Luoghi comuni riguardo al cinema americano negli anni Venti del ventunesimo secolo, in ordine sparso: a Hollywood si son finiti le idee; ormai i film sono tutti sequel o reboot; di pellicole comiche, in sala, se ne vedono sempre meno.
Per carità, come tutti i luoghi comuni hanno un fondo di verità. Però poi ti trovi davanti un film che si intitola Anaconda, nel 2026. Che è in effetti un reboot, ma è radicalmente diverso dall’originale; che non ha niente di mai visto prima, eppure sembra completamente nuovo; e che è, beh, una commedia. Andiamo con ordine.
Anaconda, quello originale, lo conosciamo tutti. O almeno, lo conoscono tutti coloro i quali hanno ricevuto la loro prima educazione cinematografica negli anni Novanta. Che certo, erano quelli dei Tre colori di Kieslowski e dei capolavori di Zhang Yimou, ma erano soprattutto quelli che ci portavano film d’avventura stupidi, violenti e divertentissimi. Almeno, così sono rimasti nei nostri ricordi – anche se non sappiamo bene quanto c’entri la qualità cinematografica (poco) e quanto la nostalgia (tanto), di tempi più semplici e felici (anche in senso geopolitico, almeno per quel che riguarda il mondo occidentale).
Anaconda era un’avventura horror con un cast assurdo e meraviglioso: Jon Voight, Owen Wilson, Ice Cube, Jennifer Lopez e Danny Trejo buttati nel Rio delle Amazzoni a combattere contro il rettile del titolo, in un crescendo di tensione e trash. È uno di quei film che ci ricordano che ci siamo innamorati del cinema non per i film d’autore, ma per le roboanti baracconate hollywoodiane, replicate poi decine di volte attraverso i piccoli schermi delle tv private o tramite VHS. Chi se la sente di affermare il contrario, alzi pure la mano.
Dal mito shakespeariano ai trionfi del cinema svizzero
Indovina chi viene al cinema 07.02.2026, 12:45
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Quell’amore per il cinema è lo stesso che viene descritto – in modo perfino toccante – nei primi venti minuti del nuovo Anaconda, in cui vediamo un gruppo di amici che si imbarcano nell’impresa di girare un remake di quel loro film del cuore, con pochi soldi e molta improvvisazione. I due protagonisti Jack Black e Paul Rudd sono stati, entrambi, delusi e respinti da quel mondo del cinema in cui, da ragazzini, sognavano di entrare: il primo è diventato un regista di filmini di matrimoni che sogna di essere Wes Craven, il secondo un attore di scarso talento, impegnato in medical drama di seconda fascia, e mal sopportato anche da questi ultimi. I due prendono al volo questa insperata opportunità, ma si ritrovano a vivere la storia del loro film in modo un po’ troppo realistico.

Quindi, l’Anaconda del 2025 è davvero un nuovo Anaconda. Peccato che si tratti di una commedia con, a un certo punto, qualche serpentone e simili, e non il grande horror comico spinto al massimo che avrebbe potuto essere. Ma fare la tara a una pellicola mettendola a confronto con quello che avresti sperato di vedere è sempre un esercizio sterile, quindi meglio concentrarsi su quello che effettivamente c’è sullo schermo, che è abbastanza per offrire a chi guarda vibrazioni positive, e qualche sorriso metacinematografico.
Già, perché in effetti la grande novità è che si tratta di un meta-reboot (facile immaginarsi l’eccitazione dei produttori della Columbia Pictures, quando si è palesata davanti ai loro occhi la possibilità di lanciare un possibile Nuovo Trend Hollywoodiano®), che mette in scena e prende (bonariamente) in giro proprio la moda di remake e reboot, ribadendo allo stesso tempo che anche un brutto film può essere un grande film. Poi, certo, per essere un film su gente che deve fare un film, Anaconda non è esattamente 8 e 1/2, e neanche Bowfinger. Però sprizza amore per il cinema: ce n’è sempre bisogno, oggi più di ieri.
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