Società

Egitto: il racconto di un paese che punisce il dissenso

Dal Cairo ai distretti industriali, un viaggio tra arresti arbitrari, torture, processi di massa e povertà crescente. Il reportage di Ines Della Valle ricostruisce un sistema che schiaccia attivisti, lavoratori e cittadini comuni trasformando la paura in strumento di governo

  • Oggi, 09:00
Abdel Fattah al-Sisi

Abdel Fattah al-Sisi

  • Immagine d'archivio Reuters
Di: Laser/EBo 

Un Egitto attraversato dalla crisi economica e da una repressione capillare emerge dalle due puntate del reportage firmato da Ines Della Valle. È il ritratto di un Paese dove il dissenso viene soffocato con ogni mezzo: arresti notturni, sequestri, detenzioni arbitrarie, torture, processi sommari e un uso politico della pena di morte. Una deriva autoritaria che segna la vita di migliaia di egiziani, vittime di un sistema che controlla corpi, voci e perfino pensieri.

La storia di Ashraf, traduttore e vignettista satirico, è emblematica. Rapito da uomini in borghese e detenuto in isolamento, è stato interrogato, picchiato, minacciato e accusato di terrorismo senza prove. Sua moglie Nada ha dovuto affrontare la paura di una sparizione forzata, una pratica divenuta routine dal 2013, quando al‑Sisi ha preso il potere. Lo stesso destino è toccato a ricercatori, giornalisti e attivisti come Ahmed Samir Santawy, incarcerato per aver scritto online e condannato per “false notizie”. Ogni voce critica può diventare un caso giudiziario, ogni post un motivo di arresto.

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Egitto: le pratiche repressive della repubblica di Al-Sisi (1./2)

Laser 02.02.2026, 09:00

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  • Ines Della Valle

La repressione non risparmia il lavoro. Le lotte sindacali, un tempo motore delle mobilitazioni popolari, sono state spazzate via. Avvocati come Issam Mohammed Deen raccontano come scioperi e proteste vengano sistematicamente schiacciati, mentre i diritti dei lavoratori vengono smantellati. Contratti precari, salari insufficienti e totale mancanza di sicurezza alimentano un malessere crescente. Intanto lo Stato obbliga i dirigenti delle fabbriche a seguire corsi di “sicurezza nazionale” nelle accademie militari per imparare a controllare gli operai e spezzare eventuali proteste.

Il controllo giudiziario diventa terreno di battaglia anche per avvocate come Mai Nour, che tenta di difendere imputati accusati di terrorismo senza che venga mai indicato un gruppo né presentate prove concrete. Arresti di massa, documenti negati e sentenze già scritte mostrano un sistema giudiziario piegato al potere politico.

Tra le forme più estreme di repressione spicca la pena di morte. In Egitto esistono oltre cento capi d’imputazione che possono portare all’esecuzione, spesso decisi in processi collettivi che ignorano età, prove e testimonianze. Il caso del monaco copto padre Isaiah, torturato e condannato dopo un procedimento irregolare, rivela un meccanismo che unisce apparati di sicurezza e istituzioni religiose per costruire colpevoli funzionali alla narrazione dello Stato.

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Egitto: le pratiche repressive della repubblica di Al-Sisi (2./2)

Laser 03.02.2026, 09:00

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  • Ines Della Valle

La tortura è il filo rosso che attraversa ogni testimonianza. Le prigioni diventano luoghi di annientamento fisico e psicologico, dove l’obiettivo è spezzare individui e comunità. Scrittori come Ahmed Douma raccontano anni di isolamento, violenze sistematiche, cicatrici permanenti e un trauma che continua a vivere nel corpo e nella mente anche dopo la liberazione. È una violenza che non si esaurisce nei sotterranei delle prigioni: colpisce famiglie, amici, intere comunità che imparano a vivere nel silenzio per sopravvivere.

In un Paese che appare stabile dall’esterno, il reportage mostra invece un tessuto sociale logorato da paura, povertà e sfiducia nelle istituzioni. Eppure, nelle voci raccolte emerge anche una resistenza silenziosa: la determinazione di chi continua a denunciare, difendere, scrivere, aiutare gli altri, pur sapendo di mettere a rischio la propria vita.

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