Qualcuno ha parlato di crisi creativa, e su questa valutazione si può anche discutere – anche se è difficile criticare cose come Red e Inside Out 2. Ma per il resto, a quarant’anni dalla fondazione, la Pixar è ancora una potenza di Hollywood. In questi primi 40 anni, i suoi film hanno incassato 15 miliardi di dollari solo di biglietti staccati nelle sale, quindi senza tutto il resto, che è una torta ben più grossa. Per dire: Toy Story e Cars da soli hanno fruttato circa 50 miliardi di dollari di giocattoli e merchandising.

La sede della Pixar a Emeryville, California
La Pixar, insomma, vale tantissimo. Più dei sette miliardi che la Walt Disney Company ha sborsato nel 2008 per acquistarla. Si potrebbe dire che abbia un valore inestimabile, perché potrebbe creare un nuovo marchio multimiliardario ogni volta che fa un film. Non sempre riesce, certo: Cars è più appetibile per il merchandising di Coco (quando si parla di morte, è più difficile vendere bambolotti ai bambini), ma le probabilità sono dalla parte della Pixar. Per dire: George Lucas è riuscito a creare un solo franchise da miliardi di dollari, nella sua carriera; la Pixar almeno due, e in meno tempo.

Toy Story 4, 2019
A dirla tutta, George Walton Lucas un pochino c’entra, con la storia di successo della Pixar. E c’entra quel periodo magico per il cinema americano che sono stati gli anni Settanta.
Nei primi Settanta, Lucas era solo un regista di belle speranze, con un grosso problema: aveva venduto alla 20th Century Fox un film irrealizzabile. Era un film di fantascienza, un racconto romantico di dame e cavalieri ambientato nel futuro spaziale, con astronavi e robot. Peccato che le sue idee non potessero prendere vita sullo schermo, perché non esisteva la tecnologia per produrre quegli effetti speciali. Così Lucas prese un gruppetto di giovani ingegneri appena diplomati e li chiuse dentro un magazzino alla periferia di Los Angeles: fare o non fare. Non c’è provare.
Avevano 25 anni di media, i ragazzi che lavorarono al primo Star Wars, e per la maggior parte non avevano mai avuto a che fare con la produzione di un film. Però si misero d’impegno (e probabilmente, un po’ di talento l’avevano): costruirono dal nulla computer, cineprese e tutto quello che serviva per fare quel film. Con quel materiale girarono 800 inquadrature, un pezzo di storia del cinema. Prese vita così la Industrial Light & Magic, il primo pezzo della storia della Pixar prima della Pixar.

Ma è vero che la Disney è in crisi?
Il divano di spade 22.06.2024, 18:00
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Grazie al successo di Star Wars, George Lucas nel 1979 si trovò in mano una enorme quantità di denaro, che investì in quello che considerava il futuro del cinema: l’immagine digitale, di cui si occupava proprio la sua Industrial Light & Magic. Negli anni successivi, la ILM realizzò il primo personaggio totalmente generato al computer della storia del cinema, il cavaliere di vetro che appare in alcune scene di Piramide di Paura: a dare vita a quel cavaliere ci furono alcuni giovani animatori, tra i quali il trentenne americano John Lasseter, che poi diventerà capo e deus ex machina della futura Pixar. Ma c’era bisogno di un terzo uomo del destino, per arrivare alla Pixar di oggi, che comparve sulla scena nei primi anni Ottanta: si chiamava Steven Paul Jobs, tutti quanti lo chiamano semplicemente Steve.
Steve Jobs a 21 anni di età – nel 1976 – aveva fondato la Apple computer, che nel 1980 era quotata in borsa ed era diventata una delle potenze del nascente mercato dell’informatica. Steve però era un tipo umorale, e nel 1985 aveva abbandonato la Apple sbattendo la porta. L’operazione gli aveva lasciato un po’ di soldi in tasca: così, chiese a George Lucas di vendergli quella sezione della Industrial Light & Magic che si occupava di animazione digitale, compresi gli impiegati – tra di loro, il già citato John Lasseter. Nasceva la Pixar, pagata 5 milioni di dollari. Era il febbraio del 1986.

George Lucas e John Lasseter con il Leone d'oro a Venezia, 2009
Pochi mesi dopo, John Lasseter stava cercando un modello per realizzare un breve test di animazione tridimensionale, e lo sguardo gli cadde sulla lampada che aveva sul tavolo del suo ufficio. Una lampada dal design essenziale nata negli anni Trenta, opera dei creativi della Luxo, azienda svedese con sede a Oslo. Tempo un paio di mesi di lavoro giorno e notte, ed ecco che quella lampada prese vita sullo schermo, diventando il cortometraggio Luxo Jr e gettando le basi di quel giocoso animismo che sarebbe poi stato la poetica della Pixar per i decenni successivi. Nel marzo 1987 Luxo Jr. venne candidato all’Oscar, primo film in animazione digitale a essere nominato. Non vinse: Hollywood ancora non aveva capito la portata di quella rivoluzione digitale. Ma l’avrebbe fatto presto.








