Massimiliano Parente

Alla ricerca dello scandalo perduto

Massimiliano Parente, grande cultore di Proust, è uno dei più interessanti scrittori italiani contemporanei. La sua ponderosa opera Trilogia dell’inumano (oltre 1600 pagine) incarna quella che potremmo chiamare una potente visione cinica dell’umano supportata da una inflessibile devozione alle verità della scienza.

Ciò che maggiormente rileva della sua distanza dalla produzione italiana di questi decenni è tuttavia una straordinaria capacità di racconto, in cui la penna non indulge né alle improbabili macchinazioni retoriche di un Erri De Luca né allo stentoreo minimalismo educato e sterile di gran parte degli autori che gli sono coevi. E se parlare di virtuosismo è forse riduttivo, certamente siamo di fronte a una padronanza stilistica dalle connotazioni decisamente rare.

Detto questo, non manca in Parente una evidente predisposizione a ricalcare moduli narrativi, stilemi e atteggiamenti esistenziali già collaudati da gran parte della cosiddetta “letteratura maledetta” del Novecento: a partire dal funambolico e impietoso Céline per arrivare alla veemenza iconoclastica di un Miller e alle cironvoluzioni barocche di Busi. Sorge anzi il sospetto, leggendo il suo corposo romanzo maggiore, Trilogia dell’inumano, che Parente abbia voluto in qualche misura imitare le pose, più che l’urgenza vitale, del maledettismo novecentesco. E nel perseguire la costruzione di sé come personaggio sia stato più succube che padrone dei propri modelli.

Tale esibito narcisismo non leva tuttavia preminenza al valore intrinseco della sua prosa, che se mal dissimula i propri debiti ha certamente l’indubbio pregio di violare – nel segno di uno scandalo pur circoscritto a una scoperta ansia di scandalosità – il perbenismo culturale, stilistico e morale dell’attuale produzione italiana.

Parente mostra così nei suoi lavori che si può ancora essere autori a tutto tondo laddove la scrittura non è un atto casuale o un patetico atteggiamento sociale ma un investimento radicale nel segno dello scandaglio alle fondamenta del nostro essere umani. E soprattutto nel segno di una parola non improvvisata, non arrangiaticcia e miseramente comunicativa bensì letteraria nel senso più probante.

I video che accompagnano questo articolo sconfessano, ma in pari tempo confermano, la sua poetica. Da una parte indicano infatti un evidente desiderio di dissacrazione, che in qualche caso sconfina nel ridicolo di una contestazione del nulla (da Albano alla De Gregorio alla manualistica femminista), ma dall’altra attesta come Parente non si voglia in nessun modo ritrarre da quella che è la cifra essenziale del contemporaneo: quel postmoderno intreccio fra registri, alti e volgari, aulici e plebei, che connotano alla radice quella che potremmo chiamare “dissoluzione del classico”.

In questo senso si può dire che Parente sia l’espressione, in termini a loro modo beffardi, del discorso novecentesco anticonformistico: la rappresentazione riuscita, provocatoria e irriducibile a ogni pregresso moralismo di che cosa abbia da intendersi per letteratura di rottura. Rottura degli schemi borghesi, rottura delle convenzioni religiose, rottura delle sovrastrutture narrative tradizionali, rottura della sudditanza rispetto al comune senso del pudore. Ma soprattutto rottura di quella che in questi decenni si è rivelata la più perniciosa delle attitudini degli scrittori: la pigrizia. Ogni pagina di Parente trasuda – pur senza denunciare pensantezze di sorta – la fatica che una vera scrittura totale presuppone, e ogni sua parola rivela di una ponderazione al limite del perfezionismo più estremo.

Non fosse per questo – risparmiata al nostro giudizio la dubbia caratura di personaggio del personaggio che Parente vorrebbe essere – l’autore di Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler è una figura da tenere d’occhio e seguire con il più attento degli sguardi. Se nel concreto del suo lavoro vale molto più di quel che pretende di valere nel differenziarsi da conclamati ma trascurabili scrittori quali Baricco, Veronesi o la Murgia, nella complessità dei suoi scritti rivela infatti che si staglia tanto al di sopra di simili fenomeni di passaggio da non aver alcun bisogno di ribadirlo narcisisticamente.

Marco Alloni
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