Stephen King

75 anni di brividi (e di lavoro)

L’autunno è alle porte. La luce presto si farà più tenue, il vento freddo spirerà e le foglie si faranno rosse. Come il sangue. È una stagione propizia ai brividi quella che arriva. E i brividi sono il suo pane. Il 21 settembre, alle porte dell’autunno di questo 2022, Stephen King compie 75 anni. Fra i più grandi narratori americani di sempre, instancabile stacanovista della scrittura, infinita fucina di storie, venduto in tutto il mondo in cifre così grandi da sfidare persino la sua di immaginazione, King è ormai da un pezzo parte integrante della cultura, non solo di quella cosiddetta «pop». Ci sarebbe di che sedersi e godersi la meritata pensione. Non lui, mai. Quest’anno sono usciti L’ultima missione di Gwendy, scritto a quattro mani con Richard Chizmar, e il suo ultimissimo romanzo Fairy Tale, arrivato da pochi giorni nelle librerie di tutto il mondo. Una favola dark, così lo descrivono le note di copertina. C’è un ragazzo, c’è un cane e soprattutto c’è l’entrata di una realtà parallela, nascosta dentro un capanno in giardino. Lì dentro cose oscure sono in agguato. Come sempre, uno Stephen King al 100%.

Sempre al lavoro, nella sua casa nel Maine o in quella in Florida. Da quando la sua carriera è cominciata, non ha mai smesso di dedicare smisurata energia allo sviluppo del talento innegabile che gli è toccato in sorte. Forse l’unica pausa che si è preso è stata la lunga e dolorosa convalescenza dopo l’incidente che nel 1999 l’ha quasi ucciso, quando è stato travolto da un minivan mentre faceva due passi. Ha rischiato di perdere una gamba, si è sottoposto a cinque operazioni. E poi, con i dolori che lo attanagliavano ancora, ha ripreso a scrivere, forse non con la frenesia di prima, ma sempre mantenendo una velocità di crociera stratosferica. Non si sforna un’ottantina fra romanzi e raccolte di racconti e una manciata di saggi se non si è disposti a mettersi tutti i santi giorni sulla sedia per ore a pestare sui tasti della macchina da scrivere prima e della tastiera poi. Non succede che quei romanzi e quelle raccolte di racconti diventino, uno dopo l’altro con meccanica precisione, dei best sellers da centinaia di milioni di copie se il dono innato che puoi avere non lo coltivi con tanto, ma davvero tanto impegno.

Le ha spiegate lui stesso queste cose in un libro che le innumerevoli schiere dei suoi fedeli lettori hanno o dovrebbero avere a casa. Non stiamo parlando dei suoi capolavori più celebrati come It o Misery ma di On Writing, parte autobiografia e parte saggio dove racconta di sé e del suo mestiere di scrittore, due realtà che nel suo caso coincidono. È un viaggio nei meandri di quel motore creativo che fa di King una incredibile macchina da storie, un motore – parole sue – che di solito si mette in moto quando due idee indipendenti collidono. Bum! ecco che si parte con un nuovo romanzo. Avvincente come i suoi lavori migliori, On Writing è anche un ritratto onesto dell’uomo, che non ha mai nascosto il periodo in cui, dopo i primi grandi successi, è scivolato nell’alcol e nella cocaina. Ne è uscito trent’anni fa solo grazie alla famiglia, che gli ha letteralmente messo davanti agli occhi la situazione, rovesciandogli sulla scrivania il contenuto di cestini pieni di lattine vuote e i resti di polvere sparsi per casa.

Stephen King è ormai un marchio, il suo nome è sinonimo di uno sterminato impero narrativo. Già qualche anno fa si stimava che le sue opere avessero superato i 350 milioni di copie vendute e quel numero nel frattempo è cresciuto. Ma per questo successo ha dovuto lavorare duro. Prima c’è stata una serie di rifiuti, tanti da piegare il chiodo che aveva conficcato su una parete e dove impalava ogni «No grazie», spesso seguito però da un «ci mandi pure altro».   Quella di King scrittore è una storia dentro le sue storie. Quella di un ragazzino, simile ai protagonisti di molti dei suoi romanzi, cresciuto negli anni Cinquanta fra rock’n’roll e b-movies di dischi volanti o tratti dalle macabre storie di Poe. Brividi a basso costo che si fondevano col vento di ottobre e il frusciare dei campi di grano nelle città della provincia americana, mentre sua madre, abbandonata dal marito quando il futuro re dell’horror aveva due anni, faceva quanto poteva per crescere lui e il fratello maggiore David, portando la famiglia dal Maine dove Stephen era nato – Portland, 1947 – all’Indiana e di nuovo nel Maine, diventato la cornice della maggior parte dei suoi romanzi.

Quella provincia King ce l’ha nel DNA. L’ha ritratta nei suoi libri fornendone il paradigma a tutti i lettori non americani che non l’hanno mai vista. E già questo basterebbe a dargli qualcuno dei meriti che gli spettano, esulando dal genere horror che lo ha fatto bollare da una certa critica come un autore di poco conto, salvo poi ricredersi sotto il peso della sfilza di premi e riconoscimenti ottenuti, dal World Fantasy Award alla Medal for Distinguished Contribution to American Letters, dalla Medal of Arts al Bram Stoker Award per citarne solo pochi.  Oltre alla debordante fantasia e alla capacità di creare storie sempre avvincenti, King ha poi saputo dar vita sulla carta a quel bambino che lui stesso è stato, mettendo spesso l’infanzia e l’adolescenza al centro dei suoi libri migliori. I ragazzi di Stranger Things che oggi impazzano su Netflix, sono figli dei Perdenti di It, emarginati pieni di stupore e paura al cospetto di un terrificante straordinario nell’età in cui la magia è più forte.

Era una così anche la sua prima, grande, protagonista, Carrie. Quella ragazza bullizzata  dalla classe perché strana, che scatena i suoi spaventosi poteri paranormali dopo l’ennesima umiliazione, è stata la prima di una lunghissima serie di figure che hanno lasciato il segno nei lettori di tutto il mondo. Prima di lei, per Stephen King il sogno di vivere scrivendo si era concretizzato solo con la pubblicazione di qualche racconto su riviste per adulti. Un sogno che ha dovuto tener stretto con i denti contro ogni avversità, mentre appena uscito dall’università cercava di portare a casa qualche soldo, insegnando inglese e lavorando in una lavanderia. A sostenerlo, mentre vivevano in una roulotte, c’era l’amore della sua vita Tabitha Spruce, sua futura moglie e madre dei suoi tre figli. Forse senza di lei Stephen King non sarebbe diventato Stephen King. Le prime pagine di Carrie lui le aveva buttate nel cestino. Non gli piacevano. Fu Tabitha a riprenderle e a obbligarlo ad andare fino in fondo. Il resto è storia.

Da allora – era il 1973 – King è andato in orbita e la sua immaginazione è esplosa. Il preveggente de La zona morta che cerca di salvare il mondo da un presidente USA psicopatico, il rabbioso cane San Bernardo di Cujo, la Plymouth Fury gelosa e assassina di Christine, Jack Torrence e il suo figlioletto Danny capace di percepire con la sua «luccicanza» il mondo dell’al di là e i malevoli fantasmi dell’Overlook Hotel in Shining, il male da un'altra dimensione nel monumentale It, con un essere spaventoso che terrorizza la cittadina di Derry sotto le sembianze di un clown chiamato Pennywise, la squilibrata Annie Wilkes, fan numero uno dello scrittore Paul Sheldon in Misery. O ancora, il detective Bill Hodges della trilogia hard boiled di Mr. Mercedes insieme alla sua amica Holly Gibney con i suoi disturbi psichici oppure i romanzi pubblicati sotto lo pseudonimo di Richard Bachmann, alcuni diventati classici come La lunga marcia. E tutto attorno la saga fantasy contemporanea della Torre Nera, dove un pistolero insegue l’uomo in nero nel deserto mentre attorno a loro si delinea un macroverso che in punta di piedi finisce per insinuarsi anche negli altri romanzi di King, facendo da invisibile cornice. La lista delle sue creazioni e delle sue creature pare non avere fine, un’onda fantastica che non ha smesso di travolgere i lettori costringendoli come sotto un incantesimo a girare pagina dopo pagina finché ogni libro non è finito, nell’attesa – che per fortuna non va mai troppo per le lunghe – che ne arrivi un altro. No, non tutti i suoi romanzi hanno la stessa forza, non tutti sono capolavori. Alcuni sono solo buoni romanzi, qualcuno (non molti) è più fiacco. Ma tutti hanno contribuito a far entrare il suo nome nella cultura di massa, in maniera massiccia visto che molte delle sue opere sono diventate film o serie tv.

Certo, Stephen King col cinema ha un rapporto tutto suo. A parte la sua unica prova da regista in Maximum Overdrive (che alla fine è pure divertente), diciamo che ha i suoi gusti. È risaputo, detesta la versione di Shining firmata da Stanley Kubrick che gli ha stravolto il romanzo, mentre si è esaltato per produzioni che difficilmente entreranno nella storia. Sta di fatto che le sue idee hanno irrigato come un fiume i fertili campi dello schermo, grande o piccolo. Brian De Palma, David Cronenberg, John Carpenter, sono alcuni dei registi che si sono confrontati con le sue opere. Una manciata dei suoi film stanno passando in queste settimane sulla RSI in un breve ciclo-omaggio che si conclude con Misery di Rob Reiner in onda il giorno del compleanno dello scrittore, e con Cuori in Atlantide di Scott Hicks, il mercoledì seguente. Come la lista dei suoi libri, quella dei film kinghiani intanto continua ad allungarsi. Imminente su Netflix è Il telefono del signor Harrigan dalla recente raccolta Se scorre il sangue mentre ad aprile è atteso il vampiresco Salem’s Lot, da una delle prime opere di King già miniserie nel 1979 e con tanto di remake nel 2004. Le serie, appunto, e i film tv. Ci si perde, tra originali e rivisitazioni: L’ombra dello scorpione, 22/11/63, La tempesta del secolo, Tommyknockers, La storia di Lisey, gli stessi Shining e It… Si fa prima a vedere quali fra i romanzi e i racconti di King non sono stati portati sullo schermo.

Sua moglie Tabitha gli è sempre al fianco. I figli sono grandi da un pezzo: Naomi è un ministro della Unitarian Universalist Church di Utica, Owen e Joseph come i genitori sono entrambi scrittori. Joseph in particolare, con lo pseudonimo di Joe Hill (The Black Phone) sta avendo una carriera di tutto rispetto. Stephen King è pulito dalla fine degli anni Ottanta. Fino a qualche tempo fa, quando voleva divertirsi se ne andava a strimpellare classici del rock americano con i colleghi scrittori dei Rock Bottoms Remainders. Adesso si sfoga su twitter, dove ha bersagliato prima l’ex presidente Trump, ora decisioni della politica americana come la cancellazione del diritto all’aborto. Per il resto è sempre lui, lo stesso 75enne ragazzino affamato di storie, che adorava leggere e che per questo ha voluto scrivere. Un ragazzino che proprio come il protagonista del suo ultimo Fairy Tale, conosce l’entrata di un oscuro mondo  fantastico, dove giacciono incubi infiniti da cui attingere a piene mani. Mica male se di mestiere sei uno dei più grandi e prolifici scrittori viventi.

Fabrizio Coli
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