Traslocare casse di libri

Un'occasione per riflettere sulla vanità intellettuale

Trasferire un’intera libreria da un appartamento all’altro può essere rivelartorio. Il trasloco dei libri, con il suo incedere rallentato ed estenuante,, ha qualcosa dell’insensata e vertiginosa esperienza di Sisifo. Lo sforzo fisico che accompagna lo smantellamento degli scaffali d’origine e il successivo rivestimento di quelli di destinazione ha infatti il carattere di un conteggio spietato con la vanità della propria avventura intellettuale.

In effetti ci si rende conto, come Sisifo – volume dopo volume, copertina dopo copertina, scaffale dopo scaffale, mobile dopo mobile – che il nostro sedicente sapere ci ha illusi di un senso e di un approdo che in definitiva non ci sono mai stati. E si comincia a temere che la nostra caparbia determinazione a volere capire il mondo attraverso la cultura sia stato – resti e resterà – una fuggevole sostituzione del mondo attraverso la cultura.

L’esperienza mistica e fisica di un trasloco di libri è però anche una lacerante esperienza morale. Nel riconoscere quanta ostinata passione abbiamo messo nella lettura e nello studio – cioè nella concreta azione di curvare la schiena sulle pagine per passare in rassegna frase dopo frase le possibili raffigurazioni del mondo – avvertiamo che il nostro di intellettuali è un imbarazzante privilegio. Laddove i nove decimi dell’umanità – di cui pure parlano i nostri Marx, i nostri Gramsci, i nostri Lévinas e i nostri Benjamin – non ha orizzonti di movimento che non siano nel dramma essenziale della sopravvivenza, noi abbiamo potuto misurare la drammaticità dell’esistere in termini di parole, di comode e tranquillizzanti parole.

C’è dunque un sentimento di noi stessi, nel riconoscerci nella miriade di libri letti e sfogliati, che con la vanagloria di essere individui culturalmente straordinari non ha nulla a che fare. Essendo quest’ultima sopraffatta da una certezza molto più abbacinante: essere in verità degli indolenti solipsisti.

O cosa ci rimprovera la fisicità di quelle montagne di volumi che ci sfilano tra le mani passando da scaffali a scaffali, da una cella di raccoglimento a un’altra identica cella di raccoglimento? Ci rimprovera di aver trascorso l’intero periodo della nostra esistenza a non muovere altro che due organi: il cervello e le dita delle mani. Nell’essenza ciò che abbiamo fatto da quando abbiamo avuto contezza di noi stessi a quando, nel privilegio del nostro stato borghese, ci siamo convinti di essere legittimati a produrre questa o quella forma di letteratura, è stato infatti rimanere seduti su una sedia a sfogliare pagine e a diteggiare su una tastiera. Un atto che abbiamo finito per considerare naturale, persino giusto, persino utile o necessario, sicuramente fondamentale alla difesa della bellezza dal suo istinto a declinare nell’informe, ma che durante un trasloco ci appare in tutta la sua perentoria quintessenzialità: averci fatto abdicare alla vita.

Avvertiamo per questo il peso insostenibile del nostro privilegio? In parte sì, ma in parte sappiamo che la maledizione borghese non ha vie di scampo diverse da quelle riservate a un minatore o a un raccoglitore di pomodori: sappiamo che se un minatore può sopravvivere solo massacrando il proprio corpo giorno dopo giorno contro la pietra, noi possiamo sopravvivere solo nascondendoci giorno dopo giorno nella comodità intellettuale.

Ogni volume che riponiamo sugli scaffali grida dunque questo scandalo. E noi ne siamo annichiliti. Finalmente, dopo tanti anni di presunte fatiche e di apparente sacrificio, prendiamo atto che la nostra missione di interpreti del mondo è in larghissima misura un mirabile éscamotage per non farci protagonisti del mondo. E di fronte a noi stessi abbiamo un soprassalto di indignazione. Forse – ci diciamo – invece di aprirci al mondo attraverso quei volumi e quei pensieri, abbiamo soprattutto avuto cura di chiuderci alla sua reale drammaticità, quasi a porre tra noi e i pomodori, tra noi e la dura pietra delle miniere, tra noi e i poveri, tra noi e il maggioritario consesso degli umani senza speranze né prospettive, un muro di separazione per capire senza dover compatire, per comprendere e spiegare senza dover patire, per giudicare senza dover soffrire.

Sappiamo che per noi la fatica di cinque giorni di trasloco è infatti il massimo concesso alla resistenza fisica, mentre per i nove decimi del mondo è la prassi quotidiana per una vita intera.

Marco Alloni
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