Ottiero Ottieri

L’irrealtà di essere qui

Nessuno è al mondo come «la chiave nella toppa e l’acqua nel bicchiere», diceva Heidegger sulla scorta del suo grande modello Hölderlin e dei celebri versi finali della poesia “Al fonte del Danubio”: «Andiamo ormai come orfani…». Il che significa che  siamo tutti -ma proprio tutti, dai tirannosauri dei profitti e fatturati all’ultimo dei derelitti- “gettati” in qualcosa di non meglio definito e definibile che è “l’esserci”, “l’essere qui”.

Intervista a Ottiero Ottieri
Intervista a Ottiero Ottieri A cura di Alfredo Barberis (Archivi RSI, 16.12.1972)

Siamo tutti “gettati”, ma c’è anche chi è più “gettato” degli altri: sono i cosiddetti “matti”, o comunque tutti coloro che i cosiddetti “sani” giudicano tali, e più in generale chiunque soffra (oltre i limiti della presunta e spesso opinabile “normalità”) di disturbi quali la psicosi, la nevrosi, la depressione e la bipolarità, solo per citarne alcuni.

Un grande, anzi grandissimo scrittore italiano del Novecento, Mario Tobino, che era un medico nel senso alto e nobile del termine, e per quasi quarant’anni fu psichiatra nel manicomio di Maggiano nei pressi di Lucca, sosteneva in base alla propria lunga e sofferta esperienza che nelle malattie psichiche viene intaccato soltanto l’intelletto, non i sentimenti. Tobino giudicava quindi fuori luogo l’eccessivo utilizzo degli psicofarmaci e riteneva il disagio mentale una forma di approccio “altro” alla realtà, sicuramente molto problematico ma anche più libero e spesso più profondo rispetto all’approccio dei “sani”, mediato e filtrato dal cosiddetto buon senso e dal ragionamento. È quanto sosteneva un altro grande esperto di tenebre come Joseph Conrad, che nel 1905, in passo del suo epistolario tutto giocato sul filo del paradosso, si era espresso in questi termini: «Il tedioso sole del futuro indugia all’orizzonte, ma sorgerà comunque, e lo farà per gettare la sua luce igienica su un mondo monotono, “sans peur et sans reproche”. È la tomba dei singoli caratteri. Per la salvezza dell’anima, io ripongo la mia fede nel potere della follia».

Il buon senso e il ragionamento, infatti, istituiscono categorie e rendono la realtà vivibile, ma la costringono in quel reticolo di finzioni e più o meno consapevoli autoinganni che Carlo Michelstaedter aveva genialmente racchiuso nel concetto di “rettorica”, opponendola alla “persuasione” intesa quale pieno possesso della propria vita. Il disturbo psichico, quindi, come forma di conoscenza del mondo. Oppure, per riprendere il titolo di un famoso saggio di Susan Sontag, come “metafora” e fondamento della creatività, nella misura in cui la scrittura che lo racconta e lo reinventa assume anche una funzione terapeutica. È il caso di un altro grande scrittore del Novecento italiano, Ottiero Ottieri, che a quasi vent’anni dalla morte, per quanto le sue opere siano state più volte ripubblicate (anche in un volume della collana dei Meridiani Mondadori), rimane tuttora un “notissimo sconosciuto”, secondo una recente e indovinata definizione di Carla Benedetti.

27.11.10 Ottiero Ottieri (1./2)
27.11.10 Ottiero Ottieri (1./2)

Le storie letterarie tendono in effetti a confinarlo in un “endroit écarté” rispetto ai grandi protagonisti del secondo segmento del secolo breve. È un errore, perché per capire l’Italia del boom economico e del finto benessere, ma anche l’eterna Italietta provinciale, gretta, cialtrona e infingarda, la vastissima produzione letteraria di Ottieri -non solo i suoi libri sulla realtà delle fabbriche, ma anche i romanzi ambientati nel “demi-monde” dei salotti intellettuali, che ritraggono in maniera impietosa una società ormai completamente paga e soddisfatta della propria volgarità- rimane uno strumento fondamentale, anzi imprescindibile.

28.11.10 Ottiero Ottieri (2./2)
28.11.10 Ottiero Ottieri (2./2)

La sua opera merita quindi di essere riletta e soprattutto riposizionata. È davvero inconcepibile che libri come “Tempi stretti”, “La linea gotica”, “L’irrealtà quotidiana” e “I divini mondani” non facciano parte a pieno titolo (magari insieme agli altrettanto negletti “Tempo di uccidere” di Ennio Flaiano e “Il deserto della Libia” del già ricordato Tobino) dell’autocoscienza nazionale italiana. Beninteso, ammesso che quest’ultima esista oltre le euforie pallonare e si abbia la seria -e seriamente democratica- intenzione di coltivarla. Ma è lecito nutrire qualche dubbio.

Così lontano con le sue tenebre e i suoi fantasmi, ma anche così vicino con la sua capacità di raccontarli: nato a Roma nel 1924 e morto a Milano nel 2002, Ottieri non è mai stato nel mondo come l’acqua nel bicchiere e la chiave nella toppa. Aveva un rapporto complicato con la “realtà”, che ai suoi occhi (soltanto ai suoi?) svaporava spesso in “irrealtà”, ha sofferto per molti anni di crisi depressive e disturbi bipolari, si è sottoposto con assiduità a trattamenti psicanalistici (sia col metodo freudiano che con quello junghiano) e ha trascorso lunghi periodi in varie cliniche e case di cura, in Italia e all’estero. Da uno di questi periodi di personalissima discesa agli inferi, tra il 1970 e il 1971, in una fin troppo elvetica clinica psichiatrica di Zurigo, ha tratto lo spunto per quello che rimane il suo libro più intenso e significativo, “Il campo di concentrazione”, per molti versi accomunabile al libro per eccellenza del disagio di esistere e del cuore di tenebra elvetico, il quasi coevo “Il cavaliere, la morte e il diavolo” di Fritz Zorn.

“Il campo di concentrazione” non è il suo libro più bello per costruzione narrativa e intrinseca qualità di scrittura. È infatti un diario che come tale vuole presentarsi, cioè come un insieme di frammenti, ma senza dubbio è il più immediato, perché rispecchia e restituisce la cifra più autentica della sua esistenza di uomo e  scrittore. Ottieri ci ha messo veramente tutto: il nero baratro della disperazione che «restringe il mondo a un imbuto nel cui punto più stretto sta il disperato», la «paura di aver paura», la totale identificazione di vita e malattia, con la vita-malattia che diventa un muro di piombo e lascia soltanto un minimo pertugio per un’autoanalisi implacabile, che coglie davvero l’essenza fanghigliosa del disagio mentale e forse dell’intera condizione umana, dell’“esserci”, dell’essere qui: «Non so quel che è bene e quel che è male, non so nemmeno se star bene sia meglio che star male. Lo star male spinge all’elaborazione dei pensieri. Lo star bene può essere una quiete pericolosa. La depressione è una paralisi dell’azione, una malattia della volontà, una volontà di malattia».

Ma in Ottieri la volontà di malattia è anche volontà di scrittura, e la scrittura diventa un tentativo di resistere alla malattia: «Scrivo unicamente per sopravvivere, scrivo per scrivere, per gettare un ponticello sopra l’abisso, per essere nella realtà e nello stesso tempo per estrarmi dalla realtà». La vita come malattia, la malattia come vita: il tormentato e sensibilissimo Ottieri ha espresso questa abissale quanto umanissima equazione in una frase di assoluta bellezza, che ha quasi lo spicco simbolico dell’aforisma. E la cui eco, per quanto ci arrivi con la delicatezza di un accordo in minore, non può che risuonare assordante: «Stento a trovare la ragione di essere qui, ed ecco la causa dell’irrealtà di ritrovarmi qui».

Mattia Mantovani
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