Viviamo un paradosso che Zygmunt Bauman aveva già intravisto: le società più sicure del pianeta sono oggi tra le più afflitte da ansia, insicurezza e paura. Guerre, crisi ambientale, instabilità economica: l’Europa è attraversata da timori crescenti che, tuttavia, raramente si trasformano in coscienza collettiva o in azione politica. Le ricerche demoscopiche mostrano un continente inquieto, ma incapace di tradurre l’inquietudine in un progetto comune.
Un sondaggio condotto in cinque Paesi europei rivela che il 70% degli intervistati considera pericolosa la guerra in Ucraina. Non temono tanto il coinvolgimento militare, quanto gli effetti economici: tasse più alte, inflazione, carovita. È una paura che nasce da crisi reali, ma anche da un’emotività di massa amplificata da un ecosistema informativo ipertrofico.
Massimiliano Panarari, professore di sociologia intervistato da Cristina Artoni e Barbara Camplani in Alphaville, parla di un’epoca segnata da «ansia, insicurezza, difficoltà nel trovare chiavi di lettura». La frammentazione sociale e l’“iper‑soggettivizzazione” rendono arduo costruire spazi di confronto: individui sempre più innamorati della propria unicità, sempre meno capaci di riconoscersi in un destino comune. L’abbondanza di fonti informative, spesso opache, alimenta letture idiosincratiche della realtà e rafforza paure individuali.
Le paure degli Europei
Alphaville 04.02.2026, 12:05
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Massimo Cerulo, sociologo delle emozioni, ricorda che la guerra in Ucraina ha riportato in Europa lo spettro di un conflitto caldo, incrinando la nostra memoria storica. Un tempo traumi come Chernobyl o la guerra in Jugoslavia venivano elaborati in luoghi comunitari — famiglia, scuola, parrocchia, partito. Oggi queste strutture sono «frammentate». L’individuo resta solo, immerso in una socialità digitale che sostituisce il dialogo con un surrogato emotivo.
La storia recente delle paure collettive mostra una mutazione profonda. Quindici anni fa i giovani temevano la disoccupazione o il fallimento personale. Dopo il Covid, le paure si sono spostate verso la guerra, la fine del pianeta, la solitudine affettiva. La paura, un tempo confinata nella sfera intima, è «strabordata» nello spazio pubblico, colonizzando il digitale e trasformandosi in ansia diffusa.
Questa emotività crescente ha effetti sulla salute mentale. Non è un caso che l’ultimo Manuale diagnostico psicodinamico includa per la prima volta crisi climatica, pandemie e guerre tra le cause dei disagi emergenti. Panarari osserva che introiettiamo tensioni globali senza riuscire a restituirle alla dimensione politica: restano nel foro interiore, generando frustrazione e un senso di impotenza. L’opinione pubblica si è trasformata in «emozione pubblica», priva di luoghi di sintesi capaci di trasformare il turbamento in progetto.
In questo vuoto si inserisce la comunicazione politica contemporanea, che non si limita più a strumentalizzare le paure: le auto‑alimenta. La crisi delle organizzazioni collettive ha favorito l’ascesa di leader personali che devono «alzare la temperatura» per rispondere a una domanda emotiva immediata, incompatibile con i tempi lunghi della politica. Ne derivano decisioni simboliche, comunicative, talvolta in tensione con le regole del costituzionalismo liberale.
Cerulo, nel suo lavoro sulle emozioni digitali, mostra come lo smartphone amplifichi le paure: il bombardamento di informazioni e meme genera solitudine e ansia. Le chiamate ai servizi di ascolto sono aumentate del 22% in due anni. I giovani cercano una voce anonima che non giudichi, segno di una famiglia indebolita e di una socialità frammentata.




