Steve Lee

Indimenticabile e mai dimenticato

A vederlo sul palco, due cose colpivano subito. Una era la voce, potente, calda e cristallina, dall’estensione impressionante. L’altra era il puro piacere che esprimeva nello stare lì, quell’energia positiva che sprigionava con la sua band, mentre di fronte al pubblico faceva ciò che amava di più. Quando poi da quel palco scendeva, a restare impresse erano invece la gentilezza, la disponibilità con cui si poneva verso chiunque avesse intorno, l’assoluta mancanza di arroganza. Un “gentleman rocker”, così era Steve Lee, il più grande cantante rock che il Ticino e la Svizzera abbiano mai avuto. A dieci anni dalla scomparsa è sempre presente nel cuore dei fan e dei Gotthard, che hanno appena pubblicato un album per onorare l’amico e l’indimenticabile frontman.

Aveva 47 anni quando se ne andò. Il rock’n’roll è costellato di tragedie, talvolta sfidate, cercate e provocate nel corso di una vita spericolata, talvolta invece solo tragiche fatalità. Così fu per Steve Lee, una fatalità, un maledetto incidente che nessuno poteva immaginare. Un gruppo di motociclisti sorpresi dal temporale che si ferma sulla corsia di emergenza per indossare le tute da pioggia. Un camion che sbanda sull’asfalto sdrucciolevole e travolge le moto. Successe in Nevada, nei pressi di Mesquite poco lontano da Las Vegas, il 5 ottobre del 2010. E all’improvviso Steve Lee non c’era più.

Quel giorno nessuno voleva credere alla voce divenuta presto notizia. Troppo brutta, troppo assurda. Troppo beffarda dopo che Steve, solo poche settimane prima, era sopravvissuto a un incidente sulle strade italiane dove era in vacanza. A quel viaggio americano teneva moltissimo. Per un harleysta appassionato come lui, percorrere gli Stati Uniti in sella alla sua motocicletta era un sogno inseguito da tempo che non vedeva l’ora di realizzare. Un viaggio on the road, così affine allo spirito di libertà che ha sempre contraddistinto il rock’n’roll e a quello che si immagina debba essere il personaggio di un cantante rock. Solo che Steve Lee non era un personaggio, era una persona autentica, che quelle passioni, quei sogni, li viveva ogni istante della sua vita.

Quando una ventina di anni prima i Gotthard avevano iniziato il loro di viaggio, era un sogno anche immaginare una rockband di successo che partendo dal Ticino calcasse i palcoscenici internazionali, vendesse alcuni milioni di copie di dischi e si assicurasse una carriera a oggi quasi trentennale.

Il Ticino non è mai stato al centro delle mappe della musica e alla fine degli anni Ottanta era ancora più periferico di quanto sia oggi. C’era fermento però, anche in ambito rock. Le occasioni erano poche, ma ogni raro concerto era un evento, ogni serata – che fosse all’aula magna di Trevano, all’Open Air di Lamone o al Rock Café di Biasca – era imperdibile. Un gruppo in particolare sembrava il più determinato a mettercela tutta per sfondare. Erano i luganesi Krak del chitarrista Leo Leoni e Steve era la loro voce. Pochi anni più tardi avrebbero cambiato nome in Gotthard. Chi da noi bazzicava i concerti in quel decennio ricorda bene la convinzione, l’energia e la professionalità di quegli ultraventenni, che fregandosene di quanto stava succedendo nel mondo del rock duro all’alba degli anni Novanta – che sarebbero poi stati quelli del grunge così come di sonorità più estreme – rimanevano fedeli a ciò che a loro piaceva davvero, al sound dei grandi gruppi hard rock del passato appena passato. “Sono cresciuto con gli Zeppelin, i Deep Purple o gli Uriah Heep, le mie radici sono quelle” avrebbe raccontato Steve Lee molti anni dopo, all’epoca della presentazione alla stampa dell’album Domino Effect nel 2007. “In questo senso siamo sempre stati anticonformisti: abbiamo sempre fatto quello che non andava di moda, seguendo ciò che veniva dal cuore e il piacere di suonare la musica che facciamo. Credo che proprio per questo i fan si siano attaccati a noi, perché vedevano che ciò che facevamo era vero”.

Quando l’eponimo primo album dei Gotthard uscì nel 1992, in Svizzera fu un successo: arrivò al quinto posto in classifica e in seguito si guadagnò il disco di platino. Era l’impressionante voce di Steve a fare la differenza. Ricordava molto i migliori cantanti del genere, primo fra tutti David Coverdale degli Whitesnake. Era una voce che regalava emozioni sia nei pezzi più diretti e potenti che in quelle rock ballad che da sempre sono un marchio di fabbrica del gruppo. Fa sorridere, ma Steve Lee non ha iniziato il suo percorso nel rock come cantante. Arrivato in Ticino con la famiglia in tenerissima età, proveniente dal canton Zurigo dove era nato il 5 agosto del 1963, il giovane Stefan era entrato nel mondo della musica innamorandosi della batteria. Come batterista aveva mosso i primi passi in gruppi come i Trouble, i Forsale. I suoi compagni avevano dovuto insistere per fargli prendere il microfono in mano. Sentendo quella voce così impressionante, così “vera”, probabilmente furono in molti a cominciare a pensare che alla fine quel ragazzo cresciuto a Porza non si sarebbe guadagnato da vivere con la professione di orefice per la quale si era formato…

I diciotto anni successivi al debutto hanno fatto dei Gotthard la rock band svizzera per eccellenza. Sono stati anni di duro lavoro, di tour internazionali, di album in studio. Anni che hanno visto il successo del gruppo consolidarsi sempre di più, anche grazie allo straordinario exploit di Defrosted, l’album unplugged registrato dal vivo nel 1997 che aprì per i Gotthard una parentesi acustica tanto lunga da mettere a dura prova gli equilibri stessi della band. Fra le istantanee di quel periodo rimangono il duetto di Steve con la stella della lirica Montserrat Caballé in One Life, One Soul e soprattutto il concerto di Locarno, di fronte a una Piazza Grande stracolma e osannante. Un caso forse, ma volgendo oggi lo sguardo al passato proprio Piazza Grande si staglia come uno dei luoghi particolarmente legati alla storia dei Gotthard. Proprio lì Steve aveva esordito come cantante quando ancora era nei Forsale, aprendo nel 1987 il concerto dei britannici Marillion. Sempre lì, molti anni più tardi, durante il Festival del film verrà proiettato il documentario di Kevin Merz Gotthard, One Life One Soul sulla storia della band. E sarà proprio Piazza Grande nel 2012 a tenere a battesimo di fronte al pubblico svizzero il successore di Steve Lee, Nic Maeder.

Per il gruppo, quella di andare avanti dopo la tragedia fu una scelta tormentata e per nulla scontata. Per Nic Maeder, nato a Losanna e cresciuto in Australia, fu un compito difficilissimo confrontarsi con l’enorme eredità di Steve, un artista tanto amato dai fan quanto rispettato da colleghi internazionali del calibro di Jon Lord, il celeberrimo tastierista dei Deep Purple che lo volle al suo fianco in un concerto da brivido tenuto a Zurigo nel 2009. Forse proprio perché diverso da Steve, per voce e personalità, Nic Maeder è stato la scelta giusta per permettere ai Gotthard di continuare a esistere e di scrivere a partire dall’album Firebirth quel nuovo capitolo della storia della band che dura tuttora.

Uno degli ultimissimi concerti di Steve Lee, poche settimane prima della sua morte, si tenne in un’altra piazza, Piazza della Riforma a Lugano gremitissima in quei giorni per il raduno degli Swiss Harley Days. La registrazione di quel concerto entusiasmante, pieno di quel piacere di vivere la musica che tanto stava a cuore a Steve Lee, venne pubblicata poco dopo la sua morte con il titolo di Homegrown. È stato solo il primo dei tanti omaggi che i Gotthard hanno tributato al loro storico frontman. Il ricordo del cantante eccezionale, del fratello di rock, dell’essere umano gentile e riservato che di eccessivo aveva soltanto quella voce strabiliante, non è mai sbiadito. Oggi Steve Lee – The Eyes of a Tiger lo prova una volta di più. Nell’album appena uscito, la sua voce riemerge da registrazioni tenute finora in archivio e risuona in alcuni brani inediti e in una serie di classici dei Gotthard riarrangiati. A dieci anni dalla scomparsa Steve Lee è qui, con il suo gruppo e con tutti noi, in questo tributo pieno di affetto e attenzione realizzato dai Gotthard “in memoria del nostro amico mai dimenticato”. Un amico che, nelle parole di Leo Leoni, “è ancora parte di questa band e lo sarà sempre”.

Fabrizio Coli
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