amato. Amore, dunque, non come eros, né tantomeno come libido narcisistica (il cui obiettivo è solo egologico: l’acquisizione di potere sulla persona amata e il tornaconto di un piacere effimero, surrettizio ed insaziato) bensì amore come agape, come un essere-per-l’altro, un trasformarsi nella persona amata (quell’amore che Dante descrive mirabilmente nell’endecasillabo: "s’io m’intuassi come tu t’inmii”). Del resto, la forza di questo amore è proprio quello di trasformare l’amante nell’amato, e se l'amato è Dio/Nulla/Uno, ecco che vale ciò che diceva Agostino: "Chi ama la terra sarà terra, chi ama Dio sarà Dio”. L’amore, in questo senso, diventa il motore della sublime coincidenza fra l’io e Dio, come canta gioiosamente l’Apostolo: "A chi mi amerà, Io manifesterò me stesso ed egli sarà una sola cosa con me ed Io in lui” (Gv 14, 23).

Diversamente dall’amore egoistico celebrato in età romantica, l’Amore di stampo mistico fa olocausto dell’io, consentendo il transumanarsi dell’io in Dio. E siccome, Dio è Amore (Gv), ecco che chi ama Dio, diventa l’Amore stesso: Praticare l’Amore è grande fatica: si deve / essere come Dio, l’Amore stesso” (Angelus Silesius). Diventare l’Amore-Dio significa (come nella pratica del Silenzio) vivere nell’Uno, vivere nella beatitudine eterna, senza più distinguere fra bene e male, amando tutti indistintamente. Diventare l’Amore-Dio significa diventare l’uomo nuovo e beato, per il quale "non vi è più né Greco, né Giudeo, né circonciso né incirconciso, né schiavo né libero, ma soltanto Cristo, che è tutto in tutti” (Gal. 3, 11 e 28). Diventare l’Amore significa gioire della stessa beatitudine di cui gioisce Dio, per il quale "non vi è che Uno, e dove è Uno è tutto, e dove è tutto è Uno” (Meister Eckhart). Una beatitudine totale, priva di conflitti, perché nell’Uno ogni dualità scompare, non vi è più il male, non vi è più il tempo, non vi è più la morte, ma sussiste una condizione eterna, la stessa condizione da cui è sorta la creazione e a cui ogni creatura torna dopo il suo transito terrestre, ma di cui, già in questo transito, facendo il vuoto dentro sé, ogni creatura può avvertire la presenza (la coincidenza): "Là dove termina la creatura, Dio inizia ad essere. Ora Dio non desidera da te altro che tu esca da te stesso secondo il tuo modo d'essere creaturale, e che tu lasci Dio essere Dio in te” (Meister Eckhart).

Conclusione

Nelle questioni spirituali non si tratta di credere o di non credere, di avere fede o non avere fede, ma semplicemente di fare esperienza del Nulla di Dio, che è ovunque, dentro e fuori di noi. La grazia, che rigenera l’anima, non è un dono esterno che scende gratuito dal cielo solo sugli eletti, ma una Realtà che ci pervade e ci ingloba tutti, un sospiro che ci penetra e ci in-abita. Per averne contezza non serve altro che fare il vuoto e "ricondurre il divino che è in noi al divino che è nell’universo” (Plotino). Non ci sono segreti da scoprire o misteri da svelare. C’è semplicemente questo Nulla eterno (Dio) che "inonda l’universo, penetra le creature, le sommerge. Dovunque siano, esso è; le precede, le accompagna, le segue. Basta lasciarsi andare alle sue onde” (Jean-Pierre de Caussade). E scoprire, in fondo, che noi stessi siamo questo Nulla, che “la luce che brilla da oltre il firmamento, di là da tutto, al di là dei mondi più alti, è la stessa che brilla nel cuore dell’uomo” (Upanishad III, 13, 7), perché il fondo dell’uomo e il fondo Dio si coappartengono, Io e Dio sono una sola cosa, piccolo nulla nel grande Nulla eterno ed increato.

Mattia Cavadini
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