Contro il cinismo

Quando la spensieratezza può più della cattiveria

di Mattia Cavadini

Ovunque mi giri, da un paio d'anni a questa parte, sento alzarsi con baldanza una fervida invocazione al cinismo. Gli allenatori sportivi di tutte le discipline lo esigono dai loro giocatori, “occorre più cinismo sotto rete”, “la nostra forza deve essere il cinismo”, “il tennis è uno sport cinico per eccellenza” e via dicendo. I politici lo richiedono ai propri galoppini, invitandoli a bussare ad ogni porta, anche a quella dei morenti, degli afasici, dei malati di mente; legittimando i propri scagnozzi a raccontare frottole, a propagare fake-news, pur di ottenere i voti necessari alla vittoria.

Cerchiamo, allora, di capire cosa si annida sotto questa nuova baldanza, che riecheggia dentro le arene politiche e sportive. Senza andare a scomodare la corrente filosofica cui si deve l’origine del termine (i cinici erano i seguaci della scuola filosofica fondata da Antistene e Diogene nel IV secolo a. C., che professava un modo di vita antagonistico, ascetico e libertario che nulla ha a che vedere con l’uso che il termine ha assunto nella modernità e nella post-modernità), il cinismo invocato oggi dai condottieri sportivi e politici nasconde in realtà un invito, più o meno esplicito, ad essere cattivi, a non aver rispetto dell’avversario, preoccupandosi unicamente del fine: la vittoria.

Ma la vittoria conseguita con cinismo non è forse preludio alle più plateali sconfitte, un bluff senza sostanza? E inoltre: siamo sicuri che si vince solo con cinismo?

Un esempio. Australian Open 2017. Federer compie la sua nemesi, sconfiggendo il suo rivale di sempre, contro cui non riusciva a vincere da una vita. La nemesi si perfeziona al quinto set. Sotto 3 a 1, Federer trova il coraggio di essere libero e spensierato come non lo era dai tempi dell'infanzia. I colpi gli escono fluidi, penetranti, inarrivabili. Il suo avversario se ne accorge e si spaventa. Ciò che inquieta Nadal è vedere la spensieratezza di Federer, la sua innocenza, la totale mancanza di tensione e nervosismo. Prova ad alzare le palle, caricarle sul rovescio monomane di Federer, il quale risponde incurante dell’arroto. Nadal è sorpreso, avverte qualcosa di diverso in Sua Fluidità, scuote la testa, non crede ai suoi occhi, e crolla, tra smorfie e digrignamenti.

Roger Federer

Roger Federer

Il tributo postumo di David Foster Wallace

Federer all'Australian Open 2017 ha avuto il coraggio non già di essere cinico, ma di tornare bambino, di giocare per il solo gusto di farlo, senza ostacolare le proprie potenzialità (immense) con l'ansia di voler vincere a tutti i costi o con la frustrazione di non riuscirvi. Voler vincere rende tesi, nervosi, succubi dei risultati, fa odiare l'avversario, limita le capacità e logora le forze fisiche. Solo chi vuole vincere a tutti i costi invoca il cinismo. Perché il cinismo è la strategia di chi non crede in se stesso, di chi non ha risorse cui appellarsi e ha perso ogni innocenza, ogni fiducia (in se stesso e nell'altro), ogni speranza. Il cinismo è l’ideale abbattuto, la parodia della bellezza fisica e morale, il delitto dello spirito, l’abbrutimento dell’immaginazione, ed io non posso compiacermene. Vi è in me troppo entusiasmo per sguazzare in quelle lordure dell’intelligenza. La mia natura ha le ali e i miei pericoli sono in alto, non in basso. (Alphonse de Lamartine).

Non credete, dunque, a chi vi dice che per vincere occorre cinismo. Il cinismo è una codardia, impiegata da chi non ha sostanza e non ha rispetto. Ciò che, invece, è richiesta, nel confronto con l'altro, è l’innocenza, la spensieratezza e l’amore. Solo con queste qualità c'è fair play nello sport e in politica. Con il cinismo si propaga, invece, la hybris egologica che vive in funzione dell'annientamento dell'Altro. Il cinismo è il preludio alla guerra. E può essere invocato solo da chi non ha mai conosciuto l'amore (inteso non come come eros, che è sempre egoistico, ma come agape, che è altruistico e gratuito).

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