Thomas Bernhard

È una commedia o una tragedia?

C’è un accesso che permette di penetrare davvero nel fondo più fondo dell’universo claustrofobico e concentrazionario che Thomas Bernhard ha indagato con assoluta limpidezza poetica e quasi con rigore scientifico nelle sue opere narrative e nei testi scritti per il teatro. Si tratta di un breve racconto della metà degli anni Sessanta, stranamente poco conosciuto, il cui titolo suona come una dichiarazione di poetica: “E’ una commedia oppure è una tragedia?”.

Nella moderna società dei simulacri, infatti, non è più possibile operare una netta distinzione tra i generi. È una consapevolezza che Bernhard condivide con altri grandi autori dell’epoca -Beckett, Dürrenmatt e Pinter, in particolare, ma tutto sommato anche il Frisch di “Omobono e gli incendiari” e “Andorra”- e nel suo caso, più che un principio poetologico, diventa un’autentica visione del mondo. Il protagonista del racconto, che come molti personaggi di Bernhard percorre l’impercettibile confine che separa caos e ordine, normalità e follia, la esprime in questo modo nelle righe finali: «Il mondo intero è un unico grande carcere, e questa sera a teatro, lo si creda o meno, si recita una commedia. Sì, proprio una commedia».

L’intera produzione di Bernhard si muove precisamente sul sottilissimo e cedevole crinale che separa tragedia e commedia, e in ultima analisi vuole esprimere la percezione che ormai ogni tragedia è anche una commedia e ogni commedia è anche una tragedia. Per illustrare concretamente, sul piano sintattico e lessicale, il fatto che non è più possibile tracciare una distinzione tra i due generi, Bernhard si è servito di quella che egli stesso ha definito “arte dell’esagerazione”. Una delle massime espressioni di questa particolarissima arte è contenuta nel tardo e possente capolavoro “Antichi maestri”, uscito nel 1985, che rimane la sua opera più soffertamente umana, perché nello straordinario monologo di Reger, il protagonista, nelle sale del Kunsthistorisches Museum di Vienna, si esprime l’impossibile quanto ineludibile conciliazione tra l’odio/amore per l’arte e l’odio/amore per gli altri esseri umani. Senza i quali, piaccia o meno, non si può vivere.

E’ vero insomma, come osservò a suo tempo un lettore particolarmente avvertito come Ruggero Guarini, che in “Antichi Maestri” c’è «una cosmica nausea che si abbatte come una lava su tutto e su tutti, uomini e istituzioni, cultura e società, e soprattutto sull’universale trionfo del kitsch nel pensiero e nell’arte», ma è altrettanto vero che tra le pieghe del monologo di Reger, nelle scansioni ritmiche e in taluni spiragli sintattici e lessicali, si possono ravvisare le uniche aperture dell’opera di Bernhard nei confronti di un possibile senso della vita e l’estremo tentativo di reinventare la vita stessa nel suo cuore di tenebra: una vita assurda, insensata, dominata dal caso e dal caos, dove niente vale niente, eppure degna di essere vissuta proprio tenendo presente che questa è la sua più intima, melmosa e fanghigliosa sostanza.

Paragonabile per originalità e genialità alla “petite musique” di Céline, l’“arte dell’esagerazione” è senza dubbio la più grande invenzione letteraria del secondo Novecento ed è caratterizzata da un lessico spinto fino all’estremo limite espressivo, da costrutti sintattici che ricordano molto da vicino una partitura musicale e sfruttano al massimo lo spettro semantico e le infinite possibilità combinatorie della lingua tedesca.

Dove finisce la commedia? Dove comincia la tragedia? L’impossibile distinzione tra i generi si estende anche alle modalità espressive: l’esagerazione è infatti l’unico modo per descrivere la realtà nei suoi dati elementari e più ancora per avvicinarsi alla verità. E’ quindi naturale che Bernhard abbia sviluppato un simile procedimento anche sul palcoscenico, perché il testo teatrale, strutturalmente più aperto rispetto all’opera narrativa, permette una maggiore commistione dei generi, stemperando la tragedia in commedia e caricando la commedia di significati e connotazioni che la trasformano in tragedia. Il teatro, da questo punto di vista, è la continuazione della narrativa con altri mezzi: non a caso, lo stesso Bernhard ha consigliato più volte di leggere le sue opere narrative come testi teatrali, immaginando una sala che viene oscurata, alcuni istanti di assoluto silenzio, il sipario che si apre e il conseguente inizio della recita.

Così come “Antichi maestri” è il più teatrale dei suoi testi narrativi, nella produzione teatrale di Bernhard ci sono tre opere dalla struttura spiccatamente narrativa, che fanno capire molto bene il perché della commistione tra i generi e soprattutto sono incentrate su tre personaggi che esprimono altrettanti tipi psicologici (ma si vorrebbe quasi dire lombrosiani) sui quali lo stesso Bernhard non ha mai cessato di insistere.

Ne “Il presidente”, del 1975, troviamo ad esempio l'uomo politico corrotto e amorale, dal passato a dir poco dubbio, che nel caso specifico si trova in vacanza con l’amante -un’attricetta morbinosa, di grandi pretese e nessun valore- nel Portogallo della dittatura, una nazione nella quale Bernhard vede molte analogie con l’Austria post-bellica dell’eterno nazismo. Ne “Il teatrante”, del 1984, un tipico esempio di “teatro nel teatro” con alcuni larvati riferimenti ai “Giganti della montagna” di Pirandello, ci si trova invece al cospetto di un drammaturgo fallito e megalomane, molto simile al direttore di circo Caribaldi de “La forza dell’abitudine”, che in un delirio di infame disumanità schiavizza la sua famiglia e la costringe a recitare un'assurda commedia (ma forse è una tragedia) nei più sperduti paesi di campagna. In “Elisabetta II”, del 1987, c’è infine un altro grande tema bernhardiano: la tragicommedia della vecchiaia, qui rappresentata da un industriale delle armi, uno dei più abietti personaggi creati dalla fantasia di Bernhard, costretto su una sedia a rotelle e circondato da una folla di adulatori che disprezza.

Questi tre personaggi incarnano alla perfezione i temi che hanno costantemente ossessionato Bernhard: la sopraffazione, la volontà di potenza, l'arte e l'odio come grandi moventi delle azioni umane e delle umane nefandezze. Tuttavia c’è anche un altro tratto, ancora più dirimente e poi plasticamente riassunto nell’ultimo grande testo “Piazza degli eroi”, del 1989: questi personaggi dicono in maniera definitiva l’irredimibile rogna della realtà umana e la tragicomica inutilità della ragione. Ma in fondo Bernhard, citando liberamente il suo grande modello Rabelais, lo aveva già fatto dire al primo dei suoi inferi personaggi, il principe Saurau di “Perturbamento”: «Quando si alza il sipario, la recita è già finita». E a quel punto poco importa che sia stata una tragedia, una commedia oppure -eventualità molto più probabile- l’ennesimo episodio di un’eterna nonché ignobile farsa.

Mattia Mantovani
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