Cristianesimo

Addio a Raffaele Nogaro, l’ultimo profeta che portava acqua nel deserto

Dalla lotta alla camorra all’accoglienza dei migranti, l’eredità di un vescovo che ha unito Vangelo e realtà con gesti concreti

  • Ieri, 14:00
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Di: Rod 

C’è un episodio che molti, a Caserta, ricordano ancora con precisione. Era una mattina d’estate, una delle tante segnate dall’afa e dall’odore acre dei roghi tossici. Monsignor Raffaele Nogaro si presentò davanti ai cancelli di una fabbrica dismessa dove un gruppo di migranti viveva da settimane senza acqua né servizi. Non arrivò con telecamere o delegazioni, solo con una borsa di plastica piena di bottigliette d’acqua e un passo lento, quasi ostinato. «Non potete restare qui così», disse. E mentre parlava, distribuiva l’acqua una per una, come fosse un gesto dovuto, non un atto straordinario. Quella scena, semplice e concreta, racconta più di molte biografie.

È da qui che si può partire per salutare l’uomo che per molti è stato l’ultimo profeta, un vescovo capace di unire fermezza morale e umanità quotidiana. Monsignor Raffaele Nogaro, morto a 92 anni, ha segnato la storia recente non solo della diocesi di Caserta, ma di tutta la Chiesa italiana, con un magistero che non ha mai separato il Vangelo dalla realtà. Arrivato nel 1990, trovò un territorio attraversato da contraddizioni profonde: la pressione della criminalità organizzata, l’emergenza ambientale, la fragilità sociale di intere comunità. Non si limitò a denunciare, ma scelse di esporsi, di stare accanto a chi non aveva voce, di assumere posizioni nette anche quando risultavano scomode.

La sua opposizione alla camorra fu costante e pubblica, priva di ambiguità. Parlava di «male assoluto» senza ricorrere a formule prudenti, convinto che il ruolo della Chiesa non fosse quello di attenuare i conflitti ma di chiarirli. Allo stesso tempo, la sua attenzione verso i migranti, i lavoratori sfruttati, i poveri delle periferie urbane era quotidiana, fatta di visite, ascolto, interventi diretti. Non delegava: preferiva vedere con i propri occhi, capire, intervenire.

Chi lo ha conosciuto ricorda un uomo schivo, lontano dai riflettori, ma capace di parole che lasciavano il segno. Non amava i protocolli, preferiva le relazioni dirette. Le sue caramelle distribuite ai bambini e agli adulti non erano un vezzo, ma un modo per accorciare le distanze, per dire che la dignità passa anche attraverso i gesti minimi.

La diocesi di Caserta, nel comunicare la sua scomparsa, ha parlato di un pastore che ha saputo «indicare la strada». È un’espressione che restituisce bene la sua figura. Nogaro non si è limitato a commentare la realtà, ha provato a orientarla. Ha lasciato un’eredità fatta di scelte nette, di prese di posizione che hanno contribuito a definire un modello di presenza ecclesiale attiva, vigile, non rassegnata.

Cosa resta oggi di lui? Fra le tante cose l’immagine di un vescovo che cammina sotto il sole con una borsa di plastica piena d’acqua. Un gesto semplice, quasi ordinario, eppure capace di raccontare un’intera visione del mondo. È forse in quella scena che si riconosce il tratto più autentico di monsignor Nogaro: un uomo che ha creduto che la giustizia non fosse un concetto astratto, ma un dovere quotidiano. Un profeta, appunto, nell’accezione più concreta del termine.

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  • Keystone
  • Chiara Gerosa

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