(Caspar David Friedrich, 1818)

Ho bisogno d’estasi, per Dio...

...perché se no sto male!

di Mattia Cavadini

Guerra e Pace di Lev Tolstoj: durante la Battaglia di Austerlitz il principe Andréj viene colpito. Riverso e morente, alza gli occhi al cielo, scorge l'infinito e si domanda come sia stato possibile aver vissuto (aver corso, belligerato e conflitto) senza essersi accorto di quella bellezza, la sola che non sia vana:

Sopra di lui non c’era più nulla, se non il cielo: un cielo alto, non sereno, ma pure infinitamente alto, con nuvole grigie che vi strisciavano sopra dolcemente. «Che silenzio! Che quiete! Che solennità!», pensò il principe Andréj, «non è più come quando correvamo gridando e battendoci; non è così che le nuvole scorrono su questo cielo alto, infinito. Come non lo vedevo prima, questo cielo così alto? E come son felice di averlo finalmente conosciuto. Sì! Tutto è vuoto, tutto è inganno, fuori che questo cielo infinito. Non c’è niente, niente all’infuori di esso. Ma anch’esso non esiste, non c’è nulla all’infuori del silenzio e della tranquillità. E Dio ne sia lodato!…

Ciò che descrive Tolstoj in questo celebre passaggio è uno stato d’ek-stasis: l’uscita da sé, il superamento del tempo, lo sconfinamento in un luogo in cui non c’è più l’io o, meglio, l’io c’è, ma è fuso con il Tutto: con il cielo, le nuvole, il nulla, il silenzio, la tranquillità. Come per Andréj, lo stato d'estasi ha effetti di rinascita per colui che lo esperisce. Il soggetto, sciogliendo l’io personale nell’unità col cosmo, si scopre sereno e puro, piccolo nulla nel grande Nulla.

Elvio Fachinelli nel suo intramontabile libro La mente estatica (Adelphi, 1989) ha dimostrato come l’estasi non sia una prerogativa dei mistici, ma un patrimonio inalienabile presente in ciascuno di noi. Il problema è che gli psicologi, così come la maggior parte delle persone, hanno cercato di rimuovere questo stato. D'altronde, ciò che mina il consolidamento dell’io fa paura e viene rimosso ancor prima che la smisurata gioia del rapimento estatico possa invadere l’essere. Scrive Fachinelli, come premessa al suo saggio: Frugo uno strato percettivo, emozionale, cognitivo, che è stato còlto perlopiù come un’area di frontiera, pericolosa dal punto di vista dell’affermazione di un io personale, ben individualizzato. (…) L’estatico che nella nostra civiltà affiora di solito in esperienze liminari, facilmente ritenute insignificanti, o addirittura inesistenti, non è esclusiva di sperimentatori eccentrici, ma è ciò che manca alla nostra comune percezione. (…) Si tratta di superare, in definitiva, il nostro generale disconoscimento dell’estatico, cogliendo in esso un momento originario di molteplici esperienze; probabilmente delle esperienze più creative nella vita umana. L’apex mentis, l’apice della mente secondo la definizione medioevale, ne è anche la base, e non può essere ridotto alla situazione mistica, che è soltanto una delle sue forme. Abbiamo dunque davanti un’esigenza antropologica, che sta a noi non perdere né sciupare.

Lo stato estatico abita, dunque, l’essere umano (e non unicamente l'animo mistico). Per farne esperienza, basta stare all’Aperto, accasarsi nell’unione con il cosmo, come fanno gli animali, o i bambini, o il Tao, per il quale enti e Tutto si coappartengono. Oppure, basta votarsi ad un lento ed incessante passeggiare, sull’esempio di Robert Walser o dei pellegrini esicasti, contenti della povertà e del silenzio, rinunciando definitivamente alla vita-agonismo e alla vita-prestazione (dentro cui si dibatte la società contemporanea) e aprirsi all’ascolto del cielo (come il principe Andréj). In questo modo l’io si inabissa nel Tutto e, scomparendo, vede cose che non aveva mai viste (cfr. Nietzsche in Umano, troppo umano). L’io si supera, va oltre se stesso e si fonde con l’infinto. O, meglio: è come se l’infinito trasmigrasse da tutte le parti nell’io, in un modo così confidente da far sentire il cielo e i fiori che ci attorniano come parte integrante di noi stessi. Si giunge così a una specie di superamento, ma di fuori, in una spaziosità così poco umanamente strutturata, che, con Tolstoj, non si può che chiamare Nulla, o Vuoto, o Silenzio.

La mente estatica (Franco Manfriani intervista Nicola Spinosi, Archivi RSI 1992)
La mente estatica (Franco Manfriani intervista Nicola Spinosi, Archivi RSI 1992)

Tornando al libro di Fachinelli, esso si apre descrivendo un'improvvisa esperienza estatica. L’autore racconta di essersi trovato su una spiaggia, al tramonto, davanti al mare, e di aver esperito l’uscita da sé con conseguente immersione cosmica. Dopo questo incipit descrittivo, Fachinelli, di formazione psicanalista, si interroga sulla liceità/necessità per l’essere umano di abbandonarsi a queste esperienze, dismettendo i meccanismi psicologici di difesa (al servizio della rimozione), e consegnandosi alla dimensione ignota e inconscia da cui normalmente l'io si difende. La risposta di Fachinelli è che questo atteggiamento di apertura all’estasi non solo sia psicologicamente lecito, ma antropologicamente necessario. La necessità di aprirsi all’estasi viene spiegata da Fachinelli mettendo in luce come il sapere che proviene dall’estasi sia premessa a una conoscenza affatto diversa e più vasta rispetto a quella su cui si basa la nostra società (costruita sulla volontà, l’operosità, l’imprenditorialità e la prestazione). L’esperienza estatica insegna infatti che esiste qualcosa di più grande di noi, qualcosa che non ci è dato raggiungere attraverso il lavoro o le plurime forme di attivismo sociale e professionale, bensì, semplicemente, per mezzo di un accoglimento senza acumi. Esiste, insomma, una sapienza della passività, della ricettività, che va recuperata e che è foriera di beatitudine e bellezza.

Soltanto indebolendo l’attuale antropologia imprenditoriale (e riscoprendo al contempo la dimensione contemplativa che da sempre abita l’essere umano) sarà possibile unire alle ricchezze materiali una sostanzialità spirituale che è motivo di gioia. Per fare questo occorre recuperare, secondo Fachinelli, la parte passiva, femminile (o meglio materna): quella predisposizione all’accoglimento, a farsi grembo nel grembo del mondo: al momento di diventare sciamani, ricorda Fachinelli, gli uomini cambiano sesso. L’estasi è esperienza ricettiva, femminile: un’esperienza che la società maschilista, competitiva e belligerante di oggi dovrà a tutti costi recuperare, pena il diffondersi massiccio di malattie psicologico-depressive, connesse alla mancanza di senso, all'ansia, alla noia e all’aridità esistenziale.

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