Stanley Whitney, Primordial-Colors
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Multiculturalismo

Utopia o realtà?

Il termine multiculturalismo nasce nell’America del Nord negli anni ‘60 del ventesimo secolo. La prima menzione risale al 1964, quando il senatore Paul Yuzyk definisce la società canadese “multiculturale”. Yuzyk, nell’usare questo termine, ha un obiettivo preciso: indicare come il biculturalismo (retaggio dell’epoca coloniale, epoca in cui il paese conobbe un duplice assoggettamento, da un lato alla potenza britannica e dall’altro a quella francese) fosse ormai superato.

Al momento della sua nascita, il concetto di multiculturalismo ha un’accezione positiva. Esso viene utilizzato con l’intento di  descrivere e promuovere una nuova idea di nazione. Nel 1985 il Canada ufficializza il suo multiculturalismo firmando il Multiculturalism Act: un documento volto a promuovere una politica multiculturale, una politica che sia all’altezza di una nazione in cui più culture convivono mantenendo ognuna la propria identità (e in cui anche le minoranze hanno il diritto ad esistere, senza omologarsi o fondersi alla cultura dominante).

In Europa, per contro, il multiculturalismo (come concetto sociologico) entra nel dibattito filosofico e politico solo verso la fine del ventesimo secolo. Un periodo pregno di tensioni politiche e sociali, causate dalle correnti migratorie. I politici ai vertici degli stati europei si appellano al concetto del multiculturalismo con la speranza che esso possa offrire una soluzione agli stravolgimenti e alle insofferenze sociali innescate dalle migrazioni. Il concetto di multiculturalismo assume dunque in Europa un significato diverso, un significato assimilabile grossomodo a quello di tolleranza.

La trasposizione del concetto di multiculturalismo dal Nord America all’Europa è dunque, di fatto, un’alterazione del concetto originario, concetto che è nato e si è sviluppato in un continente che ha conosciuto il colonialismo, fenomeno che ha plasmato le società nordamericane, lasciando tracce culturali, linguistiche e sociali, da sempre fortemente ibridate (ibridazione cui ha concorso non solo il colonialismo, ma anche la sua più grande onta, la tratta degli schiavi).

Ogni realtà ha la sua storia e i termini che la descrivono non sono sdoganabili alla bell’e meglio da una parte all’altra del mondo. Del resto, il fatto che un termine sia pertinente nel descrivere una realtà non offre garanzia di pertinenza in altri contesti.

Va anche detto che in Europa il ricorso al concetto di multiculturalismo avviene solo dopo che altri termini fallirono nella stessa missione, ovvero quella di edulcorare le conseguenze del processo migratorio. Tanto che si può affermare che il termine multiculturalismo si fa strada strada tra le ceneri di altre teorie, prima fra tutte la teoria del melting pot, teoria che professava l’idea che la mescolanza potesse essere fondativa di una nuova identità e di una nuova cultura.

Il concetto di melting pot portava con sé l’auspicio che fosse possibile creare una società vieppiù amalgamata ed omogenea grazie alla commistione di individui con backgrounds culturali, religiosi e etnici diversi. Al fondo di questo concetto risiedeva l’idea che dall’incontro fra le etnie potesse nasce naturalmente una fusione, una mescolanza equa e condivisa fra le parti, quando invece il risultato era perlopiù una coazione, un’assimilazione culturale (mai completamente risolta) del soggetto più debole a quello più forte (assimilazione che di fatto ricordava le logiche messe in atto dal colonialismo e dallo schiavismo dei secoli passati).

In opposizione a questa idea di fusione e di assimilazione, si fa strada, come detto, il concetto di multiculturalismo, un concetto innovativo in quanto, piuttosto che focalizzarsi sulla mescolanza, pone l’accento sulla differenza e sul dialogo. Per dirla con lo studioso Michael Walzer, ciò che vuole proporre il concetto di multiculturalismo è l’uguaglianza dei cittadini e, al contempo, la differenza degli uomini culturalmente connotati.

Il concetto di multiculturalismo vuole dunque descrivere una realtà che tenga conto della diversità e della complessità. In questo suo intento il termine si scosta dall’utopia alchemica professata dal melting pot.

Nonostante la sua accezione neutra e imparziale, il termine multiculturalismo fatica ancora oggi a trovare un’adesione trasversale. Molte persone, di fronte alla definizione di “società multiculturale”, hanno la percezione di una dinamica problematica e non risolutiva. Il problema è che, come accennava già Max Weber, la coesistenza fra le culture è resa difficile non tanto da elementi fattuali, quanto piuttosto dall’invenzione (o presupposizione) di differenze culturali insormontabili, che in realtà non sono che il frutto dell’immaginazione o della misconoscenza. La presunta insormontabilità è in realtà la conseguenza della ritrosia (quando non del disprezzo) di fronte a ciò che è estraneo, straniero; disprezzo fomentato da coloro che attribuiscono all’immigrazione di massa la causa dell’insorgere delle società policulturali.

Ma è davvero corretto attribuire alla furia migratoria la “colpa” dello sviluppo delle società multiculturali? Di recente sono stati confrontati i dati relativi alle migrazioni di fine Novecento con quelli relativi al lasso di tempo che intercorre tra il 1912 e il 1920. Ebbene, i dati inerenti l’era della globalizzazione non sono più ingenti rispetto a quelli raccolti ad inizio secolo. Per cui se dovessimo considerare i concetti di immigrazione e di multiculturalismo come consustanziali, ecco che il multiculturalismo sarebbe dovuto nascere già, ad esempio, nel 1912 e forse anche molto prima. E probabilmente è così.

Del resto, l’immigrazione è sempre esistita (e sempre esisterà) ed è fondamentale ricordare che “gli altri” non migrano sempre e solo verso di noi bensì in tutte le direzioni. A partire dal 1846 fino alla seconda guerra mondiale milioni di persone hanno migrato dall’Europa all’America, dal nord est asiatico alla Manciuria, dall’India dalla Cina e dall’Africa si sono diretti verso la costa dell’oceano Indiano e Pacifico e via dicendo.

Che il multiculturalismo come termine sociologico, sia nato solo negli ultimi anni, è fatto assodato, tuttavia il multiculturalismo, inteso come pluralità e coesistenza di culture, è tanto vecchio quanto è vecchia l’umanità. Per cui non ha senso dire di essere a favore o contro il multiculturalismo, giacché esso è (da sempre) un dato di fatto. E un dato di fatto non è né un valore (come vorrebbero taluni), né un problema (come professano altri).

È fuori di dubbio che la diversità culturale sia un’occasione di arricchimento, ma è altrettanto vero che, se mal gestita, può portare non solo a inefficienza e malcontento, ma anche a vere e proprie crisi e scontri.

Per questa ragione, il multiculturalismo come dato di fatto richiede insieme una presa d’atto della sua esistenza e l’individuazione di percorsi per gestirlo al meglio. E per gestirlo occorre promuovere la tolleranza nei confronti di ciò che è diverso e di ciò che è nuovo, e al contempo occorre impegnarsi nel favorire un sentimento di empatia e solidarietà tra cittadini con orientamenti culturali diversi.

Purtroppo, però, il dialogo fra le culture fatica a far breccia: il soggetto più debole viene spesso invitato (quando non obbligato) ad adeguarsi alla Weltanschauung del soggetto dominate. Tanto che ancora oggi, anche se in maniera meno evidente, si assiste a coartati processi di assimilazione e omologazione al mainstream. La causa di questa coartazione è probabilmente da ricercare nell’eccessiva ed inveterata identificazione in se stessi (nella propria etnia, nella propria cultura e nei propri paradigmi); nell’incapacità a relativizzare il proprio punto di vista;  nell’affermazione ad oltranza delle proprie posizioni, senza predisposizione all’ascolto e all’accoglienza.

Alice Cavadini
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