Satoshi Kon

Il regista che ha anticipato il futuro

Il cinema è stanco, il cinema è vecchio. Non sposiamo questi stupidi luoghi comuni, però come si fa a non vederci un fondo di verità? Davvero è sempre più complicato incontrare cinema nuovo, cinema rivoluzionario. O almeno, cinema rivoluzionario che sia anche un piacere per chi lo guarda: di cinema punitivo ne abbiamo abbastanza, e forse un anno senza festival era prima di tutto necessario per riposarci gli occhi e goderci l'ultima stagione di Homeland senza sentirci in colpa. Ma non divaghiamo.

Di rivoluzioni, nel cinema di oggi, se ne vedono poche. Una delle poche forze che davvero sembra avere lo sguardo fisso verso il futuro della narrazione cinematografica è l'animazione. Pensiamo ai film della statunitense Pixar, certo, che a ogni pellicola sembra voler spostare di qualche centimetro il limite di cosa e come si può raccontare con i cartoni animati. Ma allargando lo sguardo oltre l'ovvio hollywoodiano, i primi rivoluzionari del cinema che incontriamo hanno nomi orientali. Tra loro c'è un regista giapponese che ancora oggi è avanguardia, nonostante sia morto il 24 agosto 2010.

Il cinema di Satoshi Kon (12 ottobre 1963 – Tokyo, 24 agosto 2010) era già cinema del futuro nella seconda metà degli anni Novanta, quando il regista si faceva conoscere per la prima volta al grande pubblico. Non che prima non avesse frequentato il mondo dell'animazione, soprattutto come assistente di uno degli autori fondamentali di anime e manga degli anni Ottanta e Novanta, Katsuhiro Otomo (quello di Akira, forse il film di fantascienza più noto e influente della storia dell'animazione giapponese). Ma è stato il suo primo lungometraggio Perfect Blue, diretto a trentatre anni, a imporlo all'attenzione della critica anche al di fuori dei confini nazionali – non è un caso che Kon sia stato amatissimo in Europa e negli Stati Uniti, visto che ha spesso dichiarato di avere una formazione cinematografica assai esterofila. Perfect Blue già racconta il tema che poi sarebbe diventato ossessione fondamentale capace di attraversare l'intera opera di Kon: il doppio, inteso come contrapposizione tra concreto e virtuale, realtà e sogno, persona e personaggio. Perfect Blue doveva essere un thriller live-action, con al centro della storia una giovanissima popstar – una di quelle che i giapponesi chiamano idol – tormentata da uno stalker. Poi l'arrivo di Kon aveva imposto lo slittamento verso l'animazione, oltre a una completa riscrittura della sceneggiatura: così, invece che un dimenticabile film di genere nipponico, Perfect Blue è diventato un pezzo di storia del cinema, oltre che una pietra miliare dell'anime più “adulto” (parola orribilmente sbagliata, ma rende l'idea) che avrebbe preso piede in Giappone a cavallo tra ventesimo e ventunesimo secolo.

Nel caso di Perfect Blue, la modernità rivoluzionaria stava in scelte narrative e di montaggio inedite e perfino scioccanti (tipiche dello stile di Kon e meglio descritte nel breve saggio audiovisivo del videoblog Every Frame a Painting che trovate qui sopra); nella scelta di descrivere parte dell'ambiente otaku, cioè proprio quello dei fan ossessionati dai personaggi fittizi della narrativa a fumetti o animata, e dello spettacolo giapponese in generale; soprattutto, nel mettere sotto i riflettori la progressiva perdita di identità personale dell'uomo moderno. Nel caso di Perfect Blue, la protagonista viene letteralmente schiacciata dal moltiplicarsi della sua immagine mediatica, fino al punto da non riuscire più a riconoscere se stessa. Il resto, compresi stalker e serial killer, sono in realtà poco più che un elaborato MacGuffin utile a confondere le idee allo spettatore. A cui resta (anche) il compito di decidere se l'oggettiva opacità del racconto, che rimane a tratti poco comprensibile, sia un positivo desiderio di coinvolgere e stimolare chi guarda, o piuttosto puro sadismo. Eppure, nonostante la narrazione proceda tenendosi ben lontana da ogni regola del cinema mainstream, il semplice piacere della visione è innegabile.

Da Perfect Blue alla morte, avvenuta a pochi mesi di distanza dalla diagnosi di un incurabile tumore al pancreas, inevitabilmente la filmografia di Satoshi Kon conta solo un pugno di opere: altre tre in una dozzina d'anni, un numero che a ben guardare non è neppure così scarso, considerando i tempi piuttosto lunghi della produzione di un lungometraggio d'animazione. Ognuno dei film successivi – Millennium Actress, Tokyo Godfathers, Paprika – prosegue sulla via tracciata con Perfect Blue, partendo da un mistero (di chi è innamorata la bellissima attrice Chiyoko?) per poi diventare esso stesso un mistero, una spirale di immagini che scorre davanti agli occhi dello spettatore, ognuna connessa all'altra da indizi estetici più che da un vero ordine narrativo. Eppure il viaggio vale sempre il prezzo del biglietto.

Non stupisce certo che tra il 1997 e il 2010 i registi di mezzo mondo si siano innamorati, e abbiano citato fino allo sfinimento, il cinema di Satoshi Kon, fino all'estremo di Christopher Nolan, che con Inception ha costruito sequenze ricalcate fotogramma per fotogramma su Paprika. Questi e altri esempi, da Darren Aronofsky ai fratelli Wachowski, nel video di filmcrux.com che riportiamo sotto.

Gli omaggi e le citazioni all'interno di pellicole degli anni successivi sono l'esempio più concreto della forza vitale del cinema di Satoshi Kon, il cui lascito più prezioso rimane però la capacità di raccontare attraverso le immagini il tema della frammentazione e della dispersione della realtà, divenuto centro di gravità permanente nella società nel decennio successivo alla morte dell'autore originario di Osaka. Ci resta la certezza che il mondo ipermediato di internet e dei social network gli avrebbe offerto spunti ulteriori per costruire nuovi capolavori, e il rimpianto per non averli visti, per non averli vissuti.

Il suo ultimo film, Dreaming Machine, animato per circa un terzo al momento della sua morte, è rimasto da quel momento congelato nel tempo: la casa di produzione Madhouse, pur con una ferrea volontà di portare a termine il progetto, non è mai riuscita a trovare qualcuno capace di sostituire Kon, autore totale sempre dieci anni avanti sui tempi cinematografici. 

Michele Serra
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