Advaita vedanta (ovvero, non dualità)
Advaita vedanta (ovvero, non dualità)

Il disastro ecologico e la lezione orientale

Come i testi vedici possono aiutarci a salvare il pianeta

di Marco Alloni

Secondo gli esperti – a partire dagli estensori dei trattati di Tokyo e Parigi – il pianeta Terra sarebbe prossimo all’estinzione. O, per meglio dire, sarebbe molto prossimo all’estinzione. Giacché, si rileva ormai concordemente, se entro sei anni al massimo non si attuerà una radicale inversione di marcia nelle politiche connesse alle emissioni inquinanti la nostra amata Terra collasserà.

Inversione possibile, poiché – sempre a detta della quasi unanimità degli esperti – a determinare gli scompensi climatici degli ultimi anni è da ravvisare innanzitutto la mano dell’uomo: l’uomo è l’agente inquinante principale e solo l’uomo può interrompere tale percorso suicidale. Con buona pace di Trump e di chi, persino nella tradizionalmente saggia Cina, pretenderebbe di vedere nel deterioramento del pianeta, viceversa, una sorta di destino geologico.

Ora, la scienza ha molti limiti e qualche difetto: tra cui la sua tendenza a leggere la realtà in termini esclusivamente razionalistici. Ma un pregio bisogna concederglielo: quando rompe le proprie posture prudenziali ed evoca scenari apocalittici coglie quasi sempre nel segno. Non ascoltare la scienza in questo frangente storico – ascoltando viceversa il verbo della produzione a oltranza – ha pertanto veramente dell’irresponsabile e del masochistico.

Ma chi ha deciso – secondo quale apriorismo filosofico o economicistico – che solo nella scienza sia da ravvisare un pungolo imprescindibile per intraprendere nuove strade di sviluppo, a partire da quelle cosiddette ecologistiche o ecosostenibili? Accanto alla scienza esiste un percorso di «iniziazione alla salvezza» che al dato meramente razionale può a buon diritto avvicendare quello spirituale o, se vogliamo, religioso.

È cosa nota, ma quasi mai applicata in termini di pragmatismo politico o decisionismo economico: l’Oriente più remoto ha ancora molto da insegnarci e le sue lezioni più estreme non sono ancora state capitalizzate né reificate. Ma di fatto proprio dall’Oriente, in particolare dall’India – oltre che dai risultati della scienza – noi dovremmo e potremmo oggi attingere per attuare politiche e comportamenti atti ad allontanare lo spettro dell’Apocalisse.

Mi riferisco all’induismo, naturalmente, e all’interno dell’induismo in particolare a quella collezione di testi sacri, i Veda, che nelle cosiddette Upanishad trovano la loro espressione più compiuta. Cosa ci insegnano i Veda? Di quale patrimonio culturale e morale sono, tra le altre cose, portatori perché si possa affermare che un loro congruo approfondimento potrebbe contribuire a ridisegnare i destini del nostro pianeta?

Innanzitutto e per semplificare che la grande Realtà dell’universo e la piccola realtà della nostra anima – ovverossia il grande Brahman cosmico e il piccolo Atman umano e individuale – sono determinati della stessa sostanza. E che laddove si usa violenza contro l’universo e i suoi tesori naturali si sta usando in concreto e contemporaneamente violenza contro noi stessi, contro l’essere umano in generale e contro la sua anima in particolare. E infine che laddove non si opera alla purificazione dell’uno non si perverrà mai alla purificazione del secondo e viceversa.

Insegnamento elementare, non c’è dubbio. Ma che nelle sue estreme interpretazioni ci porta dritto alla questione epocale – drammaticamente epocale – di cui siamo testimoni da qualche decennio: l’incuria con cui abbiamo trattato, trattando noi stessi e il nostro spirito con incuria, il pianeta che tanto distrattamente abitiamo.

Se la lettura di questi testi sacri dell’antico Oriente fosse più diffusa anche in Occidente (vi consigliamo in questo senso l’edizione antologica e commentata di Raimon Panikkar, edita da Rizzoli-Bur), capiremmo, forse, che non esiste devastazione del Brahman, cioè della vita del mondo, che non finisca per riverberarsi contro la nostra stessa persona, cioè nell’Atman. E forse cesseremmo più facilmente di ricadere nel criminale «trumpismo» degli indifferenti.

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