Pier Vittorio Tondelli

L’attualità di un inattuale

Formidabili quegli anni? Si, no, ma, forse… Una cosa è certa: per taluni -soprattutto i cosiddetti “discosauri” e “nonni rock”, che in quel periodo hanno vissuto il giro di danza della propria giovinezza di “baby boomer” e adesso fanno i conti con altre e ben più tristi realtà- non sono mai finiti e continuano a lasciare una scia di lumaca fatta principalmente di ristampe e costosissime “deluxe edition” dei grandi e meno grandi dischi dell’epoca, con l’aggiunta delle “reunion” (i gruppi allora in voga che si riformano a distanza di qualche decennio) che spesso si risolvono in un tripudio -si fa per dire- di ridotte estensioni vocali, inevitabili canizie ed evitabilissimi embonpoint. Perché sarà anche vero, come diceva William Faulkner, che il passato non è mai completamente passato, ma è ancora più vero che nella sua sostanza più intima il passato non torna: il “temps perdu” è perduto, Albertine è scomparsa e a nessuno viene più in mente di andare a cercarla, perché non ci sono più né il tempo (perduto, appunto) né la voglia, come ha giustamente osservato mezzo secolo fa un “proustiano” doc come Ennio Flaiano, operando una simpatica variazione sul titolo del sesto e penultimo pannello della “Recherche” .

E’ comunque vero che gli anni Ottanta non sono mai finiti, ma per un altro motivo: perché le loro ombre continuano a gravare sul presente e anche perché il loro luna-park era la quinta di cartapesta di una banale e volgarissima apocalisse. Per capirlo, visivamente e concretamente, basta fare un giro nella bassa lombarda e nell’entroterra di Rimini, in un paesaggio da “day after” disseminato di carcasse delle vecchie discoteche, che fanno pensare alle morte viscere di lontani carnevali e costituiscono un tragicomico memento.

Ci sono molti ottimi studi che permettono di capire “cosa” sia stata la storia italiana, e più ancora il costume italico, nel periodo di passaggio dagli anni Settanta dei dogmatismi, delle lotte politiche e degli scontri ideologici agli anni Ottanta dei lustrini e del disimpegno, ma per capire “come” quel periodo sia stato vissuto e percepito (la distinzione è fondamentale, come ricordava Mastro Goethe nelle sue celebri riflessioni sul “wie und was”, poi concretamente declinate in quella meraviglia narrativa che è “Favola”) bisogna ricorrere alla verità prodotta dall’espressione artistica. Ci sono ad esempio tanti film (per lo più pessimi, ma proprio per questo significativi) e tanti buoni libri di narrativa, soprattutto quelli di Pier Vittorio Tondelli, lo scrittore che più di ogni altro ha fotografato quel periodo e lo ha assimilato fin quasi alla totale identificazione.

E’ quindi drammaticamente simbolico che Tondelli, emiliano di Correggio, nato il 14 settembre 1955, sia morto di Aids a soli 36 anni a Reggio Emilia, il 16 dicembre 1991, all’inizio del decennio che ha cancellato la superficie degli anni Ottanta ma non le sue macchie, i suoi spurghi, le sue ombre. L’attualità di Tondelli, a trent’anni esatti dalla morte, è quindi l’attualità di un’inattuale, più precisamente l’attualità di uno scrittore poco capito dalla cultura ufficiale dell’epoca, forse troppo commercializzato dall’industria editoriale (che aveva bisogno, non si sa perché, del tipo socio-antropologico del “giovane scrittore”), ma senza dubbio importante, epocale proprio perché proiettato oltre la sua epoca. Si capisce allora che è sostanzialmente ingiusto confinarlo nelle note a margine delle storie letterarie, riducendolo al rango di “scrittore giovane degli anni Ottanta precocemente scomparso”. Perché Tondelli è stato ben altro.

Anche se profondamente radicati nella realtà di quegli anni (Tondelli è per così dire un “figlio” della Bologna degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta, la città-laboratorio culturale di Francesco Guccini, Claudio Lolli e Andrea Pazienza, nonché di “Radio Alice” e del leggendario DAMS, dove insegnavano tra gli altri Umberto Eco, Gianni Celati e Giuliano Scabia), i suoi libri, riletti oggi, non hanno perso nulla quanto a impatto e immediatezza: “Altri libertini”, lo “scandaloso” esordio del 1980, che fu perfino sottoposto a sequestro per oscenità, rimane un libro fondamentale per capire una certa provincia italiana e le strettoie attraverso le quali gli anni Settanta sono sfociati nel decennio successivo, mentre “Pao Pao”, del 1982, (il titolo è l’acronimo di “Picchetto Armato Ordinario”), assimilabile tematicamente al “Libretto di servizio” di Max Frisch, getta uno sguardo totalmente “altro” sulla vita militare, il servizio di leva e le annesse e connesse ipocrisie (il “machismo” da baraccone del glorioso maschio latino). Ma soprattutto rimane molto attuale nella sua inattualità un romanzo come l’allora celebratissimo quanto controverso “Rimini”, del 1985, con la sua “polifonia narrativa”, così definita dallo stesso Tondelli, e la scoperta di una Rimini che da località balneare e luogo di vacanza si trasformava fino ad assumere ben altre connotazioni: un luogo reale, certo, ma principalmente una metafora («Hollywood e Nashville, ma anche specchio dell’Italia», sempre secondo le parole di Tondelli). Molto letto ma poco capito all’epoca, “Rimini” esprime e riassume gli anni Ottanta ma è anche proiettato verso un “oltre” che per noi, oggi, è l’opacità del presente, la percezione di una festa che sicuramente è finita e forse non c’è mai stata. Lo stesso Tondelli lo ha spiegato con estrema chiarezza in un’intervista del periodo: «Quest’aura un po’ di festa, qualche vacanza, in cui si fa un viaggetto, ma che, nello stesso tempo, nasconde anche… ecco, un momento di sospensione attorno all’abisso».

La “sua” Rimini è solo apparentemente il “divertimentificio”, la città della spiaggia, delle discoteche e dello sballo à tout prix, perché questa apparenza kitsch e tipicamente “anni Ottanta” nasconde l’altra realtà, quella vera, della città invernale, livida, nebbiosa, autenticamente felliniana, quasi spettrale, perfetto scenario di un’apocalisse simile a quella che viene adombrata nelle ultime pagine del romanzo, oppure intrisa di quel senso di morte e decadenza che c’è in molte scene di “Amarcord” e che Tondelli ha colto e restituito in uno scritto del 1985 intitolato “Fuori stagione”: «In nessun altra città è forse possibile osservare così da vicino, e in modo tanto toccante, la vita delle cose, l’alternanza della materia, come se possedesse, essa stessa, un nascosto ciclo biologico. Così mentre il mare si fa grigio e si ingrossa e gli alberi perdono le foglie e gli uomini della riviera si rinchiudono in casa, anche le cabine, i battelli, le sedie a sdraio, i negozi, le serrande, gli infissi delle finestre, si chiudono in se stessi, offrendosi alla salsedine spinta dal vento, alle intemperie, alla pioggia, alla neve che le invecchierà allo stesso modo in cui invecchia gli uomini».

Questo senso di morte torna nel romanzo “Camere separate”, del 1989, nel testo scenico “Dinner Party”, del 1986, e in altri scritti solo apparentemente minori -in particolare la sceneggiatura del film “Sabato italiano”, uscito nelle sale alcuni mesi dopo la sua scomparsa- che meriterebbero di essere riposizionati e rivalutati. Ma in ultima analisi -lo ha fatto giustamente notare Roberto Carnero, che negli scorsi anni gli ha dedicato una bella monografia- è la sua poetica complessiva a meritare una rivalutazione, perché Tondelli è stato con ogni evidenza uno degli ultimi scrittori italiani ad elaborare una propria personale poetica, nel tentativo di trovare un’aderenza della scrittura alla realtà, una forma in grado di diventare essa stessa contenuto e veicolo espressivo. Anche in questo, Tondelli è attualissimo nella sua inattualità, perché nel frattempo ci si è forse dimenticati che la “verità” della vita e delle sue occorrenze, comunque la si voglia intendere e declinare, è sempre una forma, un ritmo che ne dice la presenza oppure la latitanza. Il “giovane scrittore precocemente scomparso”, a trent’anni dalla morte, ci obbliga anche a fare i conti con questo cuore di tenebra: “Apocalisse, ora”, come dice l’ultimo capitolo del suo romanzo più celebre. Perché era tutto grottescamente reale nella sua irrealtà e nel suo artificio. Perché era tutto di plastica e la festa era finta. E comunque è finita, a Rimini come altrove.

Mattia Mantovani
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