«Perché tutti, ma proprio tutti, stanno parlando di Bad Bunny?» È una domanda che mi sono posta spesso nelle ultime settimane. Non perché ignorassi chi fosse, ma perché non seguendo la trap latina, non era entrato nel mio radar. Ma approfondendo un po’ - e qui concedetemelo - sono finita nella tana del coniglio. Bad Bunny non è solo un artista di successo, ma una figura che ha assunto un ruolo simbolico in una fase di trasformazione profonda della cultura pop globale portando un cambiamento di prospettiva: linguistica, estetica, politica e identitaria.
La sua affermazione ai Grammy ha rappresentato un punto di svolta. Bad Bunny - all’anagrafe Benito Antonio Martínez Ocasio - non ha semplicemente vinto premi: ha imposto una presenza latina non filtrata, cantando esclusivamente in spagnolo e portando sul palco un immaginario che non cerca di adattarsi ai codici dominanti dell’industria musicale statunitense (e globale). In un contesto storicamente centrato sull’inglese come lingua ufficiale, la sua scelta ha assunto un valore strutturale. Ha dimostrato - a differenza dei suoi predecessori, Ricky Martin, Jennifer Lopez, Shakira per citarne alcuni - che la centralità culturale non coincide più automaticamente con quella linguistica, e che la musica latina può essere protagonista senza tradursi o declinarsi per essere accettata.
Questa autonomia si è manifestata anche sul piano politico. Bad Bunny ha denunciato apertamente l’ICE richiamando l’attenzione sulla detenzione dei minori migranti. Il gesto ha avuto un impatto significativo perché rompeva con la tradizionale neutralità delle star pop, spesso attente a evitare prese di posizione troppo divisive. La sua dichiarazione ha invece mostrato come la cultura pop contemporanea possa diventare un luogo di intervento sociale, capace di amplificare temi che difficilmente trovano spazio nei circuiti mainstream.
Il momento di massima esposizione è arrivato con la sua esibizione al Super Bowl, uno degli eventi più seguiti e simbolicamente più “americani” dell’anno. Portare su quel palco un repertorio interamente in spagnolo e un’estetica dichiaratamente ispirata a Porto Rico ha generato reazioni contrastanti. Per molti è stato un segnale di apertura e riconoscimento della diversità culturale del Paese; per altri, soprattutto i più conservatori, un gesto separatista.
Al di là delle controversie, Bad Bunny è diventato un fenomeno culturale perché incarna una serie di trasformazioni che attraversano la società contemporanea. Ha messo in discussione i modelli tradizionali di machismo ispanico, presentandosi con un’estetica fluida che contrasta con gli stereotipi sull’uomo latino.
Lui stesso in un’intervista del 2020 ha affermato «(La mia sessualità, n.d.r.) non mi definisce. In fin dei conti non so se tra vent’anni mi piacerà un uomo. Non si sa mai nella vita». Ha portato nel mainstream temi sociali e politici che raramente trovano spazio in quel contesto. Emblematica la sua apparizione al Tonight Show di Jimmy Fallon indossando una maglietta con la scritta “Hanno ucciso Alexa, non un uomo in minigonna”. Una denuncia contro l’uccisione di una donna trans portoricana che aveva fatto molto discutere in patria. Del resto, Benito ha più volte appoggiato la causa LGBTQ+ sottolineando in più interviste quanto sia importante parlarne. Ma soprattutto ha costruito una presenza trasversale che va oltre la musica, coinvolgendo moda, cinema, sport e discorso pubblico.
Tuttavia, proprio questa forza simbolica porta con sé un rischio: quello di trasformarsi in una cornice rigida. Le sue scelte - l’attivismo esplicito, l’uso esclusivo dello spagnolo, la rappresentazione di un’identità maschile non tradizionale - sono state decisive per ridefinire il panorama culturale, ma possono diventare anche un’aspettativa costante. Nel momento in cui un artista diventa un segno, il pubblico tende a chiedergli di confermare continuamente ciò che rappresenta. È il paradosso delle icone contemporanee: più diventano necessarie, più rischiano di essere ingabbiate nel ruolo che hanno contribuito a creare. Bad Bunny si muove dunque in uno spazio complesso, dove la libertà creativa convive con il peso delle interpretazioni sociali che lo circondano.
Ma per rispondere alla mia domanda iniziale: si parla di Bad Bunny perché attraverso di lui si parla di un mondo che cambia. La sua figura permette di osservare come la cultura pop stia diventando un luogo in cui si negoziano identità, appartenenze e tensioni sociali. Non è soltanto un artista di successo, ma un indicatore di trasformazioni più ampie: la globalizzazione culturale che abbatte la dittatura dell’inglese, la crescente visibilità delle comunità latine, la politicizzazione del pop, la ridefinizione dei codici estetici e identitari. In questo senso, la sua centralità nel dibattito non è un effetto collaterale della fama, ma il segno di un cambiamento che lo precede e lo supera.

Radiogiornale delle 07.00 del 09.02.2026: La corrispondenza di Cristiano Valli
RSI Info 09.02.2026, 07:00
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… and the Grammy goes to
Soulovers 08.02.2026, 21:00
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