Oswald Spengler

Viaggio al termine dell’Occidente

Se è vero -ed è incontestabilmente vero- che l’italiano è la lingua del fiato perso, e cioè un idioma nel quale si può parlare per ore ed ore senza dire assolutamente nulla, è altrettanto vero che il tedesco, con le sue sottigliezze semantiche e lessicali e il suo rigore sintattico, non è soltanto la lingua perfetta per ordinare al cane di stare seduto sulle zampe posteriori, come recita un celebre e sapido “bon mot”, ma è anche il filtro attraverso il quale si è storicamente espressa la cosiddetta “anima tedesca” con le sue grandezze, la sua tensione ideale, il suo “Streben” faustiano, i suoi lati oscuri e le sue intime e irrisolte lacerazioni: quell’anima nobilmente ma anche “disperatamente tedesca” di cui parlava ad esempio Thomas Mann in un rarissimo documento filmato, parlando al «pubblico del futuro» e riferendosi a un grande illuminista e maestro di tolleranza come Lessing. Era il 1929, in occasione del bicentenario della nascita dell’autore di “Nathan il saggio”, “L’educazione del genere umano” e la “Drammaturgia amburghese”, mentre sulla Germania e l’intera Europa si stavano già addensando nubi minacciose.

Le sfumature semantiche e lessicali della lingua tedesca sono molto utili per circoscrivere il nucleo più profondo di un’opera monumentale, eccessiva, fascinosa, per molti versi inaccettabile ma oggi più che mai imprescindibile come ”Der Untergang des Abendlandes”, “Il tramonto dell’Occidente” di Oswald Spengler, che proprio a questa altezza cronologica compie il secolo di vita (la prima parte uscì nel 1918, la seconda nel 1922) e in virtù di una nuova traduzione italiana, ottimamente curata da Giuseppe Raciti e pubblicata negli scorsi anni dall’editore Aragno, viene finalmente svincolato dalle ipoteche che dal 1957 in poi (l’anno della prima nonché tardiva traduzione, pubblicata da Longanesi e curata da un letterato dichiaratamente di estrema destra quale fu Julius Evola) ne hanno reso impossibile una lettura che non fosse ideologica, preconcetta e in ultima analisi erronea e parziale.

Per troppo tempo, infatti, anche a causa di talune forzature presenti nella pur ottima traduzione di Evola (poi emendate in una successiva edizione Longanesi del 1978), Spengler è stato corrivamente etichettato come un teorico del nazismo (dal quale invece prese nettamente le distanze, giudicandolo un pervertimento dell’ethos aristocratico prussiano e definendo Hitler e i suoi scherani una combriccola di «idioti» e «minorati mentali»), e più in generale come un fautore di una destra fortemente reazionaria e illiberale, avversa a ogni forma di democrazia parlamentare (il che, invece, è sostanzialmente vero). Su una simile valutazione hanno inoltre pesato la sbrigativa stroncatura di Benedetto Croce, che in nome dello storicismo di stampo hegeliano giudicò il pensiero di Spengler una «regressione verso l’irrazionale», e in misura non minore l’ingiusto e insincero giudizio di Thomas Mann. Nel 1918, infatti, quasi contemporaneamente al primo volume de “Il tramonto dell’Occidente”, erano uscite anche le sue “Considerazioni di un impolitico”.

Le due opere, accomunate dal medesimo movente e dal medesimo sfondo storico, politico e sociale (la prima guerra mondiale e l’inopinata disfatta della Germania), miravano sostanzialmente allo stesso scopo, consistente nel dimostrare la differenza e insieme la superiorità della “cultura” tedesca (nel senso di “Kultur”, “civiltà”) rispetto alla “civilizzazione” (“Zivilisation”) delle democrazie occidentali, il tutto declinato a partire da una comune constatazione: il tramonto e quindi la fine della “Kultur” prodotta dall’Occidente. Spengler, però, si era spinto fino alle estreme conseguenze, situando il proprio discorso all’interno di un complessivo quadro storico e filosofico, mentre Mann -che identificava il tramonto della civiltà occidentale con la fine della funzione storica della borghesia incarnata dai Buddenbrook- si era prudentemente fermato qualche passo prima della formulazione definitiva. Ecco perché il suo giudizio su Spengler, definito «crassamente catastrofico» e «disfattista dell’umanità», è del tutto fuori luogo.

A proposito di sfumature semantiche: “Occidente”, in tedesco, è “Abendland”, che significa letteralmente “Terra della sera” e indica non soltanto una precisa coordinata geografica, ma anche il senso tragico dell’esistenza e della Storia -la costante percezione del divenire, del declino e della morte (il goethiano “Stirb und werde”, “Muori e diventa”)- che costituisce il tratto distintivo della grande cultura tedesca di derivazione greco-classica, da Goethe e Hölderlin in poi. Per capire il tramonto dell’Occidente evocato da Spengler bisogna tenere presente questa connotazione semantica e la lievissima ma decisiva sfumatura che dirime i termini “Kultur” e “Zivilisation”.

A differenza di Mann, che ragiona pur sempre in virtù di una concezione lineare della Storia e difende la “Kultur” tedesca anche contro ogni evidenza, Spengler concepisce il divenire in maniera organica, paragonando l’ascesa, il culmine e infine il tramonto delle varie civiltà, e da ultimo di quella occidentale, al ciclo biologico di tutti gli organismi viventi. La “civiltà” è una semplice sovrastruttura, la Natura è Storia e la Storia è Natura: una tesi senza dubbio ardita e pericolosa, perché sconfina nel più ferreo determinismo e biologismo, non priva di palesi forzature ma anche di un quasi inconfessabile fondo di verità.

La fine della “civiltà”, che continua a sopravvivere nelle morte forme della “civilizzazione” ipertecnologica, sarebbe quindi un destino inevitabile. Vale la pena di rileggerlo e riscoprirlo, il pessimista Spengler, se non altro perché, un secolo dopo, il suo pessimismo sta assumendo sempre più i caratteri di un quasi grottesco realismo. «La décadence, c’est l’art de mourir en beauté», diceva Paul Valéry. E’ vero, meglio ancora se con un pizzico di ironia e sense of humor, perché il tramonto dell’Occidente e della sua civiltà è fatto anche (soprattutto?) di tanti piccoli nulla e delle migliaia di fesserie che ingorgano la nostra quotidianità. I von Wegen Lisbeth di Matthias Rohde, un gruppo indie pop di Berlino, lo hanno espresso a modo loro in questa simpatica canzone del 2016. Il titolo? Ovvio, “Der Untergang des Abendlandes”, “Il tramonto dell’Occidente”. In fondo, cosa diceva Mastro Goethe? «Tutto ciò che è transitorio è soltanto un simbolo». Difficile dargli torto: anche la fine, come il diavolo, è nei dettagli.

Mattia Mantovani
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