Lore Berger

La “piccola nazione” che uccide

In principio era l’azione? No, in principio era Lore, poi vennero tutti gli altri. Mastro Goethe vorrà forse perdonare questa liberissima variazione su un celebre verso del “Faust” per spiegare i tratti di fondo della letteratura svizzera tedesca del secondo Novecento. Ma è proprio così: in principio era Lore.  Non molto dopo, a partire dagli anni Cinquanta, arriveranno infatti gli esponenti del “patriottismo critico”, i quali sottoporranno la realtà sociale e i miti fondativi della Svizzera -o meglio, la cosiddetta “böse Schweiz”, la “cattiva Svizzera”- a una critica radicale e spietata. Forse eccessiva, sicuramente sincera e mai strumentale.

I nomi sono noti, ma vale la pena ricordarli. Max Frisch, ovviamente, che parlerà della Svizzera come una nazione «senza utopie», colpevolmente uscita dalla storia per entrare nella finanza e negli affari, e poi l’amico/nemico Friedrich Dürrenmatt, il geniale quanto tormentato Hermann Burger, il compassato quanto tagliente Peter Bichsel, il grande polemista e “suicidato della società” Niklaus Meienberg, e molti altri ancora. Anche i temi sono noti, ma è bene rievocarli:  Guglielmo Tell un mito di cartapesta, il tunnel quale simbolo della “condition humaine” in chiave elvetica, il Gottardo come “madre artificiale”, i carcerati carcerieri di sé stessi, e poi -questione delicatissima e davvero dirimente- il controverso mito della neutralità, valore fondante della Svizzera come “Willensnation” oppure una mera tattica politica? E infine l’intera società elvetica individuata addirittura quale agente patogeno e cancerogeno nel libro-confessione “Mars” di Fritz Zorn, uscito postumo sul finire degli anni Settanta. La malattia come metafora (per riprendere il titolo di un celebre saggio di Susan Sontag), la Svizzera come metafora, la Svizzera come malattia: quasi un sillogismo declinato in chiave disperatamente esistenziale, umana troppo umana. Si vorrebbe quasi dire: elvetica troppo elvetica.

 

Ma in principio era Lore. Il preciso momento nel quale prese forma quello che Karl Schmid, con una celebre nonché controversa formulazione, ha poi definito “il disagio nel piccolo Stato” è infatti da individuarsi con ogni evidenza nel 1943, per la precisione il 19 luglio, quando la ventiduenne basilese Lore Berger inviò il manoscritto di un romanzo dal titolo “Der barmherzige Hügel”, La collina misericordiosa”, alla giuria del Premio letterario Gutenberg di Zurigo. L'impietoso verdetto arrivò tre mesi dopo: delle cinque opere in concorso, “La collina misericordiosa” si classificò all’ultimo posto, perché venne ritenuta un’opera poco edificante, poco rassicurante, espressione di un disagio che doveva essere assolutamente sottaciuto e rimosso negli anni della “difesa spirituale del paese”.

Nel caso specifico di Lore Berge (nata il 17 dicembre 1921)r, come più tardi per Fritz Zorn, il malessere esistenziale si innestava sulla base costituita da una precisa patologia organica. La giovane e sfortunata Lore soffriva infatti di una malattia molto rara, la cachessia ipofisaria, detta anche  morbo di Simmonds, un malfunzionamento del lobo anteriore dell’ipofisi che si manifesta nelle donne con sintomi quali l’astenia, l’amenorrea e la pressoché totale inappetenza. Eppure, malgrado tutto, visse una vita abbastanza normale, nel 1941 si arruolò nel Servizio Ausiliario Femminile e scrisse articoli per vari giornali e riviste. Ma insieme alla malattia covava in lei una profonda insofferenza nei confronti del mondo che la circondava, una Basilea meschina, gretta e molto provinciale, dove tutto era talmente perfetto da apparire quasi plastificato, gelido e irreale. Tre decenni dopo, Fritz Zorn, riferendosi alla “costa d’oro” del Lago di Zurigo, userà pressappoco le stesse espressioni.

Ma cosa c’era di poco rassicurante e poco edificante ne “La collina misericordiosa”? Tutto, stando almeno ai criteri di valutazione dell’epoca, perché il disagio che la giovanissima Lore aveva manifestato nel proprio romanzo era precisamente il “disagio nel piccolo Stato”, nella cosiddetta “Enge”, la “strettezza” che circa trent’anni dopo venne tematizzata in un celebre saggio di Paul Nizon. E che agli occhi di Esther, la protagonista, è rappresentata dal mondo dei presunti “sani”: noiosissimo e prevedibile, fatto di monotone settimane di lavoro che sfociano in domeniche grigie e non meno monotone, dove tutto è perfettamente regolato e (all’apparenza) c’è soltanto «gente operosa e felice, bambini che giocano e coppiette di sposini oppure paffute signorine del vicinato che per la maggior parte diventano puericultrici, e la loro religione, la loro filosofia e la loro morale non sembrano mostrare più buchi di quanti non ne mostrino le loro calze e i loro denti».

Esther, che ovviamente è un alter-ego di Lore Berger, si illude di trovare nell’“amour fou” per il giovane Thomas una via di fuga dalla “strettezza”, ma anche quell’amore si rivelerà l’ennesima e definitiva illusione. Perché anche Thomas è come tutti gli altri: un automa, un fantoccio privo di vita, un criceto nella gabbia. “La collina misericordiosa” -pubblicato originariamente nel 1944 su segnalazione nientemeno che di Hermann Hesse, ma subito caduto nell’oblio- è stato riscoperto soltanto nel corso degli anni Ottanta. Merita davvero un plauso il coraggioso editore Lindau di Torino, che negli scorsi anni lo ha proposto anche ai lettori italofoni nella traduzione di Roberto Olmi.

La torre del Bruderholz a Basilea
La torre del Bruderholz a Basilea

La sventurata e infelice Lore non aspettò nemmeno di conoscere il verdetto della giuria di Zurigo: il 14 agosto 1943 si suicidò gettandosi dalla torre idrica del Bruderholz. La collina che conduce alla torre è descritta nei prospetti turistici come uno splendido punto panoramico, dal quale la vista può spaziare sulla città culla dell’Umanesimo e sul Reno “verde e trasparente”, come dice un bellissimo quanto fantasioso passo di “Enrico il Verde” di Gottfried Keller. La vista, in effetti, è davvero magnifica, ma in mezzo ai rumori che salgono dalla città si ha come l’impressione di udire ancora le parole di Esther alias Lore Berger. Sono le parole che chiudono il romanzo, e quasi ottant’anni dopo non smettono di risuonare nelle nostre orecchie con un’eco assordante, insistente, quasi insostenibile. In principio era Lore: «La torre sale alta tra le nuvole del cielo primaverile, la nebbia ricopre i lunghi sentieri, una voce sale da lontano, poi ricade a terra roca e pesante. E’ una voce che dice: Non più confini, non più angustie. Soltanto orizzonti, alture, depressioni… Poi anche questo svanisce e si dissolve in cielo e terra… Non è dunque misericordiosa, la collina?».

 

Mattia Mantovani
Condividi

Correlati