Diamante pazzo

Syd Barrett: inghiottito dalla sua mente

80 anni fa nasceva il geniale fondatore dei Pink Floyd. La sua stella si spense presto nei problemi psichici che lo condussero all’isolamento

  • Ieri, 08:00
Syd Barrett (secondo da sinistra) nei Pink Floyd

Syd Barrett (secondo da sinistra) nei Pink Floyd

  • Imago / Avalon.red
Di: Andrea Rigazzi 

Il diamante pazzo continua a brillare nelle orecchie e nei solchi in cui ha tracciato la direzione di tanta musica a venire. Syd Barrett avrebbe compiuto 80 anni: era nato il 6 gennaio 1946 a Cambridge, figlio di Arthur Max, eminente patologo, e Winifred, insegnante d’arte.

Fin da piccolo Roger Keith (questo il suo vero nome) mostra inclinazione per giochi di parole e associazioni creative; da ragazzo si fa notare per la verve comica improntata al non-sense. È un giovane che, come tanti suoi coetanei, ama la moda, la musica e frequentare ragazze, ma ha doti artistiche fuori dal comune: dipinge, suona la chitarra, scrive fantasiosi componimenti.

Le prime esperienze musicali le compie con un vicino di casa di nome Roger Waters. Nasce il primo nucleo dei futuri Pink Floyd, a cui è Syd a dare il nome, omaggio a Pink Anderson e Floyd Council, chitarristi blues da lui ammirati. 

I Pink Floyd si affacciano con due singoli, entrambi del 1967, Arnold Layne e See Emily Play (in cui risalta la vena surreale di Barrett), che precedono di pochi mesi l’uscita del loro primo LP, The Piper at the Gates of Dawn.

Il debutto sulla lunga distanza è quasi interamente frutto della visione e delle visioni di Syd, che alla band ha fornito immaginario ed estetica, plasmati anche dall’epoca in cui il disco esce, quella della corsa allo Spazio. Personaggi bizzarri e da fiaba vengono sbalzati dentro atmosfere cosmiche; le canzoni hanno forma libera, sono attraversate da suoni stranianti, ultraterreni. Sarà manuale su cui studierà la psichedelia britannica, testo di riferimento per le schiere progressive, ispirazione per lo space rock grazie ai dieci minuti strumentali di Interstellar Overdrive. Si rivelerà l’unico documento dei Pink Floyd con Syd Barrett.

Il 1967 è anche l’anno in cui le sostanze (LSD e tutte le altre) prendono il sopravvento nella mente di Syd, condizionandone pesantemente la personalità. Si passa dall’apice del genio al declino praticamente senza stadi intermedi.

Sul palco è ingestibile, gli scatti d’ira si fanno frequenti, appare sempre più distaccato dalla realtà. Gli altri della band decidono di non passare più a prenderlo per i concerti e di sostituirlo definitivamente con David Gilmour. Sarà questa la formazione con cui i Pink Floyd decolleranno verso il mito.

I rapporti fra Syd e gli altri Pink Floyd non si interrompono del tutto, tant’è che i suoi due album solisti The Madcap Laughs e Barrett, entrambi del 1970, si avvalgono della collaborazione e della produzione degli ex sodali (tra i musicisti partecipano anche membri dei Soft Machine). Sono opere in cui la cifra eccentrica di Syd risalta fra le pieghe imperfette delle loro filastrocche. Se The Madcap Laughs riesce a suscitare un po’ di curiosità, nonostante vendite modeste, Barrett è un buco nell’acqua. A queste due prove si aggiungerà Opel (1988), raccolta di materiale inedito. Il Barrett solista avrà comunque una grande influenza sugli alfieri della neopsichedelia britannica, come Julian Cope e, soprattutto, Robyn Hitchcock.

Syd si è già ritirato dalle scene da un paio d’anni, in autoesilio nella casa materna, quando, nel 1974, cerca di registrare qualcosa aiutato dal manager dei Floyd, Peter Jenner. Il suo stato confusionale rende però vano il tentativo.

Durante le registrazioni di Wish You Were Here (1975), va a trovare i vecchi compagni negli studi di Abbey Road. È irriconoscibile. Sovrappeso, capelli e sopracciglia rasati, indossa un impermeabile e porta con sé una borsa di plastica: l’imbarazzo degli altri Pink Floyd si mescola alla tristezza. Il riflesso di Syd, splendori e disgrazie, si staglia in Shine on You Crazy Diamond, fra le più famose canzoni di quel disco e di tutto il repertorio del gruppo.

Tornerà nell’isolamento, che ne alimenterà il mito fino al giorno della morte, avvenuta il 7 luglio 2006. L’uomo che con la sua mente aveva creato mondi, da quella stessa mente era stato inghiottito fino a scomparire.

Riascolta qui "Testa matta ride "

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  • Testa matta ride (1./2)

    Domenica in scena 02.03.2025, 17:35

  • Testa matta ride (2./2)

    Domenica in scena 09.03.2025, 17:35

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