Contro il centro

Divagazioni in favore dei margini

Ventenne, guardavo a Roma come a un sogno; ma non erano le bellezze storiche ad attrarmi. Lettore di Una vita violenta e di Le ceneri di Gramsci, dalla «Svizzera verde» – per dirla con De Gregori – ad occhi chiusi mi figuravo camminare lungo il Mandrione, a destra della Casilina. Soprattutto, nelle mie fantasie di allora erano certe immagini del cinema pasoliniano a stregarmi: palazzi in costruzione affioranti sul filo dell'orizzonte come scogli riarsi; prati scottati, strapazzati, calpestati dai rifiuti; tralicci dell'alta tensione in risalto contro il cielo.

Certo, c'è qualcosa di profondamente comico in tutto questo: un ragazzo cresciuto fra gli anni Ottanta e Novanta in uno dei più ricchi paesi del mondo che anela alle sporche – preferibilmente degradate – periferie di una metropoli. Ma ai miei occhi il resto appariva asettico, disinfettato, senza mistero; in una parola: morto. Insolito, no?

Ma è un po' quello che mi accade oggi, ancora, se mi reco, ad esempio, nel centro di una grande città come Milano, e pure di una più piccola, come Lugano: lì i locali tendono largamente alla medesima estetica: banconi di cristallo e superfici patinate; tavoli geometrici, traslucidi, su cui campeggiano vassoi di finger food (mai nome è stato più capace di far passare la fame), luci a LED che non concedono spazio a ombre, profondità, tortuosità e buio. Soprattutto permane la sensazione che dietro a un bar, a un negozio o a un ristorante il concetto stesso di persona sia bandito.

E se ci si sposta da una città all'altra si nota, con inquietudine, che questi luoghi sono gli stessi  ovunque (quasi ci si trovasse in una nuova, invisibile città calviniana) mentre diminuiscono, attorno, gli avamposti dell'identità. In questo senso, pensando al Canton Ticino, la cessazione di un'attività come quella dello storico "Pinguis" di Bellinzona non è che uno dei molti esempi, al quale si potrebbe aggiungere la chiusura, tempo fa, del "Mandrake" di Lugano: esercizi commerciali che, chiaramente, non proponevano "prodotti" (parola-feticcio, assieme ad "azienda", sempre sulla bocca di tutti) ma punti di vista. Ognuno di questi luoghi era, in qualche modo, l'emanazione di una storia personale, di un fare e non di un «produci, consuma, crepa».

Nel cuore delle città tutto (edifici, monumenti, musei) sembra assoggettarsi a tale usura, per dirla con Ezra Pound. E l'onda non si arresta poiché da lì si propaga in stazioni e aeroporti che, come il resto, assumono la forma del tempio contemporaneo: il centro commerciale, dove coppie e famiglie vanno a passeggiare quasi fossero in aperta campagna. E dal centro commerciale, nuovamente, la furia prosegue sugli schermi – luminosi specchi alla Philip K. Dick – che abbiamo in tasca. Ecco che allora, nonostante lo si eviti, il "centro" ci perseguita sempre, come un pensiero fisso martellante, che ci sottrae al resto.

Perciò, quasi per protesta, in centro vado poco. Vivo il bordo, la circonferenza. E cerco, soprattutto in Italia (dove risiede parte della mia famiglia), di frequentare nei limiti del possibile i resti delle vecchie bocciofile, i ferramenta di quartiere, i circoli, le poche librerie minute (la proprietaria di una di queste, recentemente, mi ha detto di volersi spostare addirittura più in là, nei sobborghi in cui non c'è niente) i rivenditori di giradischi, poiché così ho la sensazione  – l'illusione – che esista un punto in cui la catena di montaggio si inceppa.

Pensando invece alla Svizzera italiana, in questo panorama è per me fonte di enorme piacere la comparsa delle biblio-cabine su tutto il territorio. In primo luogo perché, sinceramente, rimpiango il tempo in cui erano in funzione i telefoni pubblici (un adolescente di oggi non può immaginare quanto fosse bello non essere reperibili), secondariamente perché esse rappresentano, ai miei occhi, l'emergere di uno di questi spazi marginali, periferici, in cui aleggia ancora l'umano (in senso buono).

Certo, al loro interno si trovano molte pubblicazioni più che dimenticabili. Che sorpresa, però, scovarvi le Note del guanciale di Sei Shõnagon, L'immoralista di André Gide e l'edizione illustrata di I ragazzi terribili di Jean Cocteau. Conforta vedere poi come i volumi cambino costantemente: non si tratta dunque di depositi in cui i libri vengono abbandonati, ma di vere e proprie aree di libero scambio in cui l'occhieggiare di un titolo ha, a volte, il sapore antico dell'incontro. Un po' come dire: nonostante tutto, forse, c'è della vita su Marte.

Daniele Bernardi
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