Esiste un violino meno conosciuto, che non risuona nei grandi teatri ma nelle osterie, nelle piazze, lungo le strade dei paesi. È un violino considerato da molti “meno colto”, eppure è il cuore pulsante di una tradizione viva, fatta di danze, processioni, feste. È “l’altro violino”, quello della musica popolare.
Di questo strumento e dei suoi mondi ha parlato a Grand Bazaar Giuliano Grasso, violinista e ricercatore che da anni esplora i diversi contesti in cui il violino è stato accolto e trasformato. Grasso ricorda infatti che è «sempre esistito quello che noi abbiamo chiamato l’altro violino, quello della musica minore, della musica popolare».
Un punto di svolta avvenne nel dopoguerra, quando la musica tradizionale del nord Italia scomparve quasi completamente, lasciando un vuoto che solo a partire dagli anni ’50, ’60 e ’70 si è iniziato a colmare grazie a ricerche e studi dedicati. A livello geografico, il violino tradizionale ha avuto un impatto particolarmente forte nel nord Italia, in aree come la Val Caffaro e la Val Resia. Questa concentrazione territoriale potrebbe essere legata al fatto che «la pratica del violino è associata a un momento rituale di grande significato come il Carnevale, molto presente in entrambe le tradizioni», osserva Grasso. Ancora oggi, infatti, il violino continua a vivere ed evolversi, proprio perché intrecciato a un rituale dinamico come quello carnevalesco.
Un aspetto affascinante è che questa tradizione non è mai stata tramandata attraverso la scrittura musicale, ma oralmente, per imitazione. I musicisti imparano osservando e ascoltando un suonatore più esperto. E, nonostante l’assenza della notazione, la tradizione non si è mai cristallizzata: continua a mutare, adattarsi, reinventarsi.
Le origini dell’attuale violino popolare italiano sono ancora dibattute, anche se, in generale, possono essere ricercate «nella pratica strumentale di musica da danza dei secoli XVI e XVII, quando il violino da braccio si afferma come strumento soprano per l’esecuzione dei balli», spiega Grasso. Da quel ceppo comune si sono poi sviluppati due percorsi differenti: da una parte la tecnica “colta”, dall’altra quella popolare, che ancora oggi conserva analogie con il linguaggio violinistico barocco.
Quanto alla sua funzione, il violino popolare nasce soprattutto come strumento per accompagnare il ballo, ma viene utilizzato anche in contesti diversi: cortei di nozze, cortei funebri, la pastorella di Natale. Questa varietà, chiarisce Grasso, fu favorita dalla «grande frammentazione politica dell’Italia che probabilmente ha fatto sì che ogni tradizione locale abbia sviluppato delle caratteristiche proprie».
Una domanda cruciale nella storia di questo strumento riguarda l’impatto del liscio: come cambia la musica tradizionale con l’arrivo di questo nuovo genere? All’inizio dell’Ottocento molti violinisti popolari furono costretti a compiere un vero e proprio salto di qualità tecnico. Alcuni riuscirono a stare al passo, altri invece finirono per abbandonare.
“L’altro violino” è uno strumento che sfugge alle gerarchie tra musica alta e bassa: vive nella comunità, cambia con essa, e continua a raccontare una storia fatta di riti, feste e memorie condivise. Una storia che, nonostante trasformazioni e difficoltà, non ha mai smesso di risuonare.

L’altro violino (1./2)
Grand Bazaar 06.11.2025, 14:30
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L’altro violino (2./2)
Grand Bazaar 13.11.2025, 14:30
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